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Diversità e obiettivi tra revenu universel di Hamon, reddito di cittadinanza del M5S, Sia. La strada migliore? La proposta del Nens

14/02/2017
In prospettiva va pensato uno strumento universale, che assorba molti istituti di assistenza esistenti, e che segua una logica coerente. La proposta pentastellata del reddito di cittadinanza lo è certamente, ma nella direzione sbagliata.La strada da seguire è piuttosto quella di generalizzare un sistema di sostengo al reddito, con importi maggiori, diciamo all’incirca doppi, di quelli previsti dal SIA, che non terminano bruscamente al raggiungimento della soglia, ma neppure che si estendono senza limiti di redditi. Come la proposta formulata dal Nens (in allegato) nella “Riforma del sostegno ai nuclei familiari, dell‘IRPEF e dei contributi previdenziali”.

Due forme di sostegno al reddito. Benoit Hamon ha vinto le primarie del Partito socialista francese, battendo da sinistra il primo ministro Manuel Valls, che esprimeva posizioni in continuità alle politiche di Francois Hollande (se non ancora più a destra); Hollande si era giustamente ritirato per conclamata impopolarità, e ha dichiarato un disciplinato appoggio al vincitore delle primarie.

La proposta più rilevante di Hamon è quella di un “revenu universel”; poiché da noi il M5S ha da tempo nel suo programma il reddito di cittadinanza, e poiché stampa e mass-media hanno cominciato a fare confusione, può essere utile chiarire che si tratta di due cose totalmente differenti.

La proposta di Hamon appartiene alla categoria del “basic income” di cui il principale propugnatore è il filosofo (nonché economista e giurista) belga Philippe van Parijs. E’ un reddito che viene dato a tutti i residenti in una comunità, maggiorenni, senza condizioni di sorta. Che lavorino o no, che abbiano un reddito basso o meno, tutti hanno diritto a percepire il reddito di base.

La prima obiezione che viene fatta a questa proposta è la seguente: perché dare il reddito universale (o di base) anche ai ricchi? A Hamon è stato chiesto se anche madame Liliane Bettencourt (la donna più ricca di Francia, principale azionista di L’Oréal) sarebbe stata beneficiaria del reddito. Sì, ha risposto, ed è facile comprendere il perché. Se si mette un limite di reddito, per esempio quello che definisce la povertà assoluta, e si stabilisce di integrare il reddito di una persona (o di un nucleo familiare, tenendo conto del reddito equivalente), in modo che abbia almeno il necessario per sopravvivere, si passa dal reddito universale al reddito minimo garantito, che è poi la proposta dei pentastellati, anche se il termine “reddito di cittadinanza” può trarre in inganno. 

Nel caso del reddito universale il problema è il costo. Poiché tutti lo ricevono, la spesa complessiva, per paesi come la Francia o l’Italia, può oscillare tra i 300 ed i 400 miliardi, se il reddito viene posto tra gli 8.000 ed i 10.000 euro annui. In effetti se Ru è il reddito universale e Rm il reddito medio, un’imposta proporzionale sul reddito (su tutti i redditi senza esclusioni), necessaria per finanziare il reddito universale, avrebbe un’aliquota esattamente pari a Ru/Rm, cioè tra il 30% ed il 40%. Il reddito minimo garantito costa molto meno, perché viene dato solo ad una minoranza di persone. Ma ha un serio inconveniente: non vi è più incentivo a guadagnare delle somme inferiori o pari a quella garantita. Se il limite è posto a 8.000 euro, ed io trovo un lavoro, temporaneo o part time, dal quale ottengo 4.000 euro, perdo metà del sussidio, e mi ritrovo sempre con 8.000 euro. Vi è quindi una aliquota (marginale) d’imposta del 100% da zero a 8.000. E’ un’aliquota implicita, ma lo stesso risultato può essere raggiunto stabilendo che il sussidio di 8.000 si dà a tutti, ma qualunque reddito venga guadagnato avrà una aliquota esplicita del 100% da zero a 8.000.

Il risultato è sia quello di incentivare l’ozio, ma soprattutto di incentivare il lavoro nero, che il Italia è un fenomeno già molto preoccupante. Si tratterebbe allora di organizzare dei controlli, e magari stabilire che chi vuole ricevere gli 8.000 euro deve accettare il lavoro che gli viene offerto, o lavorare per 1000 ore l’anno (per esempio). Tutto ciò ha evidentemente un costo.      

Il reddito universale o basic income ha dunque il problema del costo del programma, ma non determina nessun disincentivo al lavoro “bianco”. Il costo può però scendere, se si pensa che una serie di spese assistenziali vengono riassorbite; ad esempio da noi tutte le varie forme di sussidi e sgravi alle famiglie, dalle detrazioni agli assegni al nucleo familiare. Anche le indennità di disoccupazione possono essere ridotte, e così gli assegni pensionistici minimi. Rimane comunque un aumento rilevante di spesa che deve essere finanziato dal prelievo fiscale, e questo spiega perché in nessun paese fino ad ora sia stato istituito un sistema di reddito universale. In passato si ricorda la campagna elettorale negli USA del 1972, in cui il candidato democratico, George McGovern, inizialmente propose un “demogrant”, nella forma di reddito universale o basic income, ma poi ritirò la proposta in seguito alle reazione contraria della base operaia. In Alaska esiste da tempo un fondo pubblico alimentato dall’estrazione petrolifera che distribuisce un dividendo ai cittadini dello Stato, ma la diminuzione dei prezzi del petrolio lo ha fatto scendere, l’anno scorso, a 1.884 dollari annui.

Tuttavia proprio quest’anno è iniziato in Finlandia un esperimento pilota di due anni, che consiste in un sussidio di 560 euro mensili a 2.000 disoccupati; il sussidio non si riduce se gli interessati trovano un lavoro.

D’altra parte il reddito minimo garantito può attenuare l’inconveniente dell’aliquota implicita al 100%, stabilendo che il reddito guadagnato da un soggetto, inferiore al limite fissato (nell’esempio gli 8.000 euro) non faccia perdere tutto il guadagno, ma solo una parte. Ad esempio nel caