
Il bastone e la carota. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha usato entrambi pur di spingere i Paesi europei a premere il piede sull’acceleratore della crescita.
La carota consiste nei due annunci fatti durante l’ultima conferenza stampa. Il primo:”Il consiglio direttivo della Bce è pronto a utilizzare tutte le misure non convenzionali, compreso il quantitative easing, se le prospettive nel medio termine sull'inflazione cambiano in peggio”. Il secondo: la Bce ha intensificato il lavoro preparatorio per il futuro programma di acquisti di titoli cartolarizzati emessi da banche (Abs). Come dire, acquisto di titoli di Stato e acquisto dei titoli con i quali le banche potranno alleggerire il peso delle sofferenze.
Dunque, nessun tentennamento, nessuna discussione: la banca centrale europea, se l’inflazione non si avvierà perso il traguardo del 2 per cento, ma anzi tenderà a ridursi, segno di una stagnazione dei consumi e quindi anche dei prezzi, interverrà con tutte le armi a propria disposizione. Senza dimenticare che sono già state fissate le scadenze per i prossimi interventi del bazooka Tltro, Targetet long-term refinancing operations, per sostenere il credito all’economia: le prime sono il 18 settembre e l’11 dicembre. In quei due giorni saranno messi a disposizione delle banche potenzialmente fino a 400 miliardi di euro. Successivamente, con altre sei operazioni si potrà arrivare a mille miliardi. Tutti da restituire entro il 2018, ma a tassi così vantaggiosi da spingere le banche a prenderli per poi finanziare le imprese e le famiglie europee.
Accanto alla carota Draghi ha messo però anche il bastone. “E’ giunto il tempo di iniziare a condividere la sovranità a livello europeo anche per quanto riguarda le riforme strutturali” ha dichiarato il presidente della Bce, lanciando con la consueta sinteticità un avvertimento a tutti i Paesi europei: le riforme che servono alla ripresa o si fanno o dovranno essere imposte da parte di Bruxelles.
In molti hanno pensato all’Italia, ma il riferimento era a tutta l’Europa, Germania compresa, dato che la ritrosia di Berlino a rilanciare la domanda interna sta frenando lo sviluppo di tutto il Continente. Certo, ciò che frena l’Italia – ha spiegato Draghi – è soprattutto la carenza di investimenti privati, provocata proprio dall’incertezza e dal ritardo delle riforme strutturali, su lavoro, competitività, giustizia civile. “I Paesi che hanno realizzato programmi convincenti di riforma strutturale – ha segnalato Draghi - stanno andando meglio di quelli che non lo hanno fatto o lo hanno fatto in modo insufficiente”. Soprattutto l’Italia, dunque, è in gioco nel tema delle riforme. Ma gli investimenti sono bassi in tutta l’area euro, non solo a Roma o a Milano: perché la domanda è troppo bassa. E perché alle prospettive di una crescita modesta si sono aggiunti anche i pericoli provocati dalle tensioni internazionali, in particolare tra Europa e Russia per le vicende dell’Ucraina.
Insomma, avanti tutta. Perché la crescita langue. Perché l’occupazione non riprende come dovrebbe. E perché bisogna evitare il rischio di un avvitamento. Ciascuno deve fare i compiti a casa, cedendo se necessario più sovranità di quanto sia avvenuto finora. Mentre la Bce è pronta a sparare con tutte le armi della liquidità pur di evitare il peggio. Meglio tardi che mai. Ma intanto le parole del presidente della Bce hanno funzionato sui mercati come un bollo ufficiale messo sulla debolezza dell’economia, sulla consistenza dei pericoli che si stanno correndo e sulla difficoltà delle sfide che l’Europa, e l’Italia, dovranno affrontare.
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