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Svimez: il Mezzogiorno perde l'aggancio con il Centro Nord. Servono subito investimenti pubblici e privati

28/10/2014
Nell'Italia in recessione e deflazione il Sud ha perso ancora di più, allontanandosi dal Centro Nord. E le previsioni non sono migliori. Investimenti pubblici e privati, formazione, credito. Una proposta Svimez basata su quattro drivers: rigenerazione urbana, aree interne, logistica, industria culturale.

Solo un massiccio intervento di investimenti pubblici e privati potrà rimettere il Mezzogiorno su un cammino di riavvicinamento al resto del Paese. Qualsiasi altro intervento rischia di essere oggi tardivo e inconcludente. Lo si afferma nell’ultimo, drammatico rapporto Svimez, in cui si certifica che l’eredità lasciata dalla crisi ha segnato così profondamente il Sud da allontanarlo ancora di più dalla media dell’Italia, anche se i risultati del Paese nel suo complesso hanno già tutti il segno meno. Dice Riccardo Padovani, direttore dello Svimez: “L’eredità che lascia la peggior crisi economica del Dopoguerra, la cui durata nel Mezzogiorno alla fine sarà paragonabile alla Grande depressione del ’29, è quella di un Paese ancor più diviso e diseguale. Emerge un quadro non più solo somma di variazioni congiunturali negative. E’ invece sempre più evidente che la crisi è strutturale e di un’intensità tale da stravolgere il profilo economico e sociale del Mezzogiorno”. Riccardo Padovani, direttore dello Svimez, racconta così quanto la crisi degli ultimi anni abbia scavato un solco ancora più profondo tra Centro-Nord e Sud, dove gli effetti della lunga fase di difficoltà sono stati ben più ampi rispetto al resto del Paese, allontanando ancora di più il Sud.

Tutti i dati dicono che se la recessione e la stagnazione hanno messo in difficoltà l’Italia, al Mezzogiorno hanno proprio tagliato le gambe. Bastino alcuni dati a dare un’idea cdi che cosa sia accaduto: nel 2013 il Prodotto interno lordo è calato dell’1,9 per cento in Italia, ma questo dato è la media tra il meno 3,5 per cento del Sud ed il meno 1,4 del Centro-Nord. Negli ultimi sei anni il Mezzogiorno è sempre andato indietro, con un Pil arretrato alla fine del 13,3 per cento contro il pur drammatico meno 7,7 per cento dell’intero Paese.
Si è ancora di più allargata la forbice tra il reddito pro capite del Centro-Nord e quello del Sud, e la caduta dell’occupazione è stata così forte da provocare un’altrettanto ripida caduta dei consumi: meno 13 per cento, contro il meno 5,7 per cento della media italiana. Basti pensare che negli ultimi sei anni la spesa per l’istruzione e la cura della persona è scesa nel Mezzogiorno del 16,2 per cento, contro il 5,4 del Centro Nord. Così è accaduto anche per gli investimenti, ridottisi del 33 per cento negli ultimi sei anni, contro il pur pesante 24,5 del Centro-Nord. E in modo particolare per gli investimenti pubblici: la spesa complessiva in contro capitale destinata al Mezzogiorno è passata da 21 a 17,4 miliardi di euro in questi ultimi anni, cioè dall’1,7 del Pil all’1,1.

Ma a preoccupare ancora di più sono le previsioni. Mentre il Centro-Nord, sia pure tra mille difficoltà, quest’anno risulta stazionario e dovrebbe tornare a crescere nel 2015, il Sud è ancora in mezzo al guado: si prevedono altri due anni di recessione e dunque di sacrifici, di sofferenze e di ulteriore distacco dal resto del Paese. Con una crisi sociale che è destinata a toccare livelli di guardia che rischiano di diventare strutturali: dal 2008 al 2013 l’occupazione è calata del 9 per cento, contro il 2,4 del resto del Paese. Nel 2013 per la prima volta gli occupati sono risultati meno di 6 milioni nel Mezzogiorno. Con effetti dirompenti in particolare sui giovani e sulle donne, ma anche, come estrema consequenza, sulla natalità: il Sud si sta svuotando.

Da qui, il grido di allarme e la ricetta indicata dallo Svimez: investimenti pubblici e privati, una politica industriale nazionale ma articolata a livello territoriale e regionale, politiche attive del lavoro e di formazione, attenzione al credito. Una politica di sviluppo basata su quattro drivers:
rigenerazione urbana, rilancio delle aree interne, creazione di una rete logistica in un’ottica
mediterranea, valorizzazione del patrimonio culturale.

