
Il tema dell’Agenda Digitale (http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52010DC0245...) è da anni considerata la “pietra filosofale” della crescita. Su questo tema sono stati investiti molti fondi e molti sforzi in questi anni, tuttavia non sembra che abbiano sortito gli effetti sperati.
L’idea semplicistica che basta investire sull’”agenda digitale” per raggiungere la crescita si è rivelata non vera. I numeri parlano chiaro e devono aiutarci a riflettere.
Basta prendere ad esempio i dati della banda larga per accorgersi che in Italia abbiamo investito molti soldi per arrivare ad una copertura quasi totale di banda larga (94,8% intorno ai 10Mb/s) come la Germania o la Gran Bretagna, nel 2007 eravamo al 78,5%. A fronte di una crescita della banda larga del 21%, il PIL pro-capite italiano, negli stessi anni, è tornato ai livelli del 1996(ISTAT). Le stime che leggiamo su molta stampa non sono evidentemente suffragate dai fatti. Ci deve essere qualcos’altro che spiega la differenza in termini di crescita di altri paesi.
Se guardiamo anche al tema delle startup non troviamo una situazione migliore. Malgrado siamo pieni di stime con dati positivi esse rimangono appunto stime che quando si confrontano con i fatti appaiono sempre stime per eccesso. Mariana Mazzuccato ha analizzato le dinamiche delle startup sostenendo che esse non possono essere il veicolo di un processo di crescita di lungo periodo. E d’altra parte se leggiamo i dati troviamo anzitutto che come startup viene inserito di tutto, abbiamo perfino incubatori universitari che hanno finanziato startup di baby sitter. Spesso insieme ad aziende realmente innovative che creano servizi o prodotti eccezionali sulla base di un know-how specialistico e distintivo, troviamo piccole aziende che di ICT(o di ricerca in genere) hanno pochissimo.
Il discorso sulle startup merita molto più spazio per essere affrontato ma se guardiamo anche qui i numeri ci dicono che solo 21 delle 2100 startup iscritte nel loro apposito registro sono sopra il milione di euro(http://blog.startupitalia.eu/ecco-le-21-startup-italiane-con-almeno-1-mi...). Un po’ poco per un fenomeno che vede solo Invitalia mettere a disposizione 200 milioni in questi giorni senza tener conto dei finanziamenti che tutte le regioni e gli altri enti investono continuamente. Siamo intorno all’1% delle startup, un po’ come nel West la proporzione dei cacciatori d’oro che trovavano una miniera e quelli che provavano a scavare. Spesso vediamo startup citate più per i soldi che gli investitori gli danno (pubblici e privati) che per quelli che ricavano dal mercato, un fenomeno non solo italiano ma che ormai è sotto l’occhio critico anche negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti questo tema comincia ad emergere perché avere delle aziende sovrafinanziate significa che esse possono fare dumping ad altre aziende facendo saltare le regole del libero mercato e della concorrenza. E quanti contratti a tempo indeterminato stanno producendo? Eppure tutti sappiamo che uno dei più importanti fattori di crescita è l’occupazione (e i richiami dei Governatori della Banca d’Italia e della BCE in tal senso sono sempre più forti).
Con le smart city non andiamo meglio, spesso ci troviamo nella contraddizione di voler costruire parcheggi con i sensori in terra e contemporaneamente tagliare sui posti agli asili nido. In numerose indagine viene descritto come i migliori lavoratori professionalizzati siano attirati maggiormente da un ottimo welfare che da un salario più alto. Pekka Himanen e Manuel Castells nel loro libro sulla competitività finlandese, ad esempio, indicano come il welfare state sia una delle componenti fondamentali per sostenere un ecosistema dell’innovazione. E questo avviene anche nelle aziende più importanti dell’ICT nelle quali esiste un sistema di welfare aziendale molto esteso. Forse dovremmo prestare più attenzione al welfare anziché sacrificarlo.
Il governo Monti aveva lanciato un bando di circa un miliardo di euro sulle smart city, eppure non sembra che questo sia stato volano di crescita in generale e nemmeno per il solo comparto ICT.
Se guardiamo con attenzione i paesi che crescono di più hanno sì investito in agenda digitale e in banda larga ma lo hanno fatto soprattutto investendo su un mix di fattori che tutti insieme hanno fatto guadagnare al sistema paese dei notevoli vantaggi. Se guardiamo la Germania notiamo che uno dei maggiori sforzi economici è stato fatto verso il sistema formativo e verso la ricerca nei settori ICT e hi-tech in generale. La Korea del Sud che in 30 anni passa da circa ¼ del nostro PIL procapite a superarlo ampiamente è un altro caso eclatante. Un Paese dove si raggiunge il 75% della popolazione laureata.
L’agenda digitale è un po’ come se volessimo fare il pane. Certo che la farina serve ma se mettiamo solo farina senza acqua, lievito, sale, la lavorazione e il tempo non produciamo nessun pane. Produciamo, al massimo, una montagna di farina bruciata inutile.
Il governo si appresta ad investire altri circa 5 miliardi di euro per portare la banda larga a 30 Mb/s o a 100 Mb/s ma siamo il paese con un abbandono scolastico del 17% di giovani fermi ad un titolo di studio di media inferiore contro il 12,4% della Gran Bretagna, il 9,9% della Germania e il 9,7% della Francia. E il fattore istruzione non è affatto secondario né sulla digitalizzazione del Paese, né tantomeno sulla crescita. Per non parlare del fatto che quest’anno i 700 mila ragazzi che abbandonano gli studi potranno contare su circa un terzo dei finanziamenti di cinque anni fa.
