
Risale agli anni 2000/2004, con un particolare attivismo del Ministero diretto allora dall’on. Bersani, una stagione, particolarmente intensa e produttiva, di riforme, cambiamenti organizzativi e misure volte ad accelerare il programma di decommissioning dell’eredità nucleare italiana (4 centrali di generazione e una decina e più tra stabilimenti di fabbricazione, piscine del combustibile, depositi temporanei di stoccaggio e siti di ricerca) e di sistemazione dei rifiuti nucleari italiani (non solo di origine elettrica o di ricerca).
La svolta venne impressa con un complesso di misure. Tre in particolare:
• la decisione sul sito nazionale dei rifiuti come sito di superficie, per rifiuti di 1 e 2 categoria attraverso una procedura accurata di consultazione, (superando l’impasse in cui ci si era conficcati con la cervellotica decisione di Scanzano);
• la liberazione dei siti dal combustibile nucleare presente con il riprocessamento all’estero;
• il cambiamento organizzativo di Sogin che venne rafforzata nelle caratteristiche di operatore nazionale per la gestione in sicurezza degli impianti, il loro smantellamento e la sistemazione definitiva dei rifiuti nucleari.
Grazie a tali scelte il Governo italiano poté indirizzare il programma nazionale del decommissioning nucleare verso la cosiddetta soluzione “veloce”, che avrebbe dovuto riportare i siti nucleari a prato verde, utilizzabile cioè per scopi non nucleari, entro il 2020.
Oggi, purtroppo, l’orizzonte ufficiale per il “ prato verde” è già diventato il 2035. Ci avviciniamo al raddoppio degli anni di durata del programma. Un programma la cui spesa complessiva è prevista essere di circa 6 miliardi di euro. Per il meccanismo particolare di finanziamento del programma (imputato sulla tariffa dei consumi elettrici), il raddoppio degli anni di durata del programma significa il raddoppio dei costi addebitati ai consumatori. Ma significa anche disperdere un’opportunità per la nostra industria e per il nostro sistema della ricerca.
La tempistica “accelerata” decisa da Bersani contava su una sfida. Gli anni tra il 2015 e il 2050 saranno quelli in cui si manifesterà un sensibile sviluppo dei programmi di decommissioning in Europa, negli Usa e nel mondo. In questa fascia temporale, infatti, verrà a conclusione il ciclo di vita della maggior parte delle 534 centrali operative attuali ( 109 centrali sono già in via di decommissioning).
Il programma di smantellamento che dovranno affrontare gli operatori nucleari si presenta di notevole ampiezza. I tempi “accelerati” previsti dai provvedimenti di Bersani per il decommissioning italiano confidavano anche sulla possibilità che, in vista di questo mercato, il programma italiano potesse rappresentare una palestra per l’industria nazionale. Una delle raccomandazioni, ad esempio, contenute nelle riforme di quel tempo, era quella di procedere a soluzioni di aggregazione degli operatori italiani del settore per qualificare la nostra industria, disporla meglio alla sfida del decommissioning, ma, anche, aiutare i soggetti pubblici ad una gestione “industriale” e non burocratica del programma.
Entrambi, l’industria e la Sogin come operatore pubblico avrebbero potuto aspirare, in tal modo, ad un posizionamento competitivo nella sfida internazionale del decommissioning. Il raddoppio dei tempi di durata del programma che oggi registriamo, rischiano di annullare o seriamente compromettere questa possibilità.
L’Italia rappresenta uno dei laboratori più interessanti al mondo nel campo del decommissioning nucleare. L’eredita’ nucleare italiana contiene particolarità pressoché uniche nel panorama internazionale: la presenza delle tecnologie e delle tipologie (reattori pressurizzati, reattori ad acqua bollente e reattori a gas-grafite) che rappresentano oltre l’80% degli impianti nucleari nati tra gli anni 60’ e 80 e che si avviano allo smantellamento; la presenza di varie tipologie di reattori di ricerca che vanno, anch’essi, alla conclusione del loro ciclo nel mondo; processi di trattamento, condizionamento e sistemazione dei rifiuti nucleari che rappresentano un laboratorio di soluzioni che interesserà molti altri nel mondo.
Sarebbe davvero un peccato che il Paese mancasse, per i ritardi del nostro programma di decommissioning, la straordinaria possibilità di realizzare, oltre alla sistemazione in sicurezza del nostro lascito nucleare, anche un’opportunità sui mercati internazionali.
