
Parte prima
1 – L’andamento del mercato siderurgico
La siderurgia nel mondo[1].
Nel 2013 la produzione mondiale di acciaio è stata pari a 1,6 Mld.t., con un tasso di crescita del 3,1% in aumento di circa 2 % su quello dell’anno precedente. Secondo le stime dell’Associazione mondiale dei produttori di acciaio (World Steel), il tasso di utilizzo della capacità produttiva mondiale è aumentato del 2 %., passando dal 76,2% del 2012 al 78,1% del 2013.L’insieme delle produzioni del 2013 sono espresse dalla fig.1
Fig.1- Produzione annua di acciaio del 2013 in Mil. Ton

Fonte : Federacciai
La crescita mondiale è stata trainata dalla Cina, con una produzione pari a 779,0 M.t., in aumento del 6,6% sull’anno precedente, oltre il 48% della produzione mondiale. La Cina è anche il maggior esportatore mondiale.
La produzione del resto del mondo, 827,7 M.t., è rimasta sostanzialmente stabile sull’anno precedente (-0,1%), soltanto 48,7 M.t. in più rispetto a quella cinese. L’andamento per macro-aree segnala l’incremento dell’Asia (1,1 Mld, +5,3%), con una quota sulla produzione mondiale al 67,3%, che guadagna un punto e mezzo su quella dell’anno precedente, grazie non solo alla crescita
Peggiorano tutte le altre principali macro-aree: Unione Europea (165,9 M.t., -1,6%), Nord America (118,9 M.t., -2,2%), Confederazione degli Stati Indipendenti (108,8 M.t., -1,9%) e Altri Europa (38,6 M.t., -3,2%).
L’andamento della produzione negli anni è espresso dalla fig.2

Fonte : Federacciai
Fig. 3 - I maggiori produttori mondiali di acciaio del 2013 in Mil. Ton.

Nei primi nove mesi del 2014, secondo i dati diffusi dalla World Steel Association, i produttori mondiali hanno sfornato 1.230,764 milioni di tonnellate di acciaio, il 2,1% in più rispetto al periodo gennaio – settembre 2013. In Italia nei primi nove mesi dell’anno in corso, messo a confronto con il medesimo periodo dell’anno precedente evidenzia un incremento pari al +2,4% (18,362 milioni di tonnellate a fronte di 17,923 milioni di tonnellate dell’anno precedente). L’intero sistema siderurgico europeo (UE 28 paesi) ha evidenziato una crescita del 2,9%, sfornando complessivamente 124,131 milioni di tonnellate. La Francia, con 12,167 milioni di tonnellate è cresciuta del 2,2% rispetto all’anno precedente. La Germania fino a settembre, ha sfornato 32,545 milioni di tonnellate, il 2,5% in più. La Spagna con 10,714 ha fatto registrare una contrazione dello 0,3% con vistosa accentuazione nell’ultimo mese (-12,8) e il Regno Unito con 9,277 in crescita del 5,5% ma con una contrazione nell’ultimo mese (-3,6%).
Uscendo dai confini dell’Ue e analizzando invece l’andamento della produzione dei Paesi del CSI, impressiona il crollo produttivo delle acciaierie ucraine a seguito della guerra partita dalla Crimea. In nove mesi l’Ucraina con 24,934 milioni di tonnellate è calata del 14,2% rispetto allo stesso periodo del 2013 ma ha sfornato un milione di tonnellate in meno solo nell’ultimo mese da 2,7 del 2013 a 1,7 milioni di tonnellate nel 2014. La Russia ha incrementato la propria produzione del 3,1% attestandosi a 53,406 milioni di tonnellate. La Cina, con i suoi 618,000 milioni di tonnellate di acciaio, ha prodotto oltre il 50% dell’output complessivo con una crescita del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. L’India con 62,412 è cresciuta dell’1,8%. La Corea del Sud con 53,270 del 9.4% e Taiwan con 16,891 è rimasta sostanzialmente stabile.