La discussione sullo jobs act per ora si è ad esempio concentrata sull’art.18 e non ha fatto emergere davvero che cosa il governo ritiene di fare sulla formazione continua, elemento necessario in una società digitale che imporrà continui cambiamenti tecnologici e di processo. In un bellissimo libro del 2013, che ha acceso un notevole dibattito nell’opinione pubblica mondiale, Erick Brinjolfsson e Robert McAfee docenti del MIT segnalano come sia importante che gli uomini investano in istruzione e creatività per non vedersi “rubare” il lavoro dai robot e software sempre più sofisticati. Non c’è digitale senza cittadini con un livello culturale e di istruzione sempre più elevato.
Mentre la Kroes andava in giro per l’Europa a parlare di banda larga o startup un pericoloso processo di deindustrializzazione ha portato l’unione a perdere ad esempio Nokia e a mettere in crisi l’industria innovativa europea (Siemens, Ericsson, per non parlare di quella italiana tutta). Ormai l’Europa è sempre più ridotta a mercato per tecnologie e servizi extra europei. Se volevamo diventare l’area mondiale più competitiva nell’economia della conoscenza abbiamo sicuramente sbagliato qualcosa.
L’Agenda digitale europea, e tanto più quella italiana, è stata segnata da un eccesso di investimenti sulla banda larga fissa o sulle startup mentre non si è investito adeguatamente in ricerca, industria, formazione e alta formazione, cultura manageriale, competenze ed esperienze, cambiamento culturale e welfare.
L’agenda digitale europea, e di traino quella italiana, sono state condizionate da “mode” o concetti che sono sicuramente ingredienti ma spesso hanno sviato investimenti ed energie da temi altrettanto importanti e prioritari quali la formazione o la ricerca. Il risultato è stato che mentre aumentavamo gli investimenti sulla banda larga o il MIUR pubblicava il bando sulle smart city da un miliardo di euro continuavano tagli sulla ricerca, sull’università, sulla scuola, la deindustrializzazione di molti settori hi tech nazionali.
I diversi fattori della crescita dovrebbero marciare di pari passo, non basta individuarne il giusto mix. In un processo di evoluzione tra la situazione presente e gli obiettivi a cui vogliamo arrivare è necessario che tutti i fattori crescano proporzionalmente nel tempo evitando. Si è dimostrato assolutamente deleterio concentrare, anche in Europa, ogni fondo disponibile sui 30 o 50 Mb/s nella banda larga (peraltro mai raggiunti) e non voler investire con la stessa forza su altri obiettivi europei come il 40% di laureati o il 3% di PIL investito sulla ricerca o lo sviluppo di una industria europea innovativa (dove invece gli investimenti sono calati drasticamente). I dati sarebbero dovuti marciare insieme ma qui sta alla abilità della politica non farsi condizionare da interessi economici e sostenere politiche in grado di promuovere l’interesse generale.
Sarebbe meglio costruirsi una “agenda” che ad esempio aumenti la verifica e i controlli della qualità della banda larga affinché siano disponibili 10Mb/s veri (siamo anche uno dei paesi con la qualità più bassa della banda larga), concentrando maggiori sforzi ad esempio sulla spesa in ricerca e istruzione o sulla formazione continua specialistica. Se consideriamo poi che i sostenitori della banda larga ultraveloce sanno proporci come “applicazione killer” solo la tv online è possibile pensare diverse priorità.
Dunque come si vede il discorso sulla digitalizzazione è molto più complesso di come è stato trattato in questi ultimi anni. E’ necessario ripensare l’intera agenda digitale e soprattutto la sua pianificazione. La nuova Commissione che sta per insediarsi è una buona occasione per farlo. E’ necessario rivedere i parametri di valutazione degli avanzamenti per riportarli nell’ambito nazionale (non è pensabile che l’Italia che ha la maggior parte dei suoi abitanti in piccoli comuni sparsi tra montagne sia misurata con gli stessi parametri di paesi che hanno la popolazione concentrata in poche città) e avere un approccio equilibrato e bilanciato tra i diversi fattori di crescita.
Può venirci utile allora assumere un approccio bilanciato alle politiche sul digitale. Ad esempio utilizzando le “balanced scorecard” di Kaplan e Norton e una pianificazione che promuova una progressiva evoluzione verso gli obiettivi investendo su tutti i fattori contemporaneamente e in proporzione alla loro importanza.
Sarebbe utile recuperare la cultura della pianificazione industriale e sociale impostando una politica pubblica in grado di analizzare i fenomeni e pianificare gli interventi partendo dai numeri delle statistiche prima che delle “stime”, senza farsi condizionare troppo da interessi di parte. Sta alla Commissione, al governo e alle regioni reimpostare l’agenda digitale, uscire dagli stereotipi e trasformarla in uno strumento per la crescita e il benessere economico. I dati dicono che è evidente l’errore di rotta e di guida degli ultimi anni. I governi locali sono chiamati a farsi attori per utilizzare meglio i fondi e trasformarli in benessere (e crescita).
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