Rigenerazione urbana - Nelle città meridionali infatti si presentano in forma acuta tre aspetti critici della condizione urbana europea: tassi di disoccupazione più elevati, espansione urbana incontrollata, dissesto idrogeologico. Pur essendo città costiere e portuali con ampi retroterra da valorizzare per migliorare l'attrattività turistica, le città metropolitane del Mezzogiorno (Napoli, Bari, Palermo, Catania, Messina, Reggio Calabria, Cagliari) continuano a perdere popolazione e a non attrarre, a causa della mancanza di lavoro, popolazione. Diventano luoghi dove aumentano le diseguaglianze di reddito e viene sempre di più meno la capacità di inclusione sociale. Secondo lo Svimez, occorre creare un soggetto istituzionale strutturato che abbia capacità di spesa dei fondi europei e di selezione di progetti e attuazione strategica. Serve inoltre un "Programma nazionale per le città" che unisca investimenti infrastrutturali, recupero e bonifica di aree dismesse o sottoutilizzate, interventi di natura fiscale e amministrativa (zone franche, zone economiche speciali, ecc) che attraggano imprese e capitali, con specifico riferimento al Mezzogiorno, capaci di far tornare l'area urbana luogo di opportunità, con attenzione specifica alle caratteristiche del contesto produttivo e sociale, anche con leggi e interventi straordinari, come nel caso di Napoli. Un grande progetto per Napoli dovrebbe basarsi sulla valorizzazione del giacimento di energia geotermica presente nel sottosuolo per attivare il miglioramento energetico degli edifici pubblici e privati, avvantaggiando intere filiere industriali (allevamento, serri coltura, acquacoltura, florovivaismo) oltre a quella di produzione, installazione e gestione degli impianti, così da contrastare l'immagine degradata di cui si è macchiata negli ultimi anni. Serve un "Piano di primo intervento" incentrato sulla rigenerazione urbana promosso dal centro d'intesa con le Regioni capace di riattivare il ciclo economico della riqualificazione edilizia, con la ripresa dell'occupazione; promuovere innovazione tecnologica nello sviluppare tecniche di intervento su edifici da riqualificare; generare innovazione sociale con la partecipazione attiva delle giovani generazioni; stimolare la nascita di nuove imprese per la gestione di aree verdi e urbane riqualificate.

Aree interne - Le aree interne costituiscono un patrimonio territoriale importante, come serbatoio di aree agricole, forestali e di risorse idriche. Sono particolarmente diffuse nel Mezzogiorno: dei 13,5 milioni di italiani residenti nelle aree interne il 52% vive nel Mezzogiorno. Secondo lo Svimez occorre puntare sulla rigenerazione dei borghi con idonei investimenti e agevolazioni fiscali e contributive, promuovere la creazione di filiere energetiche locali strettamente integrate con il processo di riqualificazione, attraverso anche il coinvolgimento di capitali privati, sostenere una strategia di sviluppo della green economy che unisca il mantenimento degli ecosistemi fluviali, la valorizzazione turistica dei territori, la produzione di servizi agricoli ambientali, affiancando alle indicazioni strategiche una solida visione economica, a iniziare da un programma sovraregionale specifico per l'Appennino.

Logistica - L 'area euro mediterranea si va configurando come una zona di libero scambio e spazio unico di produzione. Per posizione geografica, porti e tradizione armatoriale, l'Italia può svolgere un ruolo determinante nelle attività logistiche legate agli scambi internazionali. A differenza del
Centro-Nord, le aree meridionali negli ultimi anni è mancato un disegno di policy dei trasporti e della logistica orientato all'incentivazione degli investimenti di poli logistici retro portuali aderenti ai porti. Occorre quindi secondo lo Svimez una vera e propria rivoluzione logistica del sistema 
produttivo basata sull'incentivazione delle cosiddette filiere territoriali logistiche: una rete di imprese, soggetti ed attività economiche appartenenti a una determinata area vasta legate verticalmente e connesse da funzioni logistiche avente per obiettivo l'esportazione, soprattutto su mare, di produzione di eccellenze e elaborazione di beni intermedi per la riesportazione di prodotti finiti. Svimez ha ha inoltre individuato delle Aree Vaste specifiche nel Mezzogiorno: la Torrese-stabiese-nocerina, la catanese, l'Abruzzo meridionale, il basso Lazio, l'alto casertano, la pugliese, la piana di Sibari e del Metapontino, la Sardegna settentrionale e meridionale. Infine, ma non in ordine di importanza, servirebbe una riforma di legge strategica delle leggi per i porti e gli interporti così da mettere a sistema le due componenti del sistema logistico nazionale.

Industria culturale – Già negli ultimi Rapporti lo Svimez ha evidenziato come il patrimonio territoriale e culturale del Mezzogiorno possa diventare componente chiave dello sviluppo del territorio, attraverso la creazione di un’adeguata offerta di strutture, servizi per l’accoglienza a sostegno dei già presenti musei e beni culturali e altre attività che possano spaziare dall’enogastronomia al folclore. Continua però a essere molto diffusa in alcune regioni meridionali la considerazione secondo cui la cultura sia un “lusso” che non produce reddito. Non a caso, secondo un’indagine Svimez svolta sulla base dei Conti Pubblici Territoriali, la spesa in conto capitale nel settore tra il 2000 e il 2011 è crollata al Sud del 47,5%; negli anni di crisi 2007-2011 è discesa ancora fino al -54,7%, con punte di circa il -55% in Campania e Puglia e addirittura -73% in Sicilia.

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