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Bersani: per la sicurezza energetica né dipendenza né indipendenza, ma reciprocità. Il mondo sicuro è un mondo in cui tutti dipendono da tutti.

23/10/2014
Energia, secondo seminario Nens. Le proposte sulla politica europea per la sicurezza energetica. Relazioni di Fanelli, Silvestrini, De Paoli. Sul fronte del mercato interno servono una nuova strategia per la raffinazione, il rafforzamento delle interconnessioni, un sistema di scorte obbligatorie di gas e limiti al peso di un singolo Paese fornitore; mentre sul fronte della politica estera occorre rafforzare le relazioni con i tradizionali fornitori ma anche assumere nuove iniziative verso un mercato unico dell’energia con il Nord America, per lo sfruttamento degli ampi giacimenti di gas nel sud-est del Mediterraneo, per l’accelerazione del “corridoio Sud” e per l’interconnessione della sponda Sud del Mediterraneo.

Nens, il centro studi fondato da Bersani e Visco, continua il lavoro di approfondimento, studio e confronto per dare un contributo alla definizione della posizione italiana sugli obiettivi europei di politica energetica e climatica. Il primo incontro di lavoro si è svolto il 10 luglio scorso. Il secondo incontro si è svolto il 13 ottobre a Roma con il coordinamento di Pier Luigi Bersani e la partecipazione di numerosi esperti, manager, docenti impegnati in questi settori. In sintesi, le conslusioni possono essere riassunte così: sul fronte del mercato interno servono una nuova strategia per la raffinazione, il rafforzamento delle interconnessioni, un sistema di scorte obbligatorie di gas e limiti al peso di un singolo Paese fornitore; mentre sul fronte della politica estera occorre rafforzare le relazioni con i tradizionali fornitori ma anche assumere nuove iniziative verso un mercato unico dell’energia con il Nord America, per lo sfruttamento degli ampi giacimenti di gas nel sud-est del Mediterraneo, per l’accelerazione del “corridoio Sud” e per l’interconnessione della sponda Sud del Mediterraneo. Queste sono le principali indicazioni scaturite dal secondo di quattro seminari Nens con amministratori, tecnici, manager, docenti universitari sui temi dell'energia e del clima.

