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Il Sud ha problemi antichi, ma il governo ha disatteso le promesse e fatto poco o nulla

31/07/2015
I dati drammatici contenuti nel rapporto della Svimez nascono da problemi antichi. Ma un'interpellanza presentata da alcune decine di deputati Pd ricordano anche i ritardi e le disattenzioni del governo, invitando Renzi ad accelerare l'investimento dei fondi europei rimasti colpevolmente nel cassetto.

Mezza Italia sta andando alla deriva. Marcia verso un arretramento che la fa simile alla Grecia, piuttosto che al resto dell’Europa industrializzata. Lo hanno affermato nell’ultimo rapporto gli esperti della Svimez, usando queste drammatiche espressioni per descrivere la condizioni del Sud. 

I dati del declino sono chiari, ma ce n`è uno che più di tutti rende evidente la gravità della condizione in cui versano le Regioni del Mezzogiorno. Fra il 2000 e il 2013, l`Italia - come sottolineato anche dall’ultimo bollettino economico della Banca centrale europea - ha fatto ben poco. Il Prodotto interno lordo è cresciuto appena del 20,6 per cento. Ma nelle Regioni del Mezzogiorno non siamo andati oltre il 13 per cento, metà di quanto fatto dalla Grecia (più 24 per cento considerato l`intero periodo, con una buona fase iniziale che ha compensato il declino degli ultimi anni). 

L`Italia, dunque, è un Paese sempre più diviso, sempre più diseguale: nel 2014, per il settimo anno consecutivo, il Pil del Mezzogiorno ha chiuso con un segno meno ( 1,3 per cento, rallentando la caduta dell`anno precedente, meno 2,7).

Il divario fra il Pil pro capite fra Centro- Nord e Sud, lungi dal ridursi, ha toccato la quota record del 53,7 per cento, la più alta degli ultimi quindici anni. Nel 2014 il 62 per cento dei meridionali ha guadagnato meno di 12 mila euro (nel Centro-Nord il 28,5).

Una persona su tre è a rischio povertà, la proporzione al Nord è una su dieci. Negli anni della crisi (2008-2014) i consumi delle famiglie sono crollati del 13 per cento. Quelli in cultura e istruzione del 18,4 : tre volte in più rispetto al già grave meno 5,5 per cento del resto del Paese.

Declino sociale e produttivo sono andati di pari passo: gli investimenti dell`industria in senso stretto sono precipitati del 59 per cento ( meno 17 al Centro Nord ) lasciando sempre più spazio al sommerso e all`economia criminale. 

“E` ormai forte il rischio di desertificazione” ha avvertito la Svimez. Drammatici i dati sul lavoro e sulla demografia: nel Sud pur essendo presente solo il 26 per cento degli occupati, si è concentrato il 70 per cento dei posti falcidiati dalla crisi. L`occupazione è tornata ai livelli del 1977. Il 56 per cento degli under 24 è senza lavoro. Fra quelli che lo avevano, molti lo hanno perso: il 32 per cento degli under 35 è stato falcidiato dalla crisi ( 622 mila posti in meno in sette anni). Fra le donne della stessa fascia d`età, solo una cinque lavora. Ma niente reddito, niente figli: le nascite sono ai minimi da 150 anni a questa parte. Nel 1862, nelle Regioni meridionali ci furono 391mi1a nascite, l`anno scorso solo 174 mila “Uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili, il Sud è destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi cinquanta anni”. 

Da qui, un avvertimento: è impossibile che il Paese possa agganciare la crescita senza una seria politica sul Mezzogiorno, come ha detto il presidente della Svimez Adriano Giannola. Per questo la Svimez ha lanciato due proposte al governo. La prima: creare nel Mezzogiorno alcune Zes ( zone economiche speciali) a tassazione agevolata che possano favorire il ritorno dell`industria. La seconda: far sì che le imprese del Sud, per coprire i “buchi” della sanità, non siano penalizzate sull`Irap. Entrambe le proposte potrebbero essere finanziate con i Fondi europei.

 Ma proprio sull’uso, anzi sul non uso dei fondi europei, si è incentrata l’attenzione di Roberto Speranza, Gianni Cuperlo e di alcune decine di altri parlamentari di diverse Regioni italiane in una interpellanza al governo per chiedere finalmente una iniziativa concreta. L’intero testo dell’interpellanza è una spiegazione e un atto di accusa per le drammatiche condizioni del Mezzogiorno. “La perdurante situazione di grave  di crisi economica e sociale del Mezzogiorno e  lo stato di attuazione del programma di utilizzo dei fondi europei ad esso destinati, non possono non suscitare profonda  preoccupazione e sollecitare una significativa inversione di tendenza nell’azione dello Stato” hanno scritto i parlamentari del Pd. “Il Presidente del Consiglio sin dal suo insediamento ha ripetutamente dichiarato che fa parte degli indirizzi prioritari del Governo accrescere rapidamente la capacità di spesa dei fondi europei del vecchio ciclo (2007-13) e del nuovo (2014-20) e nello stesso tempo migliorare la qualità della spesa”, ma “secondo gli ultimi dati forniti dal DPS (Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica) al 30 maggio 2015, ovvero a sette mesi dalla scadenza fissata dalla UE per la certificazione della spesa del ciclo dei fondi europei 2007-13, risultano ancora non spesi 12,3 mld, pari al 26,4 per cento della dotazione complessiva, di cui circa 1O mld nelle regioni del Mezzogiorno”.

