
Le Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno avallato la decisione del governo di inviare, assieme ad aiuti umanitari, anche armamenti leggeri alle forze armate dell’Iraq. Il governo, rappresentato dal ministro degli Esteri e da quello della Difesa, ha tenuto a precisare il quadro legale dell’operazione. Innanzitutto,questa si basa sulla risoluzione del 15 agosto mediante la quale il Consiglio Affari Esteri dell’UE ha dato luce verde alla decisione di alcuni stati membri di “rispondere positivamente all’appello delle autorità regionali curde” perché siano fornite loro le armi necessarie a contrastare l’aggressione delle milizie dello Stato Islamico e le sue efferatezze verso la popolazione. Il governo italiano ha poi aggiunto che le armi saranno consegnate al governo di Baghdad, che penserà poi a trasferirle.
Questa seconda avvertenza potrebbe sembrare eccessiva. In realtà, testimonia del fatto che il governo italiano agisce in sintonia con la linea formulata dal presidente Obama e ne anticipa, forse un po’ ottimisticamente, i risultati. La linea americana è di condurre un intervento militare leggero, in primo luogo per appoggiare con la necessaria urgenza le operazioni iniziate dalle forze armate curde in difesa delle minoranze, barbaramente aggredite dalle milizie dello Stato Islamico (laddove si sono dissolte le forze armate centrali); in secondo luogo, per incoraggiare un radicale cambio di passo politico nella capitale, cioè porre le premesse affinché l’raq reagisca come nazione all’aggressione dello Stato Islamico. Sarà poi l’Iraq a a risolvere i nodi politici connessi all’invasione dello Stato Islamico e respingerne l’invasione coi suoi mezzi militari.
La linea deI governo americano, malgrado le forti critiche dell’interventismo di destra e di sinistra in patria, è molto sensata. In effetti, ha smosso la palude che regnava a Baghdad da troppo tempo e ha provocato la nomina, in sostituzione di al-Maliki, di al-Abadi, compagno del primo nello medesimo partito sciita della Dawa, ma apparentemente pronto, a realizzare un programma di integrazione e coesione nazionale nei confronti dei sunniti e dei curdi radicalmente diverso dall’esclusione che al Maliki ha ciecamente e ostinatamente perseguito sin dalla sua nomina a capo del governo sin dalle prime elezioni democratiche del dopo-Saddam. L’aggressione delle milizie dello Stato Islamico non è che l’ultimo frutto della politica di esclusione dei sunniti praticata da al-Maliki. Il suo successo militare si è dovuto all’appoggio che molti sunniti e le loro organizzazioni civili e politiche gli hanno fornito in odio alla politica discriminatoria di al-Maliki e all’eventualità che dopo le recenti elezioni, grazie alla maggioranza relativa ottenuta dal suo partito, gli fosse dato un nuovo mandato. Se al-Abadi si muoverà in modo da acquistare la necessaria credibilità nazionale, lo Stato Islamico e le sue milizie saranno ricacciate in Siria e comunque sconfitte e liquidate.
La nomina di al-Abadi sembra dunque realizzare la linea scelta da Obama. Sia l’UE, sia l’Italia si muovono ora sulla scia di questa linea e del suo apparente successo. La visita di Renzi e le modalità di trasferimento delle armi - al governo centrale e non ai curdi - stimolano e anticipano detto successo. E’ una scommessa, ma necessaria. Anche perché la linea scelta dai paesi dell’Alleanza atlantica sulla scia di Obama si muove in condizioni delicate, non necessariamente volte a facilitarne il successo che vale la pena ricordare.
La prima di queste condizioni riguarda il rapporto diretto con i curdi. Non si possono privilegiare i curdi nel momento i cui si affida la risoluzione della crisi in corso al ripristino della coesione nazionale irachena mediante un radicale cambio politico a Baghdad. Tatticamente, l’appoggio diretto ai curdi nel teatro delle operazioni è inevitabile e si è tradotto nei primi invii di sostegno militare e logistico nonché nell’appoggio dell’aviazione americana. Ma non appena la situazione politica a Baghdad si è sbloccata con la nomina di al-Abadi, l’appoggio dovrà chiaramente e rapidamente spostarsi al centro, cioè passare per le forze armate centrali.
I paesi occidentali hanno fortemente appoggiato i curdi nell’ultimo ventennio a partire dall’Operazione Provide Comfort, che nel 1991frustrò la vendetta di Saddam nei loro confronti. Tuttavia, questo appoggio non è mai stato dato in chiave indipendentista, perché ciò sarebbe contro gli interessi nazionali degli altri paesi che ospitano minoranze curde, fra cui la Turchia e l’Iran, contro la stabilità della regione e, quindi, contro gli interessi occidentali. La simpatia occidentale pro-curda è destinata a manifestarsi ma nell’ambito di uno stato iracheno integro. La diplomazia occidentale, perciò, per superare questa difficoltà sta cercando di ripristinare le condizioni di un’unità irachena nazionale in cui i curdi possano trovare un posto conveniente, superando irredentismi e secessioni. È in questo solco che si è oggettivamente e prontamente inserita l’Italia con la visita di Renzi e gli incoraggiamenti della Mogherini alla riunione ferragostana del Consiglio dell’UE.
La seconda condizione delicata in cui si muove la diplomazia riguarda l’Iran e il conflitto con l’Arabia Saudita – la “guerra fredda” – che domina oggi la regione ed è alla base dello scontro apparentemente settario che ne costella gli sviluppi. Nella linea di Obama di appoggio a Baghdad, recepita dagli alleati europei, c’è la difficoltà e il rischio di un’ennesima delusione degli alleati sauditi e di conseguenza, del blocco che oggi combatte l’Iran, gli sciiti e i Fratelli Mussulmani, non facendosi troppo scrupolo di chiudere gli occhi di fronte al lavoro sporco ma strumentale dei vari jihadisti ed estremisti salafiti, come Jabath al-Nusra in Siria e lo Stato Islamico a cavallo di Siria e Iraq. Sicuramente Riyadh nella mossa americana in Iraq, che cambia gli uomini ma non il partito sciita democraticamente eletto al potere, vede un altro sviluppo sfavorevole da parte di Obama verso gli alleati sunniti e un avvicinamento per contro all’Iran. Non c’è dubbio che la linea occidentale verso la crisi irachena registri un’oggettiva convergenza con Teheran, che infatti non ha certo sostenuto al-Maliki.
Oggi i governi, non solo arabi, della regione percepiscono una contrapposizione di campo che vede , da un lato, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Autorità Palestinese e – di fatto - Israele e, dall’altro, Turchia, Qatar,Iraq, Iran, Hamas e Hizbollah. In molte occasioni, compresa quest’ultima dell’Iraq,l’Arabia Saudita e la coalizione sunnita percepiscono uno slittamento americano verso l’Iran o, comunque, un orientamento – per quanto elusivo ed enigmatico - verso un equilibrio di potenza che è diverso da quello tradizionale,orientamento che, se si verificasse, sarebbe comunque loro strategicamente sfavorevole.
Non è chiaro se su questa seconda dimensione, che non è solo diplomatica, ma è soprattutto strategica, gli europei siano d’accordo. Non ci si può nascondere che le cose sono cambiate e che le alleanze mediorientali che hanno dominato la politica occidentale per tanti anni non sono più le stesse, per cui un cambiamento ben equilibrato non sarebbe sbagliato. Come che sia, con il viaggio a Baghdad, Renzi e l’Italia si sono imbarcati anche in questa direzione e sarebbe interessante conoscere la consapevolezza della nostra diplomazia alla luce di interessi che in effetti necessitano una visione nuova.
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