La relazione introduttiva è stata svolta dal’ing. Tullio Fanelli, sub commissario dell’ENEA.
Per Fanelli il tradizionale approccio europeo sulla sicurezza energetica, di tipo congiunturale, non è più sufficiente perché l’energia nel mondo è in una fase di straordinaria evoluzione che ha già determinato importanti effetti sul piano economico, politico e della sicurezza degli approvvigionamenti.
Alcune innovazioni tecnologiche nel settore dell’estrazione degli idrocarburi (fratturazione idraulica e di perforazione orizzontale) hanno drasticamente ridotto i costi di produzione di almeno due tipologie di idrocarburi non convenzionali, ovvero quelli da scisti argillosi (shale) e da formazioni sabbiose a bassa permeabilità (tight).
Il primo impatto di tale evoluzione si è registrato nel Nord America: la produzione di gas è ormai eccedente rispetto al fabbisogno e la produzione di petrolio renderà questa area (USA, Canada e Messico) indipendente dalle importazioni entro i prossimi 3/4 anni.
I giacimenti di gas e petrolio non convenzionale sono ampiamente presenti in molte altre aree del mondo, inclusa l’Europa, ma la produzione dipenderà anche dalla disponibilità di attrezzature per la perforazione, sulle quali il Nord America ha una posizione dominante, e dalla sensibilità ambientale dei diversi Paesi, dato che certamente non è trascurabile l’impatto sull’ambiente di tali produzioni, connesso anche alla necessità di utilizzare ingenti quantità di acqua ed additivi.
L’aumento della produzione USA ha determinato importanti conseguenze sui prezzi dell’energia: negli USA il petrolio (WTI), che da decenni quotava a valori superiori rispetto all’Europa (Brent), ha ora invece un differenziale negativo; i prezzi del metano sono crollati fino a valori di oltre 3 volte inferiori a quelli europei; i prezzi dell’energia elettrica sono la metà di quelli europei.
Secondo Fanelli la situazione dei mercati energetici nel mondo ad oggi è tutt’altro che stabilizzata perchè i prezzi degli idrocarburi non sono in equilibrio non solo dal punto di vista territoriale ma anche da quello del rapporto tra i prezzi e i costi marginali (i prezzi del petrolio sono elevati, mentre i prezzi del gas sono vicini ai costi marginali negli USA ma molto superiori nel resto del mondo) e della correlazione petrolio/gas (negli USA il prezzo del gas, a parità di energia, è inferiore di 4-5 volte a quello del petrolio, mentre in Europa il rapporto oscilla intorno a 2).
Questo disequilibrio dei prezzi non è fondato su motivazioni strutturali: la segmentazione dei mercati è dovuta sia a normative nazionali (dagli Stati Uniti non è possibile esportare idrocarburi senza particolari autorizzazioni) sia ad una “adeguata” carenza infrastrutturale che consente ai produttori di sostenere i prezzi. Tuttavia la maggiore disponibilità dell’offerta e la profonda evoluzione della geografia delle produzioni, non consentiranno a lungo di ostacolare una prospettiva di evoluzione concorrenziale del mercato.
Per fare una valutazione delle conseguenze economiche dello scenario attuale dell’energia Fanelli ha evidenziato che gli USA e la Cina hanno rispettivamente circa il 50% ed il 67% di fossili “a basso costo”, ovvero carbone e (solo per gli USA) metano. L’Europa ha invece solo il 17% di carbone. Ne derivano prezzi medi dell’energia significativamente diversi tra l’Europa e i suoi maggiori competitori economici: secondo la IEA nel 2012 in Europa i prezzi dell’energia per l’industria (tasse incluse) sono risultati circa il doppio di quelli USA e il 60% superiori a quelli cinesi. Oltre agli effetti in termini di costi degli approvvigionamenti, le maggiori conseguenze economiche derivano quindi dalla propensione delle industrie a maggiore intensità energetica (Chimica, Alluminio, Cemento, Acciaio, Carta, Vetro) a insediarsi nelle aree a minor costo energetico, spesso seguite anche dai settori industriali dell’indotto e dai servizi connessi.
Questo è uno dei principali motivi per cui gli USA hanno da tempo superato la crisi economica, mentre l’Europa stenta a ritrovare la via dello sviluppo.
Per quanto riguarda gli aspetti politici, Fanelli ha evidenziato che la progressiva autonomia energetica consentirebbe agli USA già nel breve termine di limitare i propri acquisti di petrolio al continente americano (Canada, Messico, Brasile e eventualmente Venezuela), ed ha già causato una riduzione delle forniture dal Golfo Persico e dall’Africa occidentale.
Questo non implica che la politica USA arrivi a trascurare le crisi che affliggono il Medio Oriente, il Golfo persico, il Caspio e l’Africa, ma è evidente che, salvo gli interessi delle compagnie petrolifere, sono venute meno le motivazioni energetiche ad agire per la stabilità di queste aree .
