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Previdenza, la realtà è diversa dalle versioni di comodo: problemi ci sono, ma il sistema italiano è più equilibrato di quanto si dice ed è in linea con l'Europa

18/02/2016
In allegato il Terzo Rapporto con il bilancio previdenziale complessivo redatto dal centro studi Itinerari previdenziali, con le presentazioni di Brambilla, Geroldi, Golini, Onofri. Se si misurasse il peso della previdenza in senso stretto, al netto dell’assistenza e delle tasse che i pensionati pagano allo Stato (una partita di giro tra dare e avere), si scoprirebbe che lo scostamento rispetto alle entrate per contributi è assai basso, 560 milioni di euro (anno 2014). Il rapporto spesa su Pil scenderebbe da oltre il 15 al 10,7 per cento del Pil. La confusione tra assistenza e previdenza favorisce solo chi vuol risolvere una parte dei problemi dei conti pubblici con il taglio delle pensioni. Il danno delle continue proposte di modifica.

Se si definisse bene a quanto ammonta la spesa pubblica per l’assistenza, cioè per gli interventi di solidarietà che necessariamente devono essere a carico della collettività, e a quanto ammonta la spesa pubblica netta per la previdenza, cioè per le pensioni costruite in base a retribuzioni e contributi versati, l’Italia sarebbe pienamente nelle medie europee e con uno dei sistemi previdenziali più solidi tra i Paesi avanzati.

Se si misurasse il peso della previdenza in senso stretto, al netto dell’assistenza e delle tasse che i pensionati pagano allo Stato (una partita di giro tra dare e avere), si scoprirebbe che lo scostamento rispetto alle entrate per contributi è assai basso, 560 milioni di euro (anno 2014).

Se poi si analizzassero più approfonditamente i dati della realtà, ci si accorgerebbe che uno dei problemi principali è il rapporto tra occupati e pensionati. Cioè il problema di un aumento dell’occupazione e delle politiche necessarie per ottenere questo risultato, oltre che naturalmente degli squilibri di bilancio presenti in alcune delle gestioni pensionistiche che appesantiscono di molto i conti complessivi; basti pensare in proposito alle gestioni dei dipendenti pubblici (passivo di 26.8 miliardi nel 2014), delle ex Ferrovie dello Stato (-4.2 miliardi sempre nel 2014), degli artigiani (-3.5 miliardi), dei coltivatori diretti, coloni e mezzadri (-3.1 miliardi sempre nel 2014).

Tutto questo e moltissime altre considerazioni si possono ricavare studiando bene il Bilancio generale del sistema previdenziale presentato alla Camera da Itinerari previdenziali, centro studi specializzato, che per il terzo anno ha messo insieme, meritoriamente, tutti i dati, li ha scomposti gestione per gestione, caso per caso, ma anche ricomposti in un quadro generale che tutti dovrebbero andare a leggere e verificare, prima di avventurarsi, come si fa troppo spesso, in discussioni e proposte che finiscono solo per suscitare sospetti e paure: il sospetto che una parte della politica, per aggiustare i conti pubblici, preferisca la scorciatoia di qualche taglio alle pensioni piuttosto che la difficile opera di una riduzione degli sprechi e di efficientamento della macchina burocratica e fiscale; il timore che i pensionati non possano consumare tranquillamente le proprie entrate, ma siano costretti a tenerle tutte da parte, perché il futuro è perennemente incerto. Con il risultato di deprimere qualsiasi spinta alla domanda.

Ed ecco allora qualche dato illuminante. Nel 2014, si legge nel Rapporto di Itinerari previdenziali (in allegato si può leggere il densissimo testo integrale, più le presentazioni di Alberto Brambilla, Gianni Geroldi, Antonio Golini, Paolo Onofri),  la spesa pensionistica ha raggiunto i 216.107 milioni di euro mentre le entrate contributive sono state pari a 189.595 milioni di euro per un saldo negativo di 26,512 miliardi.

“Se tuttavia vogliamo calcolare la spesa pensionistica previdenziale, cioè quella supportata da contributi realmente versati – si legge nel rapporto - dobbiamo fare la seguente riclassificazione: alle entrate contributive totali sottraiamo la quota GIAS a carico dello Stato ottenendo così il totale delle entrate da contribuzione effettiva di lavoratori e datori di lavoro che si attestano su 172.647 milioni. Parallelamente se alla spesa pensionistica totale sottraiamo le imposte che lo Stato incassa direttamente (salvo ulteriore conguaglio a fine anno) e che quindi sono semplicemente una “partita contabile di giro” e quindi una “non spesa”, il totale della spesa pensionistica (che ingloba ancora le integrazioni al minimo) si riduce a 173.207 milioni. A questa cifra, se separassimo davvero l’assistenza dalla previdenza, dovremmo sottrarre anche l’importo delle integrazioni al minimo che essendo dipendenti dal reddito e non dal sistema di contribuzione (nella spesa per funzioni Eurostat dovrebbero stare tra il sostegno alla famiglia e l’esclusione sociale), la spesa per pensioni previdenziali si attesterebbe a 163.313 milioni. Trascurando le integrazioni al minimo scopriamo tuttavia che il bilancio previdenziale è quasi in pareggio, con un leggero passivo di 560 milioni (lo 0,32% sul monte spesa pensionistica) a dimostrazione del fatto che il nostro sistema grazie alle numerose riforme che si sono susseguite nel corso degli ultimi anni è stato stabilizzato e messo in sicurezza”.

“Ciò – si legge ancora nel Rapporto - dovrebbe indurre a maggiore prudenza coloro che propongono ulteriori riforme o tagli alle pensioni, deindicizzazioni varie e contributi di solidarietà che assieme alle notizie delle basse pensioni pagate dall’Inps hanno il solo effetto di aumentare elusione e evasione contributiva e dissuadono i giovani da una corretta contribuzione”.

Non solo. La confusione tra i dati della previdenza e dell’assistenza, denunciata da anni dai sindacati confederali, ma che evidentemente fa comodo tenere inalterata, mette l’Italia in difficoltà di fronte al resto dell’Unione europea perché falsa tutte le statistiche. “Considerando la spesa pensionistica effettiva così come sopra calcolata, il rapporto con il PIL si riduce dal 15,46 per cento al 10,72, allineandosi agli altri Paesi UE. Istat per l’anno 2011 ha addirittura comunicato a Eurostat che la spesa per IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti) è pari al 19 per cento sul PIL. Il problema risiede proprio nel fatto che prestazioni come le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali e gli assegni familiari sono imputati alla spesa per pensioni. Così al confronto con gli altri Paesi europei l’Italia primeggia nella spesa per pensioni, facendo irritare i partner europei, mentre si posiziona agli ultimi posti delle classifiche OCSE e Eurostat per gli interventi a sostegno della famiglia, del reddito, dell’esclusione sociale e della casa, quando è ovvio che tutte queste prestazioni correlate al reddito sono erogate per sostenere la famiglia e ridurre i tassi di povertà e di esclusione sociale. Con un conteggio corretto – si legge nel rapporto - saremmo assolutamente allineati alla media europea”.

 

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