Il mercato europeo
La ripartizione delle produzioni nella UE sono rappresentate nella fig.3.
Fig. 3 - Ripartizione produzione di acciaio tra paesi UE 2013 in %

Fonte : Federacciai
La recessione ha indotto i produttori europei a trovare nuovi sbocchi tanto sui mercati terzi quanto sul mercato interno. La siderurgia europea degli ultimi anni nel complesso si è dimostrata in grado di far fronte efficacemente alla pressione dei concorrenti extra-comunitari.
I produttori europei hanno partecipato alla sostituzione delle importazioni e alla penetrazione dei mercati extracomunitari. Questi processi si sono distribuiti in maniera tutt’altro che uniforme tra le aziende dei diversi paesi. C’èuna crescita costante della quota di produzione tedesca. Aumenta, anche se a un ritmo inferiore, anche quella italiana. La componente francese resta sostanzialmente stabile, mentre quella spagnola crolla.
I produttori tedeschi hanno conseguito questo risultato in virtù di una più profonda penetrazione negli altri mercati comunitari e del rafforzamento della propria presenza sul rispettivo mercato nazionale. La quota di importazioni della Germania dagli altri paesi dell’Unione in rapporto al consumo interno tedesco è arretrata, mentre sul mercato iberico i flussi di beni siderurgici provenienti dagli altri paesi UE sono esplosi.
Le tensioni maturate in seno al mercato siderurgico europeo a seguito del crollo della domanda hanno provocato un’accentuazione complessiva della concorrenza fra produttori, intra ed extra-comunitari. I tedeschi sono riusciti a estendere la propria presenza sul mercato nazionale e sugli altri mercati comunitari, dimostrando una straordinaria capacità di penetrazione a scapito sia degli esportatori extra-UE che dei concorrenti europei. Più modesto è stato lo sforzo di affermazione dei produttori tedeschi sui mercati esterni all’Unione. All’estremo opposto si collocano i produttori spagnoli, i quali hanno perso rilevantissime posizioni sul mercato nazionale a vantaggio dei concorrenti UE, non sono stati in grado di conquistare porzioni degli altri mercati comunitari e hanno solo in parte compensato tale dinamica verso il resto del mondo. Nel mezzo troviamo i produttori italiani e francesi: in particolare, la nostra siderurgia ha subìto meno la pressione degli altri produttori UE ed è riuscita a recuperare fette di mercato nazionale strappandole ai concorrenti extracomunitari (vedi dati più avanti). I francesi hanno appena compensato l’incremento dell’import di derivazione UE con la sostituzione dei flussi di acciaio provenienti da altre aree. La siderurgia tedesca ha resistito più efficacemente dei concorrenti comunitari alla caduta della domanda complessiva di acciaio per una migliore organizzazione produttiva ma non solo per questo.Le siderurgie spagnola e francese sono caratterizzate da un’elevatissima concentrazione: in entrambi i casi una sola azienda, Arcelor Mittal,una quota molto rilevante della produzione nazionale (rispettivamente, 45 e 70% nel 2012). Una struttura appena meno concentrata è presente in Germania, dove i due principali produttori (Thyssen Krupp e) esprimono quasi il 50% della produzione.
Ma la differenza più profonda fra le industrie siderurgiche dei paesi in questione riguarda la nazionalità e quindi anche la dislocazione dei capitali che controllano le imprese appena citate. Arcelor è ormai divenuta l’estensione europea del colosso indiano Mittal mentre la componente maggioritaria della siderurgia tedesca rimane con la “testa” ben radicata in Germania. Dallo scoppio della crisi Arcelor Mittal ha avviato un processo di ridimensionamento della propria presenza nel vecchio continente. Se ancora nel 2010 circa la metà dell’acciaio prodotto dal colosso indiano era localizzato in area UE, nel 2012 tale quota si è ridotta al 43%. Di contro, la gran parte della produzione di Thyssen Krupp, il principale operatore tedesco, resta concentrata in Germania. Questo ha determinato due diversi approcci al mercato europeo. Per i produttori tedeschi questo rappresenta uno sbocco indispensabile, lo stesso non può dirsi per una multinazionale con ramificazioni globali. I tedeschi sono obbligati a sostenere sforzi significativi pur di conquistare quote crescenti presso il loro mercato di riferimento, accettando soprattutto le conseguenze di una pressione sui profitti derivante da livelli dei prezzi non remunerativi. Arcelor Mittal può invece diversificare con maggiore elasticità i propri sbocchi, risultando meno dipendente dal mercato europeo. Tale differenza si riflette anche nei conti economici dei gruppi: per TK e Salzgitter con un azzeramento della redditività, a fronte di risultati comunque positivi conseguiti da Arcelor Mittal nel 2011-12.