Una nuova politica europea per la sicurezza energetica dovrebbe superare il (pre)concetto che essa sia solo un costo aggiuntivo, che pesa sui prezzi dell’energia e quindi va limitata allo stretto indispensabile. Ciò è l’esito di una valutazione statica e non dinamica dei costi e dei benefici, che non consente di “vedere” le relazioni tra prezzi e abbondanza di offerta potenziale: una raffineria, un rigassificatore o una centrale a olio sottoutilizzati, se essenziali per rimuovere l’indispensabilità dei fornitori, possono generare effetti positivi sul livello dei prezzi molto superori ai costi sopportati.
Sul fronte interno la strategia dell’U.E. dovrebbe essere quindi finalizzata in primo luogo alla disponibilità di una adeguata dotazione infrastrutturale.
Per quanto riguarda il petrolio il sistema infrastrutturale più critico è certamente quello della raffinazione, in cui la strategia non può essere basata solo su un piano di chiusure; infatti, in un quadro in cui le condizioni di svantaggio delle raffinerie europee rispetto a quelle mediorientali, USA o asiatiche sono dovute principalmente a maggiori costi di approvvigionamento e da un minore indice di complessità, il vantaggio dei minori costi di trasporto può essere insufficiente per consentire la sopravvivenza. In sostanza la chiusura di alcuni impianti potrebbe non salvare quelli rimasti. La strategia dovrebbe invece basarsi su più innovazione e più ambiente, attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie che consentono la produzione di carburanti di qualità più elevata che contribuiscano a ridurre le emissioni di polveri sottili. Gli investimenti sarebbero motivati economicamente non solo dagli incentivi ma dalla creazione di un mercato di carburanti meno aggredibile (almeno per alcuni anni) dalla concorrenza internazionale; a fronte di eventuali maggiori oneri, i consumatori avrebbero un concreto vantaggio in termini di qualità dell’aria e di minori vincoli e oneri per la circolazione nei centri urbani.
Nel settore del gas occorre procedere non ad un generico rafforzamento delle interconnessioni interne e delle infrastrutture di importazione (come si suggerisce genericamente nella Comunicazione della Commissione sulla sicurezza energetica dello scorso maggio) ma alla realizzazione prioritaria e puntuale di tutte quelle infrastrutture necessarie a realizzare l’ “N-1” europeo, ovvero un sistema di metanodotti interni e di importazione e impianti di rigassificazione che consenta all’Europa di disporre di capacità sufficiente a fare a meno in modo permanente del maggiore Paese fornitore; inoltre è necessario rafforzare gli stoccaggi istituendo un sistema di scorte obbligatorie di metano, analogo a quello esistente per il petrolio.
Sempre sul fronte interno la strategia dell’U.E. dovrebbe inoltre puntare sull’efficienza energetica come nuovo driver della politica europea per recuperare competitività.
Sul fronte della politica estera (perché le infrastrutture non bastano se non si creano le condizioni per utilizzarle), andrebbero assunte forti iniziative:
• per il mercato unico dell’energia con il Nord America (tema su cui l’iniziativa, paradossalmente, è stata fino ad oggi più degli USA che dell’U.E.);
• verso gli Stati della sponda Sud del Mediterraneo, attraverso progetti infrastrutturali di interconnessione (nel settore dell’energia elettrica e del gas) che rappresenterebbero anche un concreto atto politico per concorrere alla soluzione delle molteplici crisi locali e per contenere i flussi migratori;
• per lo sfruttamento degli ampi giacimenti di gas nel sud-est del Mediterraneo, favorendo soluzioni di reciproco vantaggio per gli Stati coinvolti (Cipro, Turchia, Israele, Libano);
• per l’accelerazione e il rafforzamento del cosiddetto “corridoio Sud”, ovvero del sistema di gasdotti che dovrebbe convogliare in Europa il gas dell’area del Caspio e, in prospettiva, dell’area del Golfo persico;
• per il rafforzamento delle relazioni con il Golfo persico e l’Africa occidentale, al fine di “compensare” l’eventuale parziale disimpegno USA.
Nel loro complesso le iniziative sul fronte della politica estera dovrebbero essere finalizzate al rafforzamento della competizione internazionale nei mercati degli idrocarburi e, conseguentemente, al superamento della frammentazione dei mercati stessi.
In particolare nell’area del Mediterraneo l’obiettivo di lungo termine dovrebbe essere le creazione di un mercato unico dell’energia, che consentirebbe reciproci vantaggi ai Paesi delle due sponde.
In chiusura della sua relazione, Fanelli ha auspicato che l’Europa prenda atto, anche in termini organizzativi, che oggi non è più possibile trattare di energia e ambiente senza occuparsi anche di sviluppo economico e di politica estera.

