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Gli USA di nuovo coinvolti nel Medio Oriente

16/09/2014
Non saranno i paesi occidentali a creare problemi maggiori alla coalizione, bensì quelli del Medio Oriente, fra i quali va annoverata la Turchia che, pur essendo nel gruppo transatlantico, è un attore direttamente implicato nella crisi della regione

Alla fine di un movimentato dibattito, l’amministrazione Obama ha messo a punto una strategia nei confronti dell’ISIL, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Che se ne deve pensare? Cambia la sua linea riluttante? È una strategia coerente ed efficace?

Come il presidente ha detto nel discorso rivolto il 10 settembre alla nazione, la strategia per “ridimensionare e da ultimo distruggere” l’ISIL  si fonda su quattro fattori: bombardamenti aerei mirati, sostegno alle forze alleate della regione, impiego dell’intelligence e del contro-terrorismo contro la minaccia di atti terroristici, aiuto umanitario. Un aspetto cruciale è che l’intervento riguarda l’Iraq ma, in modi da definire, comprenderà anche la Siria.

Nei commenti dei media americani la decisione di impiegare sistematicamente l’arma aerea  per un periodo protratto (Obama ha parlato di almeno tre anni) viene vista come un rovesciamento della politica non interventista dell’amministrazione, anche perché l’Iraq è un paese simbolo di questa politica. In realtà, l’esclusione dell’impiego di forze di terra dall’intervento, se verrà mantenuta, impedisce un paragone effettivo con il passato. A ben vedere, la strategia che Obama ha lanciato verso l’ISIL esula nelle dimensioni ma non nella sostanza dalla generale strategia di contro-terrorismo che egli stesso ha enunciato a West Point il 28 maggio scorso: è un contro-terrorismo allargato, con un impiego particolarmente sistematico e ampio di raid aerei mirati e di droni, ma non è una guerra.

Le novità sono, infatti, più politiche che militari: la decisione di effettuare un’aperta pressione perché cambiasse il governo a Baghdad e quella di prendere la guida della coalizione. Il confronto va fatto qui con la Libia del 2001, dove ci fu un massiccio intervento aereo ma un profilo politico basissimo. Con l’intervento contro l’ISIL sembra finire la politica del “leading from behind”. Nella coalizione che l’amministrazione ha cominciato a metter in piedi al Consiglio Atlantico di Newport del 4-5 settembre scorso e con i viaggi di Kerry in Medio Oriente e di Hagel in Turchia, gli USA si sono posti senza ombra di dubbio al posto di comando, anche se nell’ambito di un impegno sostanzialmente diverso dai presidenti “imperiali”, come Obama ha giustamente rivendicato nel suo discorso.

Perciò la vera novità è l’impegno politico che gli Stati Uniti si sono assunti, per cui  la domanda più pertinente non sembra se questa non sia in realtà una guerra, quanto piuttosto se l’amministrazione avrà le capacità di gestire sul piano politico l’operazione di contro-terrorismo allargato che ha appena lanciato. Non ci si può infatti nascondere che la gestione politica si preannuncia estremamente complessa. Finora, l’interfaccia politica del “restraint” militare di Obama è stata piuttosto mediocre, ed è in fondo qui che sta la radice dell’insoddisfazione che circonda la sua politica estera. Ora che l’iniziativa politica è presa, la situazione che deve affrontare richiede una prestazione ben più brillante.

Non saranno i paesi occidentali a creare problemi maggiori alla coalizione, bensì quelli del Medio Oriente, fra i quali va annoverata la Turchia che, pur essendo nel gruppo transatlantico, è un attore direttamente implicato nella crisi della regione.

