
Si moltiplicano i segnali di rallentamento e di rischio per l’economia mondiale. Dopo la revisione delle prospettive di crescita delineate dall’Ocse, l’Oganizzazione che rappresenta i paesi più industrializzati del mondo, il Fondo monetario internazionale ha colto l’occasione della riunione del G20 a Shanghai per lanciare un ulteriore grido di allarme e suggerire, di fatto, alla Federal Reserve Usa maggiore attenzione nella decisione di ritoccare ancora i tassi di interesse e alla Banca centrale europea il rafforzamento della politica monetaria accomodante. Un assist insomma alle posizioni del presidente della Bce, Mario Draghi, del presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, e di tutto l’establishment socialista europeo all’avvio di politiche più espansive. Con buona pace dei tentativi tedeschi di stoppare sul nascere ogni altra decisione di politica monetaria da parte della Bce, ma anche con buona pace dei facili ottimismi sul futuro, in particolare per il nostro Paese: le condizioni dell’economia non consentono facili semplificazioni; non solo abbiamo di fronte una fase congiunturale difficile, ma anche fenomeni strutturali da affrontare.
L’analisi dei tecnici del Fondo monetario è impietosa e davvero inquietante. "La transizione della Cina" verso un modello economico più sostenibile e meno dipendente dalle esportazioni "è stata tra i fattori chiave dietro l'indebolimento della manifattura, del commercio e degli investimenti globali", scrivono gli esperti del Fmi in un documento intitolato "Global Prospects and Policy Challenges" e preparato in vista del G20 convocato a Shanghai. Il Fondo spiega che "la crescita cinese dovrebbe rallentare a fronte di squilibri nell'immobiliare, nel credito e negli investimenti e di un riequilibrio dell'economia verso consumi e servizi". E naturalmente "un rallentamento peggiore delle stime della Cina - con forti effetti su commercio, prezzi delle materie prime, fiducia, volatilità dei mercati finanziari e valute - potrebbe portare a un rallentamento più generalizzato nelle economie emergenti e avanzate, specialmente se contagia ulteriormente gli investimenti, il potenziale di crescita e le aspettative future sui redditi".
Non solo. Il rallentamento dell’economia cinese in una fase di assestamento e transizione potrebbe spingere le autorità di Pechino ad adottare politiche aggressive sui cambi in modo di facilitare le esportazioni. Una scelta pericolosa, considerato che andrebbe a sommarsi ad analoghe iniziative dei principali Paesi ed economie del mondo, con il pericolo di una guerra delle valute dove nessuno potrebbe uscire vincitore. Per questo il Fondo ha chiesto "comunicazione chiara delle politiche sui tassi di cambio" e vuole che le autorità cinesi "siano disposte ad accettare una crescita moderatamente più lenta in linea con il riequilibrio”.
Ma non c’è solo la Cina a preoccupare il Fondo. Dopo il rialzo dei tassi di interessi statunitensi, con l’innesco di reazioni negative a cascata sui mercati finanziari, il Fmi avverte: "Ulteriori azioni dovrebbero essere ben comunicate e basate su prove chiare di pressioni sui salari o sui prezzi e una valutazione che l'inflazione si prepara a crescere verso il target della Federal Reserve del 2%". Anche perché "la ripresa globale si è ulteriormente indebolita a fronte di un aumento delle turbolenze finanziarie e di un calo dei prezzi degli asset". E "questi sviluppi puntano a rischi maggiori di un deragliamento della ripresa in un momento in cui l'economia globale è particolarmente vulnerabile a shock avversi".
Questa congiuntura "fragile" aumenta, dunque, "l'urgenza di risposte politiche di ampia portata che rafforzino la crescita e gestiscano le vulnerabilita'". Per questo "politiche monetarie accomodanti restano essenziali dove l'inflazione è ancora sotto i target delle banche centrali". Ma non saranno sufficienti. Oltre alla politica monetaria sarà necessario adottare una politica economica più generalmente volta a sostegno dello sviluppo. Il messaggio all’Europa e all’asfissia dell’ordoliberismo tedesco non poteva essere più diretto.
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