La relazione introduttiva è stata seguita da due relazioni di approfondimento tematiche.
La prima, a cura di Luigi De Paoli, professore ordinario di Economia dell'energia e di economia dell'ambiente alla Bocconi, è stata focalizzata sulla sicurezza delle forniture di gas in Europa e in Italia. Dopo aver commentato i dati dello scenario di riferimento utilizzati dalla Commissione (la
dipendenza dalle forniture estere è attesa in ulteriore aumento) De Paoli ha analizzato il Regolamento europeo sulla sicurezza dell’approvvigionamento di gas (approvato nel 2010 dopo la crisi russo-ucraina del 2009), con particolare riferimento alle norme in materia di infrastrutture e in materia di approvvigionamento. Per quanto riguarda le prime ha sostenuto che regola dell’N-1 (nel caso di guasto della principale infrastruttura di gas, la capacità delle rimanenti infrastrutture deve essere in grado di soddisfare la domanda totale durante una giornata di domanda particolarmente elevata, cioè che si osserva con probabilità di una volta ogni venti anni) indica chiaramente come si può agire per aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento del gas sia dal lato offerta (incrementando produzione nazionale, stoccaggi e GNL) che dal lato domanda (fuel switching, interrompibilità e altre misure possono essere senz’altro «cost-effective»); tuttavia la norma insiste molto di più sulle infrastrutture che sulla garanzia della materia prima (ci può essere un’abbondanza di capacità di gas nei punti di ingresso, ma se qualcuno non inserisce il gas…) e non considera adeguatamente il rischio di «common failure» per ragioni non tecniche.
In merito alle norme in materia di approvvigionamento ( le «imprese di gas naturale» devono garantire ai «clienti protetti» l’approvvigionamento di gas per 7 giorni di domanda di picco, 30 giorni di domanda eccezionalmente elevata, ovvero di frequenza ventennale, e 30 giorni nel caso di guasto della principale infrastruttura e in condizioni invernali medie) De Paoli osserva che esse appaiono vaghe sia con riferimento alle regole per garantire la fornitura ai clienti protetti da parte delle «imprese di gas naturale» (non precisano quali sono le forme di garanzia riconosciute) sia riguardo alla definizione dei «clienti protetti» (come riconosciuto dalla stessa Commissione) che non include ad esempio i produttori di elettricità.
De Paoli si è quindi soffermato su due questioni specifiche. In primo luogo ha osservato che il contributo del GNL alla sicurezza non è scontato in un quadro in cui è crescente il numero dei Paesi importatori ma è sostanzialmente stabile quello dei Paesi esportatori: nel 2013 la capacità annua nominale dei rigassificatori nell’UE era di 192 Gmc ma l’import di GNL è stato di soli 53 Gmc.
In secondo luogo ha rilevato che in Europa mancano sia una regolazione uniforme per gli obblighi di stoccaggio, sia uno stoccaggio strategico comune a livello UE e soprattutto mancano gli stimoli allo stoccaggio per affrontare situazioni di crisi.
Più in generale secondo De Paoli la strada dell’integrazione del mercato e di collaborazione tra gli Stati membri indicata dall’U.E. è senz’altro condivisibile e abbassa i costi della sicurezza, ma il riflesso nazionale negli Stati membri è ancora molto forte (il Nord Stream ne è una prova), mentre la strada dello sviluppo delle infrastrutture (gasdotti, GNL, stoccaggio), se i costi sono socializzati, pone alcuni interrogativi sia riguardo al valore stesso della sicurezza (vale poco se le infrastrutture
sono eccedentarie e la domanda è stabile o calante) sia in merito alla disponibilità a pagare per la sicurezza dei clienti finali (gli studi fatti per altri casi, ad esempio rinnovabili e CO2, mostrano che solitamente i costi imposti superano molto tale disponibilità).
In particolare per quanto riguarda l’Italia De Paoli, considerando che oggi rispetta la regola dell’N-1 (non di molto secondo l’AEEG, abbastanza secondo Snam) e che in prospettiva la situazione dovrebbe migliorare grazie all’incremento degli stoccaggi di Stogit e del TAP, ha posto la questione se ci sia ancora bisogno di nuovi rigassificatori in Italia come indicato dalla SEN.
In conclusione De Paoli ha sottolineato che il primo principio per garantire la sicurezza a costi contenuti è la diversificazione e che oggi in Europa non esiste una regola per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento (paese d’origine); implicitamente ciò significa che si trascura l’ipotesi di mancanza di fornitura per una crisi politica duratura. Per superare questo limite una possibile soluzione è quella di introdurre l’obbligo di non superare un certo limite di import di gas da un solo Paese (per es. il quantitativo minore tra il 40% dell’import totale o il 30 % del consumo interno lordo). Gli Stati membri potrebbero rispettare il limite sia individualmente che aggregandosi (ciò potrebbe dare una spinta alla collaborazione/integrazione) .

