
L’accordo tra Usa e Cina sul clima, nato tra lo scetticismo di molti, è molto importante anche se insufficiente ad evitare i 2°C di incremento indicati dalla comunità scientifica come soglia da non superare per evitare cambiamenti irreversibili e catastrofici. Diventa a questo punto molto più probabile il raggiungimento di un accordo alla conferenza mondiale sul clima dell'anno prossimo a Parigi. Anche perché molto è cambiato dai tempi del mezzo fallimento della Conferenza di Copenaghen del 2009.
Tra quell’anno e il 2014 la potenza eolica e solare si è triplicata arrivando a 540 GW, ma soprattutto il costo del kWh eolico si è ridotto del 58% e quello del fotovoltaico del 78%. Lo scorso anno nel mondo si è installata più potenza da rinnovabili che da centrali fossili e nucleari. E’ questa constatazione che fa lanciare la IEA, solitamente criticata per la sua cautela sulle rinnovabili, in scenari secondo i quali entro la metà del secolo le tecnologie solari potrebbero essere il principale produttore di elettricità nel mondo.
Ma l’ottimismo è alimentato anche dalle evoluzioni tecnologiche che stanno avvenendo sul lato dell’efficienza. Nel campo dell’illuminazione, le lampade a Led hanno visto un calo annuo dei prezzi del 15% ed è previsto un ulteriore dimezzamento delle quotazioni entro il 2020. Materiali isolanti innovativi a base di aerogel hanno visto i costi ridotti del 70% negli ultimi tre anni.
Tornando all’accordo appena siglato, colpisce lo stupore della maggioranza dei commentatori.
Si tratta, infatti, di un risultato prevedibile, visto l'interesse della Cina all'espansione della green economy in grado di valorizzare la sua posizione di leadership sull'eolico, il fotovoltaico, il solare termico e considerata l'insostenibilità dell'inquinamento urbano.
Va sottolineata inoltre la decisione di annunciare i propri impegni in forma congiunta. E’ un segnale al mondo sull’intenzione di giocare un ruolo di primo piano nelle politiche di decarbonizzazione, ma prima ancora è un messaggio diretto ai rispettivi paesi. Obama, in difficoltà, potrà depotenziare molte argomentazioni dei repubblicani e consolidare alcuni obiettivi annunciati, come la riduzione del 30% delle emissioni di CO2 delle centrali termoelettriche al 2030 rispetto al 2005.
In Cina gli interessi della green economy si rafforzeranno, limitando il ruolo di strutture consolidate di aree tradizionalmente forti come quella del carbone.
L’accordo siglato e la concreta possibilità di una responsabilizzazione a livello mondiale il prossimo anno comporteranno un forte incremento degli investimenti su rinnovabili ed efficienza in tutto il mondo. Il solo impegno della Cina implica la realizzazione ogni anno di 60.000 MW (la metà della potenza elettrica totale installata in Italia) senza emissioni di CO2, prevalentemente da fonti rinnovabili.
Peraltro è probabile che le emissioni raggiungano un picco in Cina ben prima del 2030 indicato nell'accordo (probabilmente anche prima del 2025). Lo scorso anno la nuova potenza da rinnovabili ha superato infatti quella delle nuove centrali a carbone e nucleari. Inoltre, secondo i primi dati del 2014, si sarebbe registrata una storica inversione con un calo dell'1% dei consumi di carbone.
Ma per il carbone le campane a morto suonano anche a livello mondiale. In ritirata negli Usa e in Europa con la chiusura di decine di centrali elettriche, adesso il suo futuro è incerto anche in Asia.
Un segnale molto chiaro lanciato ai paesi come l’Australia, forti esportatori di carbone. Anche per il mondo del petrolio il futuro si fa incerto ed è più che mai opportuna una riflessione strategica sui colossali investimenti destinati all’estrazione di greggio da giacimenti sempre più costosi e rischiosi. La possibilità di trovarsi con stranded assets miliardari per gli accordi climatici è forte. Il comparto petrolifero, del resto vive una delicata contraddizione. Sul lungo periodo i consumi saranno in calo, ma sul breve potranno esserci problemi di approvvigionamento per la decisione di molti attori di ridurre gli investimenti.
Una riflessione finale sull’Europa e sull’Italia. La prima è stata negli ultimi vent’anni il traino mondiale delle politiche climatiche, ottenendo interessanti risultati. Adesso però ha rallentato la sua spinta, come dimostra la limitata ambiziosità degli obiettivi per le rinnovabili e l’efficienza al 2030, e rischia di farsi superare da Usa e Cina.
L’Italia poi sembra smarrita. Non si capisce quale sarà la strategia vincente, con una politica punitiva nei confronti delle rinnovabili, l’assenza di uno sforzo di riqualificazione spinta del parco edilizio (riduzioni del 60-80%) e con il contemporaneo segnale del via libera alle trivellazioni. Scelte difficilmente comprensibili alla luce di quanto sta muovendosi a livello mondiale.
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