La siderurgia in Italia
Il rallentamento europeo è stato trainato dall’Italia, la cui produzione è diminuita nel 2013 del 11,6% (-3,2 M.t.) sull’anno precedente, fermandosi a 24,1 M.t. e del 23,9% (-7,5 M.t.) sul picco del 2006. Ha perso circa un punto e mezzo sul totale europeo. Per contro, gli altri produttori sono rimasti sostanzialmente stabili sui livelli dell’anno precedente. Ne 2014 come vedremo più avanti c’è stata una leggera ripresa.
Fig. 4 - Produzione italiana di acciaio in ktonn. (2000-2014)
(anno mobile = somma dei 12 mesi precedenti)

Fonte : Federacciai
In riferimento al processo produttivo, la contrazione della produzione ha interessato principalmente quella da convertitore (alimentato dalla ghisa di altoforno di Piombino e Taranto), in calo del 27,0% sull’anno precedente.
Tab. 1 - Produzione italiana di acciaio e ghisa 2011 - 2013 in ktonn.

Fonte : Federacciai
Relativamente al mercato del lavoro a fine 2013, il numero di occupati nella siderurgia primaria è passato da 36.333 dell’anno precedente a 36.047,perdendo oltre 280 unità. Dall’inizio della crisi economica, il settore ha perso complessivamente oltre 3.300 unità.
Fig. 5 - Andamento dell'occupazione italiana 2005 - 2013 in numero dipendenti

Fonte : Federacciai
Tab. 2 - Occupazione italiana della siderurgia primaria 2011 2013

Fonte : Federacciai
La bilancia commercia dell’acciaio dopo un lungo periodo di saldi attivi (fino al 2008) ha registrato una sostanziale pareggio nei primi anni di crisi. Nel 20012-2013 con i problemi degli stabilimenti a ciclo integrale il saldo è diventato considerevolmente passivo.
Fig. 5 - Saldi import export in Mil tonn 2000 - 2013

Questo lo si rileva in modo accentato anche nel 2014.
Nei primi 7 mesi del 2104 le importazioni dall’UE sono state di 5,591 milioni di tonnellate (+7,1%) mentre le esportazioni di 7,568 (+ 11,0%). Relativamente ai paese extra UE, che si stanno dimostrando sempre più aggressivi, l’import è stato di 5,067 milioni di tonnellate (+4,1%) e l’export di 5,500 milioni di tonnellate (-1,4%). Sono bastati pochi mesi di incertezza gestionale, perché il mercato italiano dell'acciaio venisse aggredito con facilità dai nostri competitor stranieri. Turchi, russi, indiani, ma anche francesi, tedeschi e olandesi. Con la crisi di Taranto e Piombino c'è chi ha festeggiato.
2 – La natura della crisi
La crisi economica ha avuto pesanti ripercussioni sulla siderurgia europea. La crisi della siderurgia costituisce uno snodo cruciale della crisi europea. Costituisce una cartina di tornasole di processi di ristrutturazione ben più ampi. E’ un caso emblematico di quel vasto processo di ristrutturazione degli assetti capitalistici continentali che la crisi dell’eurozona ha drasticamente accelerato e che sembra trovare il suo principale punto di caduta in uno scontro sempre più accentuato tra gli interessi strategici dell’industria tedesca e le condizioni di tenuta dei settori industriali dell’Italia e degli altri paesi periferici dell’Unione monetaria europea.
