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Tsipras e Merkel, Bce e Padoan, nell'Europa dei sonnambuli si pensa al puntiglio e non si vede l'orizzonte comune

20/03/2015
Ancora un accordo con ambiguità per la Grecia. Scontro diretto tra il ministero dell'Economia e la Bce che rilancia sull'Italia tesi superate e posizioni poi modificate in sede Ue.

Ancora un accordo ambiguo, un piccolo passo per prendere tempo in vista di una nuova tappa, con due miliardi per la Grecia, ma senza una soluzione definitiva. E ancora la riproposizione di posizioni di facciata per fare teatro di fronte alla propria opinione pubblica. “E’ chiaro che la Grecia non è tenuta ad adottare misure recessive. La Grecia presenterà le proprie riforme economiche” ha detto Alexis Tsiparas nella notte di giovedì 19 marzo. “Il punto di riferimento è l'accordo del 20 febbraio. Non ne abbiamo cambiato una virgola. Avrete già sentito questo prima di oggi. D'altro canto, poco è cambiato nelle ultime settimane” ha dichiarato invece nella stessa occasione il cancelliere tedesco Angela Merkel.

In poche parole, ballando sull’orlo del vulcano, si è continuato a girare intorno al problema, con piccoli aggiustamenti, dimostrando ancora una volta che l’architettura istituzionale europea, per come è stata realizzata nei fatti, non è in grado di trovare soluzioni condivise in tempi brevi. Tanto che pure per arrivare all'ultima intesa intesa sui due miliardi alla Grecia è stato necessario a Bruxelles forzare la forma e decidere in una riunione inusuale, ristretta. 

Ogni volta, per ogni problema, si continua a girare in tondo, a rinviare, a prendere tempo, con le diverse “fazioni” che restano sostanzialmente sulle proprie posizioni, come se gli incontri, le riunioni, gli studi, gli affidamenti, i calcoli, le stime fossero solo accidenti, artifici teatrali, e non invece gli strumenti per trovare soluzioni adeguate. E persistenti.

Non lo si vede solo con la Grecia. Basti pensare, tra gli altri esempi, proprio all’ultimo scontro diretto tra i tecnici della Banca centrale europea e il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, avvenuto lo stesso giorno della riunione a Bruxelles sulla Grecia con Tsiparas.

Il riquadro 7 del bollettino economico rilasciato il 19 marzo dalla Banca centrale europea è stato lapidario: “Per quanto riguarda i paesi sottoposti al meccanismo preventivo, il miglioramento di 0,2 punti percentuali del saldo strutturale che è previsto per l’Italia nel 2015 rimane inferiore allo 0,4 per cento del PIL che era stato raccomandato dall’Eurogruppo e riflette una riduzione degli oneri per interessi”.

Il ministro Padoan, punto sul vivo e sorpreso dal veder risorgere una posizione ormai archiviata, ha risposto per iscritto con un comunicato altrettanto lapidario: “Nel box 7 dell’Economic bulletin 02/2015 diffuso oggi è riportata una sintesi della opinione della Commissione Europea  sul Draft Budgetary Plan (DBP) 2015 dell’Italia contenente informazioni imprecise, poi riprodotte da alcuni organi di stampa. Infatti, si dice che “As regards countries under the preventive arm, the 0.2 percentage point improvement in the structural balance that is expected in Italy in 2015 remains below the 0.4% of GDP that was recommended by the Eurogroup and is a reflection of reduced interest payments.” A questo proposito è doveroso precisare che:

  1. Nelle winter forecast della Commissione, il saldo strutturale migliora di 0,3 pp. passando da -0,9 a -0,6. Tale sforzo strutturale è riportato anche nella nota per l’Eurogruppo “Follow-up to the Commission opinion on the 2015 DBP” predisposta dalla Commissione;
  2. Nello statement di dicembre, l’Eurogruppo non chiedeva misure aggiuntive. Infatti la Commissione chiedeva “effective measures” e non misure aggiuntive, cioè una adeguata attuazione delle misure che avrebbero prodotto – secondo la stima italiana – una correzione di 0,3 pp. La Commissione riteneva che senza una adeguata attuazione la correzione sarebbe stata inferiore alla stima italiana, limitandosi a 0,1 pp. La discussione dell’Eurogruppo di dicembre era inoltre tutta incentrata sulla realizzazione del piano di riforme presentato dall’Italia come contributo fondamentale alla sostenibilità dei conti pubblici e non all’adozione di una manovra di bilancio.
  3. In sede di valutazione definitiva, la Commissione ha riconosciuto che le misure messe in campo erano adeguate a produrre la correzione di bilancio stimata dall’Italia e ha quindi rivisto i propri giudizi di finanza pubblica, portando da 0,1 a 0,3% la stima di sforzo strutturale prodotta dalla Legge di Stabilità 2015. Si tratta di un valore in regola con i requisiti fissati dalla Commissione stessa nella Comunicazione sulla flessibilità, non ancora pubblicata all’epoca dello statement di dicembre.
  4. L’opinione secondo cui la correzione strutturale sarebbe una mera “reflection of reduced interest payments” è quanto meno parziale. La correzione della stima del Pil potenziale da parte della Commissione per tener conto della nuova serie pubblicata dall’ISTAT della popolazione attiva utilizzata per il calcolo dell’Output gap ha anche fatto emergere meglio il reale sforzo fiscale così come un migliore apprezzamento delle misure contenute nella Legge di Stabilità 2015”.

Che cosa è accaduto è dunque? Era stata raccomandata dalla struttura tecnocratica una robusta correzione. L’Italia aveva presentato proposte di correzione stimate per 0,3, ma che secondo la Commissione non avrebbero davvero portato quel beneficio. Alla fine del confronto si era convenuto che invece proprio quelle misure sarebbero state sufficienti a ottenere una adeguata correzione, purché effettivamente realizzate. Ma nel bollettino della Bce qualche tecnico, evidentemente non convinto, ha voluto ribadire che l’Italia è fuori linea e che non crede alla linea di intervento presentata e concordata nella Ue.

Come dire, non cambia mai nulla. Punto e a capo. Solo che mentre si gioca sui puntigli nel frattempo cambia la realtà intorno alle istituzioni. La verità è che come ne I sonnambuli, lo splendido affresco in cui Christopher Clark narra l’inconsapevolezza con la quale si arrivò allo scoppio della prima guerra mondiale, così ognuno nell’Europa di oggi si batte per la sua parziale, personale, nazionale sfida, il puntiglio dell’ideologo o del tecnico, la carezza a questa o a quella parte della propria opinione pubblica, senza vedere il pericolo che l’assenza di una comune visione e di una solidarietà di comunità in una fase di cambiamento, di crisi, perfino di sconvolgimenti geopolitici, di guerre ai nostri confini, rischia di portarci, tutti, a vivere momenti che possono avere un altissimo tasso di drammaticità.  

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