“Nel precedente Governo – hanno ricordato Roberto Speranza e gli altri parmanentari dem -  il Ministro per la coesione territoriale aveva avviato una serie di iniziative di riprogrammazione per accelerare la spesa e concentrarla su alcuni obiettivi anticiclici e tali iniziative di riprogrammazione riguardavano anche il Fondo Sviluppo e Coesione e il Piano di Azione Coesione; altre ipotesi di riprogrammazione a livello centrale, con il coordinamento del Ministro e la concertazione con le Regioni, erano state annunciate in relazione all’andamento della spesa dei programmi operativi regionali e nazionali (gestiti da vari Ministeri); nel gennaio 2014 si è ufficialmente avviato il nuovo ciclo dei fondi strutturali europei 2014-20 e che le risorse europee a disposizione del nostro Paese ammontano a 41,5 mld, ai quali vanno aggiunti il cofinanziamento nazionale e il Fondo Sviluppo e Coesione per  un valore complessivo che supera i 100 mld”. Ma ecco il punto: “Non risulta che a più di un anno  e sei mesi dall’avvio del nuovo ciclo si sia iniziato a utilizzare tali risorse, pur in presenza di una situazione di grave crisi economica e sociale del Mezzogiorno; i POR e i PON sono stati approvati dalla Commissione Europea solo negli ultimi mesi e alcuni restano ancora da approvare e non risulta che siano state intraprese iniziative per integrare più efficacemente detti programmi operativi nazionali  e regionali in sede di formulazione, in modo da contrastare la dispersione delle risorse e favorire la loro concentrazione su pochi obiettivi di rilievo strategico, così come formulati nelle premesse dell’Accordo di Partenariato presentato alla UE e così come auspicato dai precedenti Ministri dei Governi Monti e Letta; non risulta inoltre che siano in corso iniziative specifiche adeguate per accelerare l’utilizzo delle risorse; il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, istituito con il Decreto legislativo n.88 del 2011, comprende le risorse nazionali destinate al riequilibrio territoriale e che tale decreto prevede che nella legge di stabilità, che precede il nuovo ciclo dei fondi europei, venga fissato l’ammontare complessivo (per la durata del ciclo dei fondi europei) delle risorse nazionali da utilizzare per obiettivi di coesione territoriale attraverso il FSC (art.5). Con la legge di stabilità approvata nel 2013 la dotazione del FSC è stata determinata in 54mld per il settennio 2014-20. La percentuale riservata alle regioni meridionali è stata fissata all’80 per cento. Tuttavia, a quasi due anni dalla determinazione di tale stanziamento, non risulta che sia stato avviato il processo di programmazione strategica del Fondo, per il quale è prevista una destinazione prevalente  a grandi reti infrastrutturali, materiali e immateriali (art. 4 comma 3); programmazione strategica da realizzarsi in stretta connessione con quella dei fondi europei (art. 4 comma 2)”. E ancora: “l’Agenzia per la Coesione Territoriale, istituita dall’art. 10 del D.L. 31 agosto 2013, n. 101, convertito con modificazioni dalla Legge 30 ottobre 2013, n. 125 costituisce un’importante innovazione al fine di promuovere un più efficace coordinamento nazionale nella programmazione dell’uso dei fondi europei e per la integrazione di tali risorse con quelle del FSC, prima ricordato. Inoltre, ad essa sono attribuiti compiti di accompagnamento e di supporto delle autorità di gestione dei programmi operativi regionali e nazionali, anche ai fini dell’accelerazione degli interventi e se necessario di riprogrammazione; in casi di particolare gravità, la Agenzia può inoltre assumere poteri sostitutivi. La legge istitutiva prevedeva che lo statuto dell’Agenzia venisse adottato entro il  1 Marzo 2014 con DPCM. Lo statuto è stato in realtà adottato il 9 agosto 2014. Il direttore è stato scelto nel luglio del 2014 e si è insediato nel dicembre 2014. Tuttavia, l’Agenzia non risulta a tutt’oggi pienamente operativa per la mancanza di regolamenti relativi all’organizzazione e alla contabilità. Di fatto, l’Agenzia non ha quindi potuto finora svolgere efficacemente i ruoli per cui era stata con urgenza istituita, con nocumento sia della necessaria azione di riprogrammazione dei fondi 2007-13 - con i relativi i rischi di perdita consistente di tali risorse prima ricordati - che del necessario contributo di coordinamento dei fondi del nuovo ciclo e della loro programmazione integrata con il FSC; la scelta di ridurre il cofinanziamento nazionale dal 50 al 25 per cento ai programmi operativi di alcune regioni meno sviluppate dovrebbe alimentare una programmazione "parallela", sull'esempio del PAC. Tuttavia, in mancanza di una programmazione certa degli interventi finanziati con queste risorse "liberate", rischia di tradursi in un’ulteriore riduzione dell'impegno finanziario dello Stato per le politiche di sviluppo e di coesione nel Mezzogiorno”.

Da qui, l’accusa di un’azione contrastante con gli obiettivi dichiarati dal governo, riservando maggiore attenzione “al problema dello sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno – attualmente, a parere degli interpellanti, marginale nell’azione del Governo - come componente centrale e ineludibile della strategia per la ripresa complessiva del Paese e, a tal fine, quali iniziative intendano intraprendere in questa direzione”.

Come dire: le condizioni del Mezzogiorno sono il frutto di problemi antichi. Ma il governo non ha fatto quanto promesso per cominciare ad affrontarli, se ne è occupato solo marginalmente e svogliatamente. Ora è il momento di cambiare.

 

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