Il convegno del 20 Maggio, organizzato dall’Associazione Italiana Nucleare, da Nens e dalla Fondazione Einaudi ha riproposto i temi essenziali per un recupero dei ritardi e per un salto di qualità nella gestione del programma. Si richiede anzitutto un adeguato governo pubblico del programma. Il governo non deve venir meno ad un ruolo di indirizzo, ritrovando su questa tematica l’attenzione e la capacità di regìa che caratterizzarono gli inizi del decennio scorso. I ministeri interessati (Economia, Sviluppo e Ambiente) e l’Autorità per l’Energia, devono avvertire, sulla base del bilancio critico dei ritardi accumulati negli ultimi dieci anni, la necessita’ di una verifica e di una messa a punto del programma di decommissioning. Anche introducendo, laddove e’ necessario, innovazioni e procedure nuove nella gestione di esso.
Il convegno ha illustrato le problematiche che occorrerebbe prendere in considerazione. La realizzazione del decommissioning nucleare, rispetto ad altri temi di investimenti pubblici e di domanda di sviluppo, non presenta esigenze di reperimento di risorse. Al contrario: presenta esigenze di rispetto dei consumatori, di trasparenza delle tariffe dei servizi pubblici (in primis la bolletta elettrica) e di efficienza nell’uso delle risorse.
La sistemazione del lascito nucleare è la costruzione del deposito sono un’esigenza nazionale indifferibile. E che non può essere demandata ad investimenti privati (almeno non del tutto). Tanto più questo è vero, tanto più occorre tener presente che i ritardi nell’attuazione del programma rappresentano costi ingiustificabili che si accollano i consumatori italiani. Dal convegno sono giunte, al riguardo, alcune indicazioni per un uso moralmente e razionalmente accettabile delle risorse finanziarie per il decommissioning, oggi imputate alla tariffa A2 dei consumi elettrici: la prima misura necessaria e’ la riprogrammazione della tempistica dei progetti di decommissioning ispirata ad una realistica ma sfidante accelerazione della capacità di spesa di Sogin, la società che gestisce la committenza pubblica nel settore. Oggi Sogin dichiara una capacità media annua di spesa per gli smantellamenti intorno agli 80 milioni di euro. La spesa complessiva per gli smantellamenti a regime è calcolata in 1,7 miliardi di euro. E’ evidente che senza una decisa accelerazione e aumento dei volumi di spesa l’obiettivo del 2035 appare del tutto irrealistico. Questo significa che, in assenza di cambiamenti, la natura di puro costo del decommissioning rispetto a quella di fattore di sviluppo e’ destinata a ingigantirsi.
Il convegno ha indicato anche altre esigenze per ciò che riguarda l’uso e la destinazione delle risorse per il decommissioning raccolte con la tariffa A2. Nessuna quota di tali risorse dovrebbe essere destinata a finalità che non riguardino il programma di smantellamento. Attualmente, senza calcolare l’Iva che indebitamente grava sulle risorse A2, sono circa 435 milioni (tra prelievi di bilancio e depositi in Cassa Conguaglio ) che sono destinati ad usi non per gli scopi A2.
Il secondo tema del convegno ha riguardato la governance del programma. Il decommissioning italiano sta per entrare nella fase della sua maturità. Sinora la non velocissima capacità di realizzazione di Sogin e’ stata ritardata ulteriormente da due fattori: gli iter autorizzativi eccessivamente lenti e il fatto che le attività prevalenti hanno riguardato smantellamenti nelle aree non radiologiche (turbine, parti convenzionali, aree civili), costruzione di depositi di sito e attività di trattamento di liquidi e solidi radioattivi presenti nei siti. Ora si prefigura un cambiamento. Da un lato sembra finalmente partito il lungo iter decisionale e di costruzione del deposito nazionale. Dall’altro si sono conclusi gli iter autorizzativi per le “disattivazioni” delle aree strettamente nucleari delle centrali.
Per almeno tre di esse (Trino, Caorso e Garigliano) si possono ora predisporre le attività core del decommissioning: lo smantellamento delle aree a più forte contenuto radiologico (circuiti primari, internals, vessel ). Si sta per passare, insomma, ad una fase più complessa; che esige un salto qualitativo nelle attività di Sogin. Che abbisogna, probabilmente, di riforme delle procedure e della gestione della committenza e di nuovi rapporti di partenariato pubblico-privato.