La difficoltà della gestione politica si può riassumere in questo modo: tutti gli schieramenti che si combattono oggi in Medio Oriente (quello riunito attorno all’Arabia Saudita, l’altro che si rifà alla Turchia e al Qatar e quello che ha come stella polare l’Iran) hanno motivi per contrastare l’ISIL, che in effetti sta a sé come se fosse un quarto schieramento. Tuttavia, tutti e tre gli schieramenti in campo hanno ragione di temere che il suo ridimensionamento e la sua distruzione possano danneggiarli e favorire gli altri due. Sono in gioco interessi, ma anche rivalità e primati nazionali.

L’Arabia Saudita non accetterebbe una sconfitta dell’ISIL che si traducesse in una vittoria o un rafforzamento di Assad e nella persistenza del predominio sciita in Iraq. L’Iran, a sua volta, non accetterebbe una sconfitta dell’ISIL che escludesse Assad lasciando mano libera ai sunniti in Siria e indebolendo i suoi alleati libanesi. Infine, Turchia e Qatar non accetterebbero una vittoria sull’ISIL che si traducesse in un predominio saudita in Siria e un ridimensionamento del ruolo dei Fratelli Mussulmani in questo paese (il che ha portato a un ruolo estremamente defilato della Turchia nella coalizione). Perciò, la lotta all’ISIL richiede agli americani un grande sforzo diplomatico di equilibrio fra i vari schieramenti, che in fondo è esattamente quello cui Obama ha cercato di sottrarsi sin qui. In questo senso, la Siria, rimane la questione più problematica, sia rispetto agli equilibri regionali sia a quelli internazionali.

Gli Stati Uniti, d’altra parte, non hanno nessun interesse a intervenire per appoggiare il prevalere di uno specifico schieramento. Sarebbe errato vedere l’intervento USA come una scelta di schierarsi con i sunniti. Tuttavia, Washington dovrà fare attenzione affinché di fatto il suo intervento non si trasformi in una mossa contro l’Iran. Il problema non si pone tanto in Iraq, dove la convergenza fra USA e Iran è palpabile (l’estromissione di al-Maliki, le operazioni militari nel nord Iraq), quanto in Siria. In Iraq l’Iran non è mai stato contrario alla presenza dei sunniti nel governo e ha sempre appoggiato l’integrità del paese a condizione che il naturale predominio sciita e l’amicizia fra i due paesi non vengano in qualche modo compromessi. La posizione USA, con l’avvento di Obama e il suo interesse a raggiungere un modus vivendi nei rapporti fra i due paesi, coincide largamente con quella di Teheran. Lo stesso non vale per la Siria e le ramificazioni della sua crisi in Libano, dove USA e Iran si contrappongono.

Ci sono altre questioni collegate che, sebbene non centrali alla lotta in atto fra gli schieramenti della regione, contribuiscono però a complicarla. Fra queste la questione principale è quella curda: nessuno degli attori in campo desidera un’indipendenza curda, compresi gli Stati Uniti. Perciò, il ruolo e l’armamento che l’amministrazione hanno invece dato ai curdi sin dai primi momenti dell’invasione del nord dell’Iraq da parte dell’ISI – in ciò seguita da alcuni alleati europei fra cui l’Italia - potrebbe prima o poi tradursi in un ostacolo a quella che in fondo resta la premessa di fattibilità del progetto che la coalizione persegue, vale a dire il reintegro politico dell’Iraq su base nazionale.

Ci siamo domandati se la strategia contro l’ISIL è coerente ed efficace. Per essere efficace e coerente la coalizione dovrebbe essere sostenuta da una strategia politica verso la regione da parte di chi la guida che in verità, almeno per ora, non si vede. Fatalmente, la decisione di combattere l’ISIL è anche una decisione di occuparsi politicamente del Medio Oriente e contribuire a trovare un equilibrio fra gli intricati schieramenti in presenza. Se mancherà questo, l’ISIL non potrà essere veramente  sconfitto e la situazione della regione potrebbe diventare anche peggiore di quello che è. È dunque sperabile che nelle prossime settimane emerga una linea politica che dia coerenza ed efficacia alla coalizione.

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