Nei principali settori dell’industria europea gli operatori tedeschi appaiono in grado di attraversare la crisi traendone vantaggi in termini di espansione delle rispettive quote di mercato anche se con minori profitti. Lo sforzo compiuto dai produttori tedeschi è apertamente teso a consolidare l’egemonia sul mercato europeo. Non è casuale l’opposizione che i rappresentanti della Repubblica Federale hanno manifestato in sede comunitaria nei confronti delle proposte di gestione condivisa della crisi di sovracapacità che affligge la siderurgia europea.
Tale strategia, pur comportando sacrifici nel breve periodo, consolida la presenza delle aziende tedesche nel mercato europeo. Si tratta di un progetto egemonico dichiarato, che si basa sulla consapevolezza che il quadro macroeconomico tende a favorirle. Basti ricordare che l’adozione dell’euro, impedendo ai paesi periferici di svalutare, accentua le divergenze di competitività soprattutto nei settori la cui domanda risulta maggiormente sensibile ai differenziali di prezzo. Vi è dunque motivo di ritenere che i rappresentanti dell’industria tedesca vedano la crisi in chiaroscuro, e siano maggiormente attratti dal dispiegamento di opportunità cui essa dà luogo che intimoriti dai rischi che porta con sé. Per questo sono indotti a preferire un contesto competitivo a qualsiasi ipotesi di coordinamento politico delle ristrutturazioni.
Inoltre le politiche di austerity hanno agito più pesantemente sulle periferie europee, deprimendo i rispettivi mercati interni. Per ragioni strutturali e politiche, dunque, la crisi economica europea di dispiega in termini asimmetrici sulla Unione monetaria. La scommessa tedesca è che in un simile scenario i concorrenti europei saranno destinati a un progressivo ridimensionamento.
D’altra parte, la siderurgia tedesca non potrebbe che beneficiare dell’eventuale chiusura di importanti stabilimenti concorrenti. La sovracapacità del mercato europeo verrebbe almeno in parte ridimensionata e si assisterebbe quindi a una minore pressione al ribasso sui prezzi.
Interi settori strategici delle aree periferiche d’Europa stanno andando incontro a processi di centralizzazione e concentrazione i cui esiti sono la desertificazione produttiva o la crescente dipendenza dalle aree centrali dell’Unione.[1]
In tutto questo l'Italia con i 24,1 milioni di tonnellate di acciaio prodotte nel 2013, resta il secondo produttore europeo, dopo la Germania, e l'Ilva, anche se ridimensionata contribuisce per 5,7 milioni. Il settore conta su 3 altoforni e una quarantina di siti che operano con forni elettrici. L'Italia è ancora un presidio importante da cui aggredire i mercati europei di qui l’interesse delle multinazionali extraeuropee a conquistare le imprese italiane.L’interesse dei vari player mondiali potrebbe però finalizzato a conquistare il mercato europei mediante acquisizioni di unità produttive per poi ridimensionarle.
I principali polmoni siderurgici italiani (Taranto, Piombino, Terni) pagano difficoltà politiche e gestionali accentuate nell’ultimo periodo ma provenienti da lontano a partire dalla recensione del 2008.L’insorgere della crisi ha fatto emergere i problemi di afasia commerciale e dalla cattiva finanza d'impresa. Sono mancare la ripatrimonializzazione, la riqualificazione del cash-flow e il riposizionamento sul mercato. Ciò ha fatto perdere quote di mercato perse a favore dei concorrenti stranieri.