La proposta del convegno è quella dell’ unbundling, che significa una più netta distinzione, nelle attività di Sogin, tra le funzioni di stazione appaltante - che gestisce risorse pubbliche - e soggetto operativo e industriale - che realizza il decommissioning. Nelle attività riguardanti questa seconda funzione (costruzione del deposito, progettazione/ingegneria degli smantellamenti e trasporti) è utile sperimentare nuove relazioni e forme di partenariato pubblico-privato, che recuperino capacità ingegneristiche, progettuali e competenze non tutte disponibili, oggi, all’interno di Sogin.
L’ attività del decommissioning presenta specificità che mal si adattano ad una gestione ordinaria degli appalti. Al convegno, al riguardo, abbiamo indicato tre lacune che andrebbero colmate. La prima: l’assenza, nel nostro codice degli appalti, di una categoria specialistica rivolta alle attività (come il decommissioning) che riguardano settori fortemente regolamentati come quello nucleare, che ha che fare con attività ad alto contenuto radiologico che richiedono una forte e specifica qualificazione degli operatori. Oggi, sembra un assurdo, non e’ previsto il possesso di tale qualificazione. La Sogin sopperisce alla mancanza di tale categoria richiedendo il possesso di qualifiche assimilabili a quelle nucleari oppure l’ evidenza di volumi di attività svolti. Quest’ultima condizione, naturalmente, avvantaggia pesantemente le aziende non italiane. Da tempo l’industria italiana che opera nel decommissioning si batte perché venga istituita, nel Codice degli appalti pubblici, la specifica qualificazione nucleare per partecipare alle gare del decommissioning.
Altra innovazione che la Sogin dovrebbe prevedere è il superamento della rigida compartimentazione, nelle gare, tra progettazione ed esecuzione. Il decommissioning nucleare ha un’altra particolarità: si tratta di smantellare impianti costruiti molti decenni addietro. Di tali impianti non si ha una conoscenza perfetta dello stato effettivo e, spesso, addirittura non si è in possesso della documentazione costruttiva originale. Non è possibile, perciò, procedere negli impianti nucleare da disattivare e smantellare con una progettazione propedeutica all’intervento. Le due cose, per ragioni di sicurezza, non dovrebbero essere rigidamente separate. Sulla progettazione si deve poter tornare ogni volta che é necessario anche durante le fasi esecutive. Per fronteggiare imprevisti, problemi inediti e difficoltà che si presentano nelle fasi esecutive dell’intervento. Se si mantiene nel decommissioning la rigida separazione tra progettazione ed esecuzione, che il Codice degli Appalti Pubblici comprensibilmente riserva alle nuove costruzioni, si introduce un fortissimo fattore di possibili ritardi ed errori nell’attivita’ di smantellamento delle centrali.
Una modalità operativa per superare questi limiti e per qualificare maggiormente l’offerta industriale nel campo del decommissioning, potrebbe essere l’estensione al settore nucleare della figura del General Contractor, oggi prevista nelle opere pubbliche e per grandi infrastrutture. Nell’esperienza inglese, che rappresenta il più vasto e impegnativo programma in corso di decommissioning nucleare nel mondo, i siti nucleari sono stati suddivisi, e per ognuno di essi o gruppi di essi si e’ fatto ricorso a General Contractors (Tier 1 Suppliers), responsabili della realizzazione del programma. Questa soluzione consentirebbe di moltiplicare l’attuale capacità ingegneristica e progettuale di Sogin e assicurerebbe la forte unitarietà degli interventi.
L’industria italiana deve mettersi al passo, rafforzare la sua qualificazione e competenza (anche con attivita’ di ricerca e di dotazione tecnologica nel campo dei prodotti e dei servizi di trattamento dei rifiuti nucleari, di bonifica e di taglio e smantellamento degli impianti). In particolare le attivita’ di waste management, di robotica, di sistemi e macchine di taglio, di macchine e sistemi di estrazione, di macchine per la movimentazione dei componenti e dei rifiuti, di progettazione e costruzione di contenitori, sono campi in cui si richiederebbe, anche, una possibilità di sostegno del sistema pubblico di ricerca. Ovviamente, considerando l’accrescimento del know-how italiano in questi campi, accrescono le possibilità di un posizionamento competitivo italiano nel mercato internazionale del decommissioning. Insomma ci sono le condizioni perché questo settore, che può apparire di nicchia, darebbe invece un significativo contributo alla ripresa degli investimenti, dell’occupazione e ad una crescita della domanda e dell’offerta industriale qualificata nei prossimi anni.
Foto: "CentraleNucleareEnricoFermi" di Alessandro Vecchi - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:CentraleNucleareEnricoFermi.jpg#...
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