La seconda relazione di approfondimento, a cura Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto club, è stata focalizzata sul ruolo dell’efficienza energetica ai fini della sicurezza.
Secondo Silvestrini esiste ancora un vasto potenziale di intervento nell’efficienza, in particolare nel settore civile dove ancora poco si è fatto in termini di interventi strutturali sugli involucri degli edifici. L’efficienza è quindi la vera nuova fonte energetica virtuale sulla quale l’Europa dovrebbe puntare come nuovo driver della politica europea per lo sviluppo; le direttive europee, anche recenti, risentono infatti di una sostanziale obsolescenza dell’inquadramento che non tiene conto che l’efficienza energetica oggi è:
• il principale strumento per ridurre la dipendenza energetica senza creare nuove e più gravi forme di dipendenza industriale (siderurgia, chimica etc.);
• uno dei pochi driver di investimento a disposizione per l’investimento privato, posto che, in un contesto economico deteriorato, gli investimenti in efficienza sono tra i pochi che possono essere effettuati sulla base di assunzioni economiche affidabili, in quanto i flussi sono costi evitati e non maggiori ricavi;
• l’unico modo, nel settore industriale, per sperare di recuperare il gap di costo dell’energia che si sta divaricando tra l’Europa e i suoi concorrenti a livello asiatico e americano;
• uno degli strumenti più efficaci per intervenire sulla spesa pubblica, perché nella P. A. gli investimenti in efficienza consentono di ridurre la spesa corrente senza indurre significativi effetti depressivi sull’economia (al contrario degli altri tagli della spesa pubblica) in quanto riducono costi connessi ad importazioni e non a valore aggiunto interno.
Sull’efficienza energetica l’Italia può legittimamente ambire ad assumere la leadership in ambito europeo perché nel nostro Paese esistono eccellenze a livello tecnologico e industriale ed è già vigente un articolato sistema normativo che per molti versi è all’avanguardia.
Quindi in l’Italia, più che in ogni altro Paese europeo, l’efficienza energetica può avere una duplice valenza economica in quanto:
• da una parte può consentire all’intero sistema industriale di recuperare competitività rispetto alla concorrenza internazionale;
• dall’altra può permettere di sviluppare un vero e proprio nuovo settore produttivo, orientato non solo al mercato interno ma anche al mercato internazionale, composto da imprese manifatturiere impegnate nella produzione di sistemi e componenti e da un terziario avanzato dedicato alla progettazione e alla gestione di sistemi di efficienza energetica.
Per raggiungere questo obiettivo è certamente importante che l’Italia promuova a livello europeo una nuova strategia di intervento, ma allo stesso tempo è possibile anticipare l’eventuale impulso europeo attraverso il varo di nuovi provvedimenti integrativi o migliorativi di quelli esistenti.
Tali provvedimenti dovrebbero riguardare sia la domanda interna di efficienza (domestica, pubblica e industriale), attraverso ad esempio nuovi strumenti finanziari per favorire gli investimenti strutturali su interi edifici, sia l’offerta, attraverso la promozione delle capacità delle nostre imprese di offrire prodotti e servizi innovativi di efficienza energetica.