3 – Il ruolo dei player mondiali e la politica europea
Mittal: la “faccia nascosta” della globalizzazione[2]. Arcelor Mittal è il principale produttore mondiale di acciaio. Impiega 232 mila addetti in 60 diversi paesi del mondo. Il suo fondatore, Lakshimi Mittal, è uno degli uomini più ricchi e potenti del globo. Mittal ha pienamente sfruttato, per creare il suo impero, il processo di globalizzazione capitalistica. Ha trovato un fondamentale slancio nella destrutturazione delle economie pianificate dell’URSS e dell’Est Europa. Mentre i colossi siderurgici europei, reduci da un decennio di crisi, stavano riorganizzandosi specialmente attraverso fusioni, acquisizioni e privatizzazioni all’interno all’area CEE, Mittal con risorse fresche si è riversarto sui mercati dell’Est. Nel 1995 acquisisce dal governo del Kazakistan la Karmet Steel, proprietaria di uno dei più grandi stabilimenti siderurgici dell’ex URSS. Progressivamente acquisisce imprese anche in Germania dell’Est, Polonia, Repubblica Ceca e Romania, consolidando la sua presenza sui mercati dell’ex blocco sovietico. La gestione Mittal riesce a realizzare prodotti di qualità medio-bassa a prezzi molto concorrenziali.
Il suo modello si basa su una gestione delle attività votata alla massimizzazione del profitto nel breve periodo e legami disinvolti con la politica. Il rapporto fra imprese e governi è strettissimo, dato il ruolo strategico del settore siderurgico nel quadro di ogni economia nazionale. Mittal stringe accordi con la grande finanza per alimentare ed espandere il suo impero, mentre gli investitori godono dei lauti dividendi distribuiti dalle aziende del gruppo. Si crea un legame apparentemente anomalo: da una parte la siderurgia, una delle industrie più antiche e “pesanti” e dall’altra la finanza. Questo implica un drastico ridimensionamento delle prospettive gestionali e incide sulla dinamica degli investimenti tecnici, esposti a una pressione al ribasso in virtù della priorità accordata alla remunerazione degli azionisti nel breve periodo.
Riesce così a costruire una posizione di dominio, quasi da monopolista. Attua una integrazione verticale del gruppo, acquistando miniere in diverse parti del mondo e cerca di estendere ulteriormente l’integrazione orizzontale lanciandosi nell’acquisizione dei principali concorrenti. L’operazione più significativa è la scalata ad Arcelor, il colosso europeo dell’acciaio costituito nel 2002 dalla fusione fra la lussemburghese Arbed, la spagnola Aceralia e la francese Usinor. Arcelor è il concorrente numero uno di Mittal sullo scacchiere globale.
Convince della bontà dell’operazione il presidente francese Jacques Chirac e il primo ministro lussemburghese Jean Claude Junker (attuale presidente della Commissione Europea) che coglie l’occasione per trasformare il Granducato da bacino industriale a “paradiso fiscale”. Tra l’altro Mittal propone di stabilire proprio a Lussemburgo la sede dell’intero gruppo, scelta ispirata naturalmente anche dal regime fiscale vigente nel Paese. Nell’estate del 2006, il gruppo indiano conquista Arcelor e dà vita a una nuova compagine: Arcelor Mittal.
Però con la crisi economica globale e con il palesarsi di una grave situazione di sovracapacità soprattutto nel mercato europeo il modello Mittal scricchiola. Il crollo della produzione e del fatturato infatti mettono a rischio i rendimenti, e quindi la fiducia degli investitori. Si procede con il taglio degli stabilimenti ritenuti marginali. Grandrange e Florange in Francia, Liegi e Charleroi in Belgio. La ragione è che La Francia è diventata per Mittal come il Messico o la Spagna o il Kazakistan o il Brasile: un paese come tanti che si trova a fronteggiare la potenza di una multinazionale con diramazioni in tutto il mondo. L’Unione Europea potrebbe compensare a questa sproporzione di forze, ma mentre i Mittal sono un’unica famiglia per tutto il mondo in Europa invece ogni paese ha i suoi interessi. E così il Piano d’azione varato dalla Commissione nel giugno 2013 per rilanciare la siderurgia europea si rivela a tutti gli effetti un’arma spuntata. Il mercato siderurgico europeo è fra i più tesi del mondo in quanto tutti proteggono la propria siderurgia: la Cina, e persino gli Stati Uniti. Solo l’Europa si rifiuta di farlo.
