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Disuguaglianza: non bastano le politiche redistributive, bisogna intervenire anche sulle cause, a cominciare da accesso alla scuola, alla sanità, alla casa

02/02/2017
E’ ormai indispensabile guardare anche alle cause della formazione delle disuguaglianza, per prevenire gli effetti. Quindi bisogna dare vita a politiche redistributive, ma anche, come si dice con un neologismo, a politiche predistributive: cioè a politiche che modifichino profondamente i modi con i quali funzionano i mercati e i risultati a cui portano. Non è cosa facile. A sinistra significa fare finalmente i conti con l’ottica neoliberista che anche noi abbiamo spesso sposato e secondo cui i mercati si autoregolano. Bisogna inoltre tenere presente che le disuguaglianze hanno tante facce che interagiscono con i principali aspetti della vita degli individui: reddito, ma anche salute, istruzione, abitazione. In ciascuno di questi campi vediamo l’importanza dell’agire pre e dell’agire post.

Da molto tempo ormai sappiamo che le disuguaglianze sono cresciute in molti paesi e che questo ha favorito la dispersione dei redditi e quel fenomeno che è la concentrazione di redditi e ricchezze in un segmento molto piccolo della popolazione, l’uno per cento se non addirittura lo 0,5. Ma se vogliamo capire fino in fondo ciò che è accaduto e predisporre una politica adeguata dobbiamo tenere presenti due cose che sono accadute in seguito alla crisi economica.

Da un lato la crisi ha provocato indubbiamente un grande aumento della disuguaglianza nei redditi di mercato. Questo è un fattore sul quale dobbiamo soffermarci, perché se è vero che il rallentamento o addirittura la riduzione del Prodotto interno lordo ha comportato una crescita della disuguaglianza, è anche vero che l’esito è stato simile anche nel caso inverso, con l’economia in avanzamento. Di conseguenza, quando noi parliamo di politiche, dobbiamo capire che la disuguaglianza nasce anche con certi tipi di politiche per sostenere la crescita. Per questa ragione si comincia a parlare di crescita inclusiva, cioè di una crescita che non punti solo all’aumento del Pil, ma anche a distribuire in modo equo le opportunità su tutti i segmenti della popolazione.

L’altro effetto verificato con la crisi è che all’aumento della disuguaglianza nei redditi si è risposto con politiche redistributive, e questo in molti paesi ha arginato il fenomeno. Mi riferisco in particolare a politiche di tax benefit, cioè di imposta o trasferimenti monetari, che hanno in qualche modo avuto una logica riparatoria. Ma ciò comporta che dovremmo tenerci caro anche il gettito necessario per realizzarle queste politiche, perché ridurre le imposte e continuare a permettere l’evasione fiscale può avere l’effetto di rendere insostenibile una così importante funzione riparativa.

Se teniamo presenti queste due semplice cose, si arriva alla conclusione che le politiche da proporre e realizzare dovrebbero avere una duplice ottica, da un lato riparativa, ma dall’altro anche di prevenzione.

L’ottica riparativa è infatti molto importante, ma non basta. E occorre che non ci si concentri solo sulle manifestazioni estreme della disuguaglianza, cioè sulla povertà e l’esclusione sociale. Senza nulla togliere all’importanza di questo tema, che in ogni caso continuiamo ad affrontare con strumenti e anche una cultura inadeguati: continuiamo a pensarci molto spesso con l’ottica del benefattore che tende la mano a chi non ce la fa, ma con il retropensiero che se il beneficiato non ce la fa è un po’ anche colpa sua perché non si dà da fare.

E’ ormai indispensabile guardare anche alle cause della formazione delle disuguaglianza, per prevenire gli effetti. Quindi bisogna dare vita a politiche redistributive, ma anche, come si dice con un neologismo, a politiche predistributive: cioè a politiche che modifichino profondamente i modi con i quali funzionano i mercati e i risultati a cui portano. Non è cosa facile. A sinistra significa fare finalmente i conti con l’ottica neoliberista che anche noi abbiamo spesso sposato e secondo cui i mercati si autoregolano.

