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Contraddizioni e incongruenze, economiche e non, di un eventuale intervento sulle pensioni.

20/08/2014
Con un intervento sulla differenza tra retributivo e contributivo a rimetterci di più sarebbero commercianti e artigiani. Se si parla di pensioni più alte, magistrati e professori universitari. Due logiche completamente diverse. Forse si dovrebbe riflettere meglio. Molte complicazioni e scarsi risultati.

 

Nell’intervista al ministro Poletti (Corriere della Sera, 17 agosto), il giornalista gli chiede se sia favorevole a un intervento di solidarietà sulle pensioni alte, oppure a un ricalcolo delle pensioni col metodo contributivo. Il ministro risponde di essere “favorevole a interventi di questo tipo a patto che siano collegati agli interventi di cui ho parlato prima a sostegno dei lavoratori che altrimenti rischierebbero di finire esodati”. Il termine esodati è usato per estensione; più propriamente si tratta di lavoratori (ancora) in attività che rischiano di essere licenziati e di non avere reali possibilità di trovare un lavoro fino al momento del pensionamento.

La questione più importante, nell’intervista, è l’espressione “interventi di questo tipo”, che induce a pensare che il Ministro li ritenga simili. Le due ipotesi, che il giornalista gli sottopone, hanno invece logiche molto diverse con impatti su categorie di pensionati significativamente diversi. La prima infatti riguarda coloro che hanno pensioni “alte”. Poiché è già in atto una norma che riguarda un contributo di solidarietà sulle pensioni superiori a 90.000 euro, rispondenti a poco meno di settemila mensili (lorde), è logico pensare che l’intervento consista nell’abbassare la soglia a, poniamo, 60.000 o 50.000 euro (annui, sempre lordi).

A parte qualche dubbio di costituzionalità, il provvedimento è di facile attuazione. Quello che conta è l’ammontare complessivo della pensione erogata (o delle pensioni, se più di una); la presenza di altri redditi non conta.

Nel secondo caso invece la logica è completamente diversa. L’idea è che in molti casi le pensioni erogate con metodo retributivo (che sono ancora la grandissima maggioranza) sono superiori a quelle che i soggetti avrebbero avuto secondo il metodo contributivo, basato sull’equivalenza tra il montante contributivo e il flusso di pensioni basato sulla vita attesa. A parità di montante contributivo, ed essendo la vita attesa (calcolata dall’Istat) uguale per tutti, chi va in pensione più tardi riceve un mensile più alto di chi ci va prima. La tesi, che trova molti sostenitori, è che solo con un sistema contributivo i pensionati ricevono il giusto. Il di più ottenuto con il sistema retributivo rappresenta invece un peso sulle generazioni attive, un onere improprio, o per usare parole forti, un furto.

Volendo intervenire in questa direzione si tratterebbe di ricalcolare, per ciascuna pensione, la differenza tra quanto il pensionato avrebbe avuto con l’applicazione retroattiva del metodo contributivo e quanto ha effettivamente avuto con il metodo retributivo. Il lettore può facilmente immaginare la complicazione amministrativa e la congestione giudiziaria connessa agli inevitabili ricorsi dei pensionati. Ma non è questo il punto più importante. Il fatto è che, almeno sino ad ora, i sostenitori del contributivo, per così dire, retroattivo, limitano la loro proposta alle pensioni superiori ad un certo livello, ad esempio dai tremila euro (sempre lordi) in su. La ragione è ovvia, e non è dovuta alle complicazioni amministrative, ma a quelle elettorali. Però limitarsi a chi ha pensioni superiori ai cinquemila euro mensili (lordi) vuol dire mettere nel mirino poco più di 200.000 pensionati, e quindi, a meno di non prevedere un esproprio della parte “non meritata”, ricavarne un gettito ridotto. Scendere con la soglia a tremila (sempre lordi) vuol dire che gli interessati raggiungerebbero i 900.000, e la massa, come con l’uranio, rischia di diventare critica, in termini di reazione. 

Purtroppo però la logica del ricalcolo contributivo è incompatibile con quella della fissazione di una soglia, di qualunque soglia. Quella che conta non è tanto la differenza assoluta tra la pensione del soggetto e quella ricalcolata col contributivo, ma la differenza percentuale. Il prelievo cioè dovrebbe riguardare un ammontare calcolato come differenza percentuale tra le due pensioni. Differenze percentuali inferiori ad esempio, al 5% o anche al 10%, potrebbero essere trascurate, mentre differenze via via percentualmente più alte avrebbero prelievi maggiori.  

Le due proposte hanno logiche del tutto diverse e impattano su soggetti in parte diversi. Se si vogliono colpire le pensioni alte non perché “non meritate” ma semplicemente perché alte, in una logica di solidarietà con i lavoratori che rischiano di trovarsi senza lavoro e senza pensione, allora magistrati e professori universitari sarebbero tra coloro cui prelevare il contributo. Al contrario commercianti e artigiani sarebbero ovviamente esclusi, perché la pensione media mensile di questi gruppi oscilla un po’ sotto (commercianti) ed un po’ sopra (artigiani) gli 800 euro mensili. Se invece la logica è quella del confronto fra la pensione “giusta” (contributiva) e quella “ingiusta” (retributiva), allora magistrati e professori non dovrebbero versare nulla, anzi in teoria dovrebbero avere un aumento della pensione, essendo andati in pensione oltre i settanta anni di età.

Invece commercianti e artigiani dovrebbero essere sottoposti a prelievo (salvo il limite dell’assegno sociale), perché una buona parte, per alcuni la maggioranza, della pensione di cui godono non è coperta dai contributi versati. Fino al 1995 la differenza era eclatante, poi si è ridotta, ma, fino alla finanziaria 2007, l’aliquota contributiva era pur sempre inferiore a quella di computo.

Poletti e il governo dovrebbero quindi riflettere su come intervenire e tenere ben presente i rischi di sonore bocciature da parte della Consulta.             

 

 

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