Alle tre relazioni iniziali è seguito un ampio e interessante dibattito.

Alessandro Gilotti, Presidente dell’Unione Petrolifera. Le scelte in materia di sicurezza energetica che vengono fatte dai decisori politici ignorano spesso una analisi di costi-benefici. Ciò è evidente nel settore delle energie rinnovabili dove i costi sostenuti dai consumatori finali sono di entità non commisurabili con analoghe scelte effettuate negli altri Paesi della UE. Tale marcata analisi è evidente anche nel settore dei biocarburanti dove sono state adottate misure senza alcuna valutazione della sostenibilità di tali scelte. Per il settore della raffinazione del petrolio, polo considerato strategico, non viene adottata alcuna iniziativa che corregga la concorrenza distorta che l’Europa subisce dai paesi orientali, mediorentali e del Nord America favoriti da condizioni molto competitive per effetto di un costo d’energia molto basso e di altre componenti di costi (ambientali, sociali, autorizzativi) non comparabili con quelli europei. Il rischio di dipendenza da importazioni di prodotti finiti è molto concreto con la possibile scomparsa dell’intero sistema di raffinazione nazionale con la conseguente perdita di know how, di forza lavoro qualificato, di indotto tecnologicamente avanzato e di forte rischio per la sicurezza energetica del Paese soprattutto in un comparto quale quello del Trasporto su cui il petrolio continuerà a prevalere ancora per molti anni rispetto alle fonti alternative. In sostanza occorre assumere decisioni che assicurino una transizione controllata e sostenibile verso l’economia decarbonizzata auspicata al 2050.

G.B. Zorzoli, Presidente onorario di Free, ha sostenuto che occorre evitare di sostenere altri costi per investimenti che possono rivelarsi inutili, come avvenuto in Italia nel settore elettrico; posto che le fonti rinnovabili copriranno una quota crescente della domanda, inevitabilmente i consumi di gas diminuiranno e si rischia di avere altri “stranded costs” a carico dei consumatori. D’altra parte i rigassificatori non consentono di diversificare perché il mercato asiatico rimarrà più attraente per i nuovi produttori americani a causa dei prezzi più elevati del gas.

Massimo Mucchetti, Presidente della Commissione Industria del Senato, ha rimarcato la necessità che le strategie, per essere realistiche, abbiano un orizzonte temporale ampio ma non eccessivamente lontano; nessuno può ragionevolmente conoscere ciò che l’innovazione consentirà di ottenere dalle fonti rinnovabili al 2050, mentre è importante oggi puntare sulle tecnologie che concretamente possano produrre nel medio termine benefici in termini di sviluppo e di sicurezza energetica, ad esempio nel settore dei trasporti. Occorre tuttavia che l’Europa e l’Italia non siano meri utilizzatori delle nuove tecnologie, come purtroppo accaduto nel recente passato con riferimento al fotovoltaico e a numerose altre tecnologie, ma siano i luoghi dove si producono, si utilizzano e si esportano nuovi prodotti innovativi.