Da questa vicenda nascono alcuni interrogativi in relazione alla possibilità che Arcelor Mittal acquisisca Ilva. Un gruppo la cui finalità esplicita è creare valore per gli azionisti massimizzando i rendimenti delle singole unità nel breve periodo che interesse avrebbe ad acquistare una società che già da tempo è in perdita, sulla quale grava l’obbligo di realizzare una mole di investimenti di vastissima portata, per di più in una fase di mercato che continua ad essere caratterizzata da sovracapacità e intensa concorrenza.
4 – La situazione dei principali siti italiani
Il comprensorio siderurgico di Piombino è composto da tre produttori di cui due multinazionali e una ex multinazionale in quanto ai russi si sono sostituite prima le banche in seguito alla decisione di Severstal (fortemente indebitato) di abbandonare la produzione in Europa e quindi dal dicembre 2012 in amministrazione controllata con commissario Piero Nardi.
La tipologia produttiva della Lucchini di Piombino Ha è particolarmente specifica quasi unica in Europa con una significativa quota nel mercato italiano. Realizza laminati lunghi come i binari per l’alta velocità che esporta in tutto il mondo. Tale manufatto è realizzabile finora solo con il ciclo integrale e senza tecnologie sostitutive la eliminerebbe da questo mercato. Ha bisogno di investimenti e di trovare un imprenditore industriale che tra altro favorisca una sinergia con gli altri impianti siderurgici del territori (Magona, del gruppo Arcelor Mittal, che fa lamiere zingate e preverniciate e Dalmine, de gruppo Tenaris, che fa tubi trattati). Va trovata una soluzione industriale anche per la Magona, per la possibile uscita dalla società di Mittal. Va garantito il consolidamento di Dalmine in funzione della tipologia di tubificio che è sottoposto alla concorrenza di altre tecnologie non in acciaio.
La Lucchini ha prospettive incerte perché la mancanza di un compratore industriale che abbia un preciso piano di rilancio onde evitare il ridimensionamento della produzione italiana dei prodotti lunghi a ciclo integrale. Oggi la gestione industriale negativa (di circa 12-15 mln al mese) ha costretto a luglio 2014 a fermare la produzione di ghisa e mettere l’altoforno in riscaldo con una concreta prospettiva di definitiva chiusura. Gli acquirenti della Lucchini, per aggiudicarsi l’azienda dovrebbero presentare un piano industriale finalizzato al ritorno ad un margine operativo positivo con adeguati investimenti sugli impianti finalizzati a renderlo più flessibile in rapporto all’andamento del mercato. Il mantenimento dell’area a caldo presuppone nuove soluzioni tecnologiche per la produzione di ghisa, alternative alla produzione in altoforno, che comunque permettano la produzione di acciai di qualità necessari per continuare a offrire al mercato i prodotti lunghi.
Infine c’è la questione delle bonifiche in quanto in presenza della frammentazione del ciclo di produzione all’atto della privatizzazione, ha reso meno definite le responsabilità e i costi per ottemperare alle norme ambientali. Una parte di questi interventi sono già stati acquisiti dalla mano pubblica attraverso l’accordo di programma sottoscrittoil 24 Aprile 2014.[3]
Sulla necessaria uscita dall’amministrazione straordinaria e l’aggiudicazione della Lucchini ad un nuovo soggetto industriale si sta lavorando ormai da molti mesi ma ancora non si è trovata la soluzione.
Il governo dichiara che si stanno valutando le offerte con riferimento al piano industriale e alla capacità finanziaria atta a sostenerlo e ciò a tutela del futuro produttivo e occupazionale. Rispetto a ventilate accuse di aiuti di stato sempre il governo dichiara che le risorse stanziate all'interno dell'accordo di programma riguardano infrastrutture e bonifiche, nonché la sperimentazione di tecnologie innovative e non sono risorse a sostegno dell'attività del siderurgico.
Sulle soluzioni da dare al sito industriale di Piombino le opinioni sono alquanto divergenti.
Per il sindacato gli industriali italiani tendono a portare Piombino alla chiusura per prendersi la produzione toscana in quanto non essendo in grado di offrire una proposta decente per Piombino vorrebbero che nessuno lo facesse e che fosse il Governo ad impedirglielo.
Le autorità del territorio sostengono che Piombino deve diventare il luogo sperimentale per nuove tecnologie: dal forno elettrico al preridotto (tecnica per la produzione della ghisa senza l’utilizzo del carbone) fino al Corex. Sostengono che occorre concentrarsi sulla qualità delle fasi produttive. Offrire prodotti nuovi, eccellenti a costi competitivi. Questa qualità, che in parte è già presente nel know-howdel territorio, non s’improvvisa può essere solo frutto di anni di ricerca, di collaborazione con Università e centri specializzati.
La soluzione per il mantenimento e lo sviluppo della siderurgia a Piombino passa per produzioni di qualità e alto valore. Si tratta di individuare qualcuno che decida di investire».
Le tecnologie utilizzabili per l’area a caldo potrebbero essere:
- Il processo di preriduzioneun materiale minerale composto all’85% circa di ferro ottenuto con un procedimento di tipo chimico[4]. Necessita però di approvvigionamenti costanti di gas naturale che va risolto a livello governativo in quanto la politica energetica è materia strategica nazionale. Occorrono reti, infrastrutture che portino gas in quantità e possibilmente a poco prezzo verso la sede di produzione. Il problema del gas, infatti, non è solo il costo elevato, ma che il prezzo oscilla. Una strada sarebbe di utilizzare pienamente le capacità del rigassificatore di Livorno attualmente sottimpiegato. L’ipotesi di utilizzare il preridotto in un eventuale ripristino dell’area a caldo della Lucchini (oggi sia altoforno che cokeria sono fermi) sarebbe stata suggerita agli indiani di Jindal south west.Il gruppo indiano sarebbe disposto a investire anche nell’area a caldo (avendo già fatto una proposta per la laminazione) ma hanno posto il problema dell’approvvigionamento dell’energia. Gli indiani possiedono però anche un forte know how nell’utilizzo del preridotto. la soluzione del preridotto che sostituirebbe il rottame, sempre più scarso e di cattiva qualità.
- Creare un nuovo forno ad arco elettrico, nell’area adiacente ai laminatoi. Questa tecnologia produttiva tradizionalmente permette di realizzare acciai speciali, che vengono ottenuti partendo da semilavorati. Ciò è possibile solo alimentando il forno con rottame di qualità, scarso e costoso. Un’altra forma di alimentazione è con il preridotto e ciò permette di avere una qualità medio-alta. I forni ad arco elettrico hanno necessità di energia elettrica anch’essa costosa.
- L’istallazione dellatecnologia Corex [5]. Questa tecnologia se realizzata a Piombino offrirebbe numerosi vantaggi sia dal punto di vista ambientale e di integrazione con la preriduzione e il forno elettrico. Doterebbe lo stabilimento a ciclo integrale con una elevata flessibilità produttiva e darebbe l’opportunità di utilizzare un’innovazione tecnologica tra i primi in Europa. L’impianto più efficiente Corex è stato finora realizzato in Corea dalla Posco (con una capacità fino a due milioni di tonnellate annue). Il problema che finora il Corex non presente nelle offerte di acquisto della Lucchini.
Oltre Jindal si stanno affacciando nuove proposte:
- Cevital[6] . Prevede l'apertura di due forni elettrici e di un nuovo laminatoio (in aggiunta ai tre esistenti da revisionare ed ammodernare) per una capacità a regime di 2 milioni di tonnellate annue. Intende installare in Algeria un impianto di preriduzione per alimentare Piombino in spugne e altre acciaierie italiane.
Garantirebbe un assorbimento della produzione verso il mercato africano dove solo per Algeria c’è un fabbisogno di 3,5 milioni. L'obiettivo è di reimpiegare in 2 anni la maggior parte d
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