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Una legge di stabilità con spunti positivi ma in cui manca la politica industriale

28/11/2014
La manovra finanziaria, pur contenendo un chiaro profilo espansivo e alcuni provvedimenti di grande interesse per le imprese, appare viziata da una scarsa visione sui driver della crescita affidando il necessario recupero di competitività soltanto alla riduzione dei costi per le imprese.

La manovra finanziaria approvata dal Governo e presentata al Parlamento  presenta indubbiamente segnali di forte discontinuità rispetto  alle manovre che l'hanno preceduta.

In primo luogo si registra una buona dose di coraggio che ha consentito al governo di forzare rispetto ai rigidi dettami dell'austerity portando il deficit al 2,7% del Pil e rimandando l'impegno imposto dalla commissione del raggiungimento del pareggio di bilancio dal 2016 al 2017. Si tratta di una scelta ampiamente giustificata negli stessi parametri del patto di stabilità e che trova ampia legittimità negli esiti elettorali di giugno che non solo hanno visto il grande successo del Partito Democratico di Renzi ma anche l'affermazione di forze che mettevano in discussione il dogma dell'austerità.

Anche sotto il profilo dei contenuti la manovra presenta elementi di forte novità. Si registra infatti una forte attenzione verso il mondo delle imprese che vedono esaudita una richiesta decennale di abolizione della quota lavoro dell'Irap con un risparmio complessivo previsto dal governo di oltre 6 miliardi. Probabilmente si tratta di una cifra sovrastimata per effetto del contemporaneo aumento dell'aliquota Irap prevista dal governo letta ma si tratta comunque di un intervento molto significativo valutabile in un risparmio per le imprese di almeno 4,9 miliardi di euro. Ugualmente significativo di fronte ai drammatici dati sulla disoccupazione e in particolare giovanile e la previsione di della totale decontribuzione per i neo assunti per un periodo di tre anni. Tutto ciò confermando gli 80 euro in busta paga per i lavoratori dipendenti a basso reddito. Si tratta indubbiamente di uno sforzo notevole e probabilmente inedito per la storia degli ultimi 20 anni del nostro paese. Sarà sufficiente a farci uscire dalla crisi?

Probabilmente no. Non solo perché ovviamente le risorse messe in campo sono limitate e perché le coperture appaiono o incerte o dagli esiti sociali molto pericolosi (come il taglio sulle Regioni e gli enti locali) ma più che altro perché non è affatto detto che in una situazione di crisi economica acuta e di crollo della fiducia restituire soldi ad imprese e famiglie si traduca automaticamente in più consumi ed investimenti con effetti positivi sulla dinamica della domanda interna. Come evidenziato dal recente flop dei prestiti aggiuntivi della Bce alle banche europee, la crisi in atto è molto profonda e ha minato la fiducia di famiglie ed imprese sul futuro con effetti depressivi sulla propensione a consumare ed investire.

In questo contesto  un ruolo centrale per la ripresa potrebbe essere svolto da un rilancio degli investimenti pubblici e privati  che potrebbero incidere direttamente sul sostegno della domanda e indirettamente sulla competitività delle imprese. Ed è proprio su questo punto che la manovra varata dal governo appare più carente. Se si eccettua infatti l'intervento di alleggerimento del patto di stabilità per i comuni, la manovra non modifica la curva declinante degli investimenti della PA sia in termini assoluti che in percentuale sul PIL.  In assenza, infatti,  di significativi correttivi,  il peso degli investimenti sul Prodotto interno lordo è destinato a calare ulteriormente arrivando nel 2018 al 2% rispetto al 2,3 del 2012.

In questo contesto non ci resta nel riporre la nostra aspettativa sull'Europa. L'annunciato piano Juncker di rilancio degli investimenti per 300 miliardi può rappresentare una straordinaria opportunità per rimettere in moto il motore della crescita europea se queste risorse verranno indirizzate verso progetti in grado di mobilitare altrettante risorse private e se verranno indirizzati verso settori ad alto potenziale di crescita. I dettagli del piano e gli strumenti operativi sono ancora da chiarire ma già oggi è evidente la necessità per l'Italia di individuare pochi grandi progetti da presentare a Bruxelles. Il rischio che si ripetano gli errori del passato nella gestione dei programmi europei (eccesso di dispersione delle iniziative) e naturalmente molto elevato e oggi sarebbe assolutamente imperdonabile farci trovare impreparati.