Gilberto Dialuce, Direttore generale sicurezza approvvigionamento e infrastrutture energetiche del Ministero Sviluppo economico, ha sottolineato le difficoltà per assumere in Europa decisioni sulla sicurezza energetica. La Commissione, supportata da alcuni importanti Paesi, ritiene che il mercato possa risolvere tutti i problemi, ma sottovaluta i tempi necessari al mercato per fornire risposte operative: per approvvigionare un rigassificatore occorrono mesi da quando si manifesta un’esigenza. A causa di questa sopravvalutazione dell’efficienza del mercato gli stress test danno risultati ottimistici sulla sicurezza (salvo i Paesi totalmente dipendenti dalle forniture della Russia). Sul fronte del mercato interno oltre ai problemi infrastrutturali esistono problemi regolamentari: oggi le forniture di gas provenienti da Stati membri non confinanti richiedono procedure complesse e costi rilevanti ai quali peraltro non corrisponde altro che un passaggio virtuale. Numerose incognite esistono anche sui Paesi fornitori diversi dalla Russia: l’Algeria ha ridotto drasticamente le forniture a causa delle mancate ricontrattazioni sui prezzi; analoga situazione riguarda la Norvegia e ancora peggiore è il caso della Libia. In questo contesto la proposta italiana di procedere su un piano di stoccaggi strategici non ha purtroppo trovato il necessario consenso.

Gianni Armani, Amministratore delegato di Terna Rete Italia, ha sottolineato l’importanza della ridondanza nel trasporto per garantire la sicurezza: la rete elettrica di trasmissione è utilizzata mediamente al 30% della capacità. Il problema è attuare le soluzioni infrastrutturali più efficienti evitando i costi della politica locale; il caso del cavo elettrico tra Spagna e Francia è emblematico delle difficoltà di realizzare interconnessioni utili non solo alla sicurezza ma anche alla economicità degli approvvigionamenti, che si potrebbero riprodurre anche nel caso del gas.

Le conclusioni di Pier Luigi Bersani hanno messo a fuoco le relazioni tra la sicurezza energetica e la politica estera europea.
Per Bersani sia il concetto di dipendenza che quello di indipendenza energetica presentano elementi di criticità perché implicano un rapporto non equilibrato con gli interlocutori esterni. "La cosa migliore è la reciprocità. Il mondo sicuro è un mondo dove tutti dipendono da tutti". 
Se alla dipendenza corrisponde un oggettivo problema di limitazione dell’autonomia politica, all’indipendenza possono essere associati elementi negativi in termini di disinteresse o di distacco.
In questo senso l’indipendenza energetica americana va considerata un cambiamento molto rilevante non solo dello scenario energetico ma anche dello scenario politico internazionale.
Le infrastrutture condivise, le relazioni commerciali e i mercati comuni sono gli strumenti per favorire relazioni politiche stabili che sono il presupposto per evitare i conflitti e sostenere lo sviluppo economico. Il ruolo dell’Europa deve essere quindi quello di costruire non solo infrastrutture ma forti legami reciproci che orientino la politica internazionale verso la collaborazione e non verso la contrapposizione.
Le priorità sono dettate dalla geografia prima ancora che dalla storia; e la geografia dice che l’Europa è nel Mediterraneo ma è anche un condomino, insieme alla Russia, della piattaforma euroasiatica. Non si può pensare quindi che le strategie europee non debbano comprendere dei solidi rapporti con la Russia, né che si possano stabilire relazioni con i Paesi dell’ex URSS indipendentemente da quelle con la Russia, che necessariamente rimarrà il loro riferimento politico principale.
Occorre sempre ricordare che i prezzi sono i figli del confronto tra domanda e offerta, quindi va trovata la misura tra un costoso eccesso di infrastrutture e quelle necessarie a sedersi al tavolo delle trattative avendo la possibilità di scegliere e non solo l’obbligo di accettare.
L’Europa ha saputo creare un grande mercato interno dell’energia, che va completato e rafforzato; ora deve saper costruire un mercato energetico ancora più grande e ancora più efficiente, che faccia evolvere l’energia da fattore di instabilità a fattore di sviluppo delle relazioni e delle economie mondiali.

 

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