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Il dato è tratto: l'Italia dice addio al fiscal compact

01/10/2014
Dopo gli ultimi, inquietanti dati Istat su inflazione e disoccupazione, con <a href='http://ilcampodelleidee.it/doc/303/nota-di-aggiornamento-del-documento-di-economia-e-finanza-2014.htm' target=''>la nota di aggiustamento del Def</a> il governo ha precisato che sfrutterà tutte le risorse possibili per arrivare a un deficit del 3 per cento. Segno anche che ancora non è riuscito a trovare risorse con lotta all'evasione fiscale e con una migliore efficienza della spesa pubblica.

Il dato è tratto: l’Italia dice unilateralmente addio al fiscal compact. Lo farà gettando nella fornace della crisi una parte consistente dei miglioramenti che l’anno venturo ci avrebbero potuto portare ad avere un deficit delle pubbliche amministrazioni di valore complessivamente appena superiore al 2 per cento del Prodotto interno lordo.

La conseguenza è che slitterà per ora al 2017 (poi si vedrà) l’appuntamento con quello che i tecnocrati chiamano pareggio strutturale, inizialmente fissato al 2016, che dovrebbe servire ad avviare un percorso di riduzione dell’enorme debito pubblico accumulato negli anni dal Paese.

Questo significa che, almeno per il momento, il governo non è riuscito a trovare con l’efficientamento della spesa pubblica e il recupero dell’evasione fiscale tutte le risorse che servono per coprire gli 80 euro, la promessa di ulteriore taglio dell’Irap e risvegliare l’economia boccheggiante, ma anche che il Paese non può più attendere.

Gli ultimi dati dell’Istat su prezzi e occupazione, e del Cnel sul lavoro, dimostrano che l’inflazione continua a calare, la produzione industriale non accenna a ripartire, la domanda interna di consumi e investimenti langue, la disoccupazione cresce e non si intravede ancora un argine verso la stagnazione: l’indice nazionale dei prezzi al consumo a settembre ha fatto registrare un arretramento dello 0,3 per cento rispetto ad agosto e dello 0,1 se lo si paragona a settembre 2013. I dati sulla disoccupazione sono altrettanto preoccupanti, anche se con qualche segno di movimento: il tasso di disoccupazione generale (numero di disoccupati rispetto al numero delle persone attive tra i 15 e i 64 anni) si è attestato ad agosto al 12,3 per cento, lo 0,3 per cento rispetto a luglio e lo 0,1 rispetto allo stesso mese dello scorso anno ( 82 mila disoccupati in meno). Ma nello stesso tempo il tasso della disoccupazione giovanile ad agosto ha toccato quota 44,2 per cento, l’1 per cento in più di luglio e il 3,6 dello scorso anno, il peggior risultato dal 1977. In questo contesto, il Cnel ha chiarito che per tornare ai livelli pre-crisi, cioè a prima del 2007, l’Italia dovrebbe creare due milioni di posti di lavoro entro il 2020. In pratica, solo un sogno.

Da qui dunque, dalla situazione gravissima del Paese, oltre che dal ritardo e dalla difficoltà nel trovare le risorse finanziarie che servono in altro modo, la decisione di sfruttare fino in fondo e senza attendere la decisione di Bruxelles lo spazio di disponibilità per spingere il bilancio delle pubbliche amministrazioni fino a uno sbilancio praticamente pari al massimo possibile. Quest’anno l’Italia non farà alcuna manovra di aggiustamento e con il Prodotto interno lordo addirittura in calo (meno 0,3 per cento) il deficit sarà pari al 3 per cento Pil. Nel 2015, quando il Pil potrebbe crescere dello 0,6 (previsioni quanto mai ottimista) il deficit sarà del 2,9 per cento, invece del 2,2, per utilizzare quel margine dello 0,7, grosso modo una decina di miliardi di euro, più o meno quanto costerà nel 2015 la copertura degli 80 euro se proprio si vuol fare un paragone, fino in fondo.  

Gli 80 euro, dunque, l’Irap, qualche denaro in più sugli ammortizzatori sociali (Renzi ha parlato di 1,5 miliardi, un chip rispetto a quanto costerebbe la vera riforma degli ammortizzatori di cui si parla), di un miliardo per la scuola e altrettanto per consentire ai comuni di superare il patto di stabilità interno e poter fare i propri lavori. Più le coperture che ogni anno bisogna trovare, dalle missioni internazionali agli altri capitoli che ci si trascina dietro di bilancio in bilancio.

 

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