 Anche sotto il profilo della riqualificazione della spesa pubblica la manovra di stabilità non inserisce alcun elemento di discontinuità rispetto ai tagli effettuati dai governi precedenti. La spending review è infatti interamente destinata al taglio della pressione fiscale e non ad una riallocazione su capitoli strategici per la crescita del paese come l'istruzione, la ricerca e l'innovazione e la formazione del capitale umano. Emblematico da questo punto di vista è il forte ridimensionamento rispetto alle aspettative del credito d'imposta sulla ricerca e sviluppo. La misura si riferisce, infatti, solo alle spese incrementali, penalizzando, così, le imprese che, anche in anni di recessione, hanno continuato ad investire ingenti risorse in ricerca e sviluppo. La scarsa dotazione finanziaria evidenzia, inoltre, una non adeguata attenzione del Governo verso le esigenze di riqualificazione del nostro sistema produttivo ed, in particolare, del sistema industriale maggiormente esposto alla concorrenza internazionale. Non sono stati contemplati interventi significativi di sostegno al rinnovo degli apparati produttivi (rafforzamento consistente della c.d. Nuova Sabatini e/o del credito di imposta per gli acquisti di nuovi macchinari), né misure per favorire la patrimonializzazione, le aggregazioni e la crescita dimensionale delle imprese (ACE, Reti di impresa). Sempre con riguardo agli investimenti, la manovra è, altresì, carente di un intervento organico di razionalizzazione, semplificazione e riduzione della tassazione degli immobili di impresa, ritenuto urgente, che, pur annunciato, sembra esser stato rinviato a successivi provvedimenti.  

Anche sul versante degli investimenti sui nuovi settori ad alto potenziale di crescita e sviluppo dalla green economy fino alla agenda digitale la manovra non appare adeguata rispetto alla dimensione delle sfide tecnologiche che abbiamo davanti. Mentre la Commissione Europea appare orientata ad un ulteriore innalzamento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 (in questi giorni verranno definiti in nuovi obiettivi per il 2030) con costi rilevanti sul settore delle imprese manifatturiere e gli altri paesi europei mettono in campo massicci programmi di sostegno per lo sviluppo della green economy, il nostro paese continua ad investire poco e male in questo settore con il rischio di perdere opportunità di crescita anche in quei comparti, come l'efficienza energetica, in cui possiamo ancora contare su aziende di eccellenza internazionale. Se si eccettua infatti la conferma degli incentivi alla ristrutturazione edilizia e all'efficientamento energetico degli edifici all'interno nella manovra non vi è traccia di una politica industriale finalizzata a cercare nuove opportunità di sviluppo per le imprese in particolare in quei settori dove il ruolo dello stato e determinante per attivare meccanismi di crescita. Green economy, agenda digitale, nuova manifatture, biotecnologie industria farmaceutica sono i comparti che stanno trainando la crescita in altri paese anche e soprattutto grazie ad un forte impegno finanziario da parte dei governi sia nei rilevanti investimenti in ricerca e sviluppo sia nella predisposizione di efficaci meccanismi di trasferimento dei risultati della ricerca pubblica verso il settore privato. Nulla di questo impegno è rintracciabile nei diversi articoli che compongono la legge di stabilità approdata nei giorni scorsi al parlamento.

Anche la razionalizzazione delle spese per acquisti di beni e servizi sembra guidato da una esigenza di taglio della spesa piuttosto che da una logica  di riqualificazione della domanda pubblica finalizzata al sostegno dell'innovazione tecnologica delle imprese italiane.

E' evidente che una manovra finanziaria non può colmare il ritardo decennale accumulato dal nostro paese su questi temi ma è altresì chiaro come l'assenza di segnali in questa direzione non rappresenti un passo coerente con l'obiettivo di favorire una rinascimento industriale definito dall'Europa e a parole fortemente sostenuto dal governo italiano.

In conclusione quindi la manovra finanziaria, pur contenendo un chiaro profilo espansivo e alcuni provvedimenti di grande interesse per le imprese, appare viziata da una scarsa visione sui driver della crescita affidando il necessario recupero di competitività soltanto alla riduzione dei costi per le imprese. L'immagine che se ne trae rimane quella di un paese che non sembra guardare alle nuove sfide della globalizzazione con l'ambizione di presidiare i segmenti più alti ed avanzati dei mercati, dove investimenti, ricerca e qualificazione del capitale umano sono le condizioni per competere. Tale impostazione rischia di guardare con maggiore attenzione agli obiettivi del consenso a breve lasciando solo quel segmento del nostro tessuto industriale che già da tempo ha accettato le nuove sfide e che mostra ogni giorno una straordinaria capacità di competere sulle nuove frontiere della tecnologia e che ha ben compreso le potenzialità del nostro Made in Italy nel mondo

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