
Le manifestazioni che si svolgeranno domenica 21 in tutto il mondo per sollecitare un maggiore impegno sul clima, cadono in una situazione delicata per i dati sulle emissioni di gas serra e la loro concentrazione in atmosfera, ma anche per l’accentuarsi delle preoccupazioni sulla sicurezza energetica.
Dai dati contenuti nel Rapporto annuale "Greenhouse Gas Bulletin" della World Meteorological Organization (Wmo) emerge che nel 2013 si sono registrati, a livello globale, livelli record di concentrazione di gas climalteranti in atmosfera. In particolare i valori dell’anidride carbonica in atmosfera sono aumentati di 2,9 parti per milione rispetto all’anno precedente, un incremento doppio rispetto alla media degli anni Novanta. Un dato che segnala la difficoltà di assorbimento della CO2 da parte della vegetazione e degli oceani e il continuo aumento delle emissioni.
I giudizi sugli sforzi per ridurre la produzione di gas climalteranti non possono che essere negativi, anche se si intravvede qualche segnale interessante.
Nel 2013 la riduzione dell’intensità di carbonio (rapporto tra emissioni di CO2 e PIL) rispetto all’anno precedente è stata dell’1,2%, con risultati molto diversi tra i vari paesi. Al terzo posto troviamo, ed è una sorpresa, l’Italia con un -4,8%, dovuto in buona parte alla crescita delle rinnovabili passate in un anno dal 12,8% al 15,5%. Ma il dato più significativo che sta emergendo è l’inversione delle tendenze tra i paesi industrializzati e quelli emergenti. Mentre infatti in passato le riduzioni registrate dai paesi del G7[1] erano state sempre più elevate rispetto a quelle del gruppo degli E7[2], nel 2013 la situazione si è ribaltata e i paesi emergenti hanno ridotto l’intensità di carbonio dell’1,7%, contro il limitato 0,2% dei paesi industrializzati.
Ma la strada per raggiungere l’obiettivo di non sorpassare i 2 °C di incremento alla fine del secolo è un obiettivo non semplice da raggiungere. L’economia globale dovrebbe infatti decarbonizzare il Pil ad un ritmo annuo del 6,2%, cioè cinque volte di più di quanto avviene attualmente. Occorre dunque accelerare notevolmente la diffusione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, chiavi di volta delle politiche climatiche.
Con le attuali misure, infatti, due terzi del potenziale di riduzione dei consumi energetici economicamente conveniente non verrà catturato, ci ricorda la IEA.
Le rinnovabili, poi, potranno giocare un ruolo decisivo, non prevedibile anche solo pochi anni fa. Secondo l’agenzia internazionale IRENA, la percentuale dei consumi mondiali coperta dall’energia verde potrebbe infatti raddoppiare nei prossimi 15 anni.
Del resto, anche le preoccupazioni sulla sicurezza energetica rafforzano l’esigenza, tra gli altri strumenti, di stabilire politiche coraggiose su efficienza e rinnovabili.
L’adozione di un obiettivo al 2030 sull’efficienza del 35% consentirebbe infatti di ridurre di un terzo le importazioni europee di metano dalla Russia, secondo un recente studio del centro studi inglese IPPR. E passando alle rinnovabili, la definizione di un target europeo del 30% consentirebbe di ridurre di un terzo le importazioni di gas in Italia rispetto ad uno scenario tendenziale.
Il prossimo 23 settembre si terrà l’assemblea delle Nazioni Unite in cui si farà il punto dell’evoluzione delle posizioni in vista della Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi del 2015.
Da Europa, Usa e Cina arrivano segnali che fanno sperare in un successo dei negoziati.
Ha esordito la Commissione Europea proponendo, non senza forti resistenze, come quella della Confindustria europea, un taglio del 40% delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto al 1990. Ha risposto Obama con la più drastica proposta mai avanzata negli Stati Uniti, quella di ridurre del 30% le emissioni di anidride carbonica del settore elettrico entro il 2030 rispetto al 2005. Una mossa giocata d'astuzia, dribblando un Congresso ostile ed utilizzando i poteri dell'EPA, l’agenzia per la protezione dell’ambiente.
In questo quadro in movimento, diventa quindi decisiva la posizione della Cina che ha ormai raggiunto un livello di emissioni pari alla somma della CO2 di Europa, Stati Uniti e Giappone. Per la prima volta, seppure a livello personale, il presidente del Comitato cinese sui cambiamenti climatici He Jiankun ha annunciato che Pechino introdurrà, oltre ad un obiettivo di riduzione dell'intensità di carbonio, anche un tetto assoluto alle emissioni.
Insomma, diversi elementi fanno ritenere che a Parigi si possa raggiungere un accordo che rappresenti un passo in avanti nella lotta per il clima. Ma serviranno comunque altri passaggi più incisivi e vincolanti, magari nel 2020. La corsa contro il tempo è iniziata.
[1] G7, raggruppa i seguenti paesi industrializzati: Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti
[2] E7, raggruppa i seguenti paesi emergenti: Cina, India, Brasile, Russia, Indonesia, Turchia e Messico
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