
Le proposte di NENS sono un lavoro di estremo interesse e di grande utilità per il Governo, perché prendono le mosse dai limiti con i quali il paese si confronta, sia a livello di situazione internazionale che interna, e tracciano delle ipotesi interessanti per superare quei limiti, per consentire all’Italia e in alcuni casi all’Europa di superare alcune criticità strutturali nel campo dell’ambiente e dell’energia.
Sulla questione dei cambiamenti climatici ad esempio viene affrontata una questione internazionale che è delicata e di non facile approccio, perché incrocia i rapporti fra politiche di sviluppo, lotta al global warning, e rapporti di mercato internazionale.
Abbiamo da un lato i paesi industrializzati che sostengono costi superiori per rientrare negli standard ambientali imposti dalle politiche di riduzione di CO2, dall’altro i paesi in via di sviluppo che possono produrre a costi minori con tecnologie più impattanti sul clima non avendo gli stessi vincoli ambientali e di fatto operando quel “dumping”, con un saldo negativo economico per noi occidentali e ambientale per tutto il pianeta visto che il risultato indiretto è un aumento globale delle emissioni.
La proposta dei BTA (Border Tax Adjustment), cioè del dazio ambientale sulle produzioni a basso costo e ad alto tasso inquinante, è certamente suggestiva e condivisibile e credo che possa rappresentare un percorso da intraprendere nella trattativa globale post-2015, successiva cioè all’accordo sui cambiamenti climatici che speriamo di siglare a Parigi nel prossimo dicembre.
Parlo di post-2015 perché oggi la trattativa sull’intesa per limitare il riscaldamento globale è molto lontana da queste tematiche legata com’è al paradigma dei paesi “ricchi” che devono “pagare” le loro colpe ambientali rispetto ai paesi poveri.
Io credo che oggi l’impegno per la firma di un accordo globale sia prioritario, sia un obiettivo politico altissimo, sia un dovere morale oltre che politico che abbiamo nei confronti delle generazioni future. Un fallimento non ci verrebbe perdonato dall’opinione pubblica mondiale e peraltro non aiuterebbe certamente l’Europa che si è già imposta politiche climatiche che sono di gran lunga le più avanzate e rigorose del mondo, e che quindi ha tutto da guadagnare ad operare in un sistema in cui anche gli altri paesi si assumono oneri e responsabilità.
Sul tema ETS, che ci sia bisogno di una riforma è opinione condivisa, prova ne è anche la proposta della Commissione che può e forse deve essere corretta per renderla più efficace. La trattativa in sede europea sta andando avanti ed io credo che ci sia spazio e tempo per individuare correttivi al fine di rendere il sistema più efficace e più adatto a gestire le emissioni degli impianti “energivori”. Tuttavia io penso che, guardando avanti, si debba ridimensionare la portata strategica ed il ruolo del sistema ETS nelle politiche di riduzione dei gas serra. Oggi il comparto industriale nel suo complesso (e quindi Ets e non ETS) produce circa un terzo delle emissioni totali. Credo che in futuro dovremo impegnarci, con la stessa determinazione con cui ci siamo impegnati per l’industria (e dobbiamo ovviamente continuare a farlo) anche per gli altri due settori chiave delle emissioni: trasporti e usi civili che presentano realtà molto più polverizzare e quindi di difficile gestione e disciplina, ma che hanno una incidenza di fatto prevalente.
Ampiamente condivisibili sono anche le riflessioni in materia di rinnovabili il cui sviluppo rappresenta tuttavia, sia pure nella a volte contraddittoria gestione dello strumento incentivi, un successo per il nostro paese. Certamente oggi il quadro è cambiato rispetto ad alcuni anni fa e bisogna affrontare con razionalità i nodi di un sistema che è cresciuto a tratti disordinatamente. I problemi che vengono da voi posti sono certamente centrali: il peso degli incentivi sulle bollette ed il passaggio da una produzione di rinnovabili concentrata in impianti grandi e medi alla produzione distribuita. Sono temi che devono essere affrontati con scelte coerenti sia dal punto di vista fiscale che industriale, ma è importante tener presente che a dover essere gestito è un elemento positivo, un fattore di sviluppo, uno dei pilastri sui quali va costruito il sistema energetico dell’Italia sostenibile del domani.
Un’altra storia di successo italiana, che va implementata e rafforzata, e che, giustamente ha rilievo nelle vostre proposte, è quella dell’efficienza energetica. I cosiddetti eco-incentivi fiscali hanno prodotto una serie di effetti a catena, innescando non solo vantaggi dal punto dell’efficienza energetica complessiva del sistema, ma anche dal punto di vista economico ed occupazionale. Dobbiamo proseguire su questa strategia che è una di quelle “win-win”, in cui sono emersi solo aspetti positivi.
Concordo con voi che il primo passo da fare, l’ho ripetuto in più occasioni, è quello di rendere stabili gli incentivi, oggi rinnovati di anno in anno. In questa direzione esiste una condivisione in seno al Governo e sono convinto che nel green-act questa scelta potrà trovare spazio e diritto di cittadinanza.
Ho trovato di grande interesse la vostra proposta di “portabilità” del credito di imposta, la possibilità di “scontarlo” direttamente o indirettamente in banca. Potrebbe rappresentare un valido strumento per rendere ulteriormente accessibili gli investimenti in questo campo.
Pertinente e utile infine ho trovato la riflessione sull’esigenza di creare una filiera industriale dell’efficienza energetica.
Condivido infatti la considerazione che è necessario evitare in questo campo ciò che è accaduto per le rinnovabili dove a fronte di un boom del settore, il sistema produttivo italiano si è trovato impreparato con il risultato che la crescita tumultuosa degli impianti italiani è stata possibile grazie all’acquisto di componenti e tecnologie all’estero. Nell’efficienza energetica siamo avanti e stiamo sviluppando competenze, professionalità, metodologie di intervento di grandissimo rilievo, che possono avere mercato anche a livello internazionale. Dobbiamo e possiamo diventare protagonisti in questo comparto produttivo. Sostenere la green economy significa anche questo.
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