Una volta per tutte deve essere chiaro che i mercati non si autoregolano, ma sono i risultati di scelte esplicite di istituzioni nazionali e internazionali, della politica, delle lobby, degli stakeholder…Faccio un esempio concreto. In questo periodo parliamo molto delle disuguaglianze provocate dalla globalizzazione (anche se dovremmo sempre ricordare che in altri Paesi ha portato benefici, e che ha portato fuori dalla povertà estrema due o tre miliardi di persone) e dal progresso tecnologico. Questi due fenomeni ci fanno paura perché li consideriamo ineluttabili, fenomeni ai quali ci dobbiamo adeguare, e non invece come processi che possono essere governati per distribuirne i benefici all’interno della collettività e non solo a forti portatori di interessi. I monopoli che sono conseguiti alla globalizzazione non sono ineluttabili. La speculazione finanziaria resa possibile da una dissennata liberalizzazione dei movimenti di capitale a breve termine, l’evasione fiscale che permette alle multinazionali di non pagare né dove producono né dove vendono non sono ineluttabili.

Bisogna inoltre tenere presente che le disuguaglianze hanno tante facce che interagiscono con i principali aspetti della vita degli individui: reddito, ma anche salute, istruzione, abitazione. In ciascuno di questi campi vediamo l’importanza dell’agire pre e dell’agire post. Il caso del reddito è IL più evidente. E’ chiaro che di fronte ad una plateale disuguaglianza si interviene con politiche di tax benefit; ma dobbiamo interrogarci anche su ciò che ha causato quella disuguaglianza, e in questo lavoro le politiche realizzate e quelle da mettere in campo hanno un ruolo fondamentale. Non possiamo nasconderci che la deregolamentazione delle forme contrattuali, l’indebolimento del sindacato, il non aver messo in atto politiche che riducano la precarietà hanno inciso sulla vita di milioni di persone. Il complicato rapporto tra vita e lavoro ha fatto crescere le differenze di genere. Moltissimo ha pesato anche l’incapacità di intervenire nella forbice retributiva: abbiamo accettato l'idea che le differenze retributive siano tutte legittimate da questioni di abilità e merito individuali e non anche da rendite di posizione. Noi consideriamo il merito come elemento che spiega tutto, mentre tutti gli studi ci dicono che c’è una forte correlazione tra iL reddito dei padri e il reddito dei figli: anche il merito, grazie alle condizioni delle famiglie in cui si cresce, diventa così ereditario, come fosse un patrimonio.

Le disuguaglianze di reddito e di ricchezza interagiscono infatti con quelle sociali. Anche in questo caso dobbiamo fare molta attenzione. Sappiamo dall’Istat che 2 milioni e 600 mila persone per motivi economici nel 2013 hanno rinunciato alle cure pur avendone bisogno. Si è trattato spesso di donne. Ma i risultati di salute va detto che appaiono ancora una volta correlati al reddito: si sta meglio man mano che si è più ricchi e questo è un elemento che interroga non poco. Intanto, mette in luce la necessità di puntare a una sanità universale, tale che dia risposte a tutti quanti, con una forte funzione redistributiva, senza ripiegare sul welfare aziendale e cose di questo tipo. Ma in secondo luogo tutto ciò mostra, se andiamo a vedere più in dettaglio, che in media nel Mezzogiorno ci si ammala di più, si guarisce di meno, si perde prima l’autosufficienza, si muore prima. Qualche domanda sulle nostre politiche per il Sud ce la dobbiamo porre.

Lo stesso vale per l’istruzione. Come si può affermare che vale solo il merito in un Paese come il nostro dove ci sono fenomeni evidenti di povertà educativa, con minori che non hanno possibilità di accedere alla cultura? Anche in questo caso la povertà educativa risulta molto forte nelle regioni del Sud ed è alimentata di situazioni economiche che provocano un circolo vizioso: la dispersione scolastica è legata all’istruzione dei genitori, alle condizioni economiche della famiglia che tende a riprodurla. Anche qui c’è bisogno di politiche specifiche: se parliamo di una disabilità che viene creata dalla povertà educativa sui minori dobbiamo preoccuparci di fare interventi sulla politica educativa della prima infanzia ma anche interventi come quelli messi in atto in Francia, che si propongono di correggere l’impatto delle disuguaglianze sociali ed economiche nelle aree in cui queste si manifestano, attraverso potenziamenti di diversi fattori: più insegnati, più scuole….

Ultimo tema, la proprietà della casa. Questo è un altro fattore moltiplicativo di povertà e disuguaglianza. Anche qui chi ha redditi più bassi vive generalmente in contesti più poveri, più esposti al disagio sociale. E non solo: chi vive in contesti del genere ha molte più difficoltà a crescere, a sviluppare le proprie qualità,  banalmente per le difficoltà, di costo e di tempo, con i mezzi di trasporto, per le distanze dai luoghi in cui sono concentrate le opportunità migliori. Ha più difficoltà ad accedere a queste opportunità e resta povero e non riesce a superare i diversi e pesanti fattori che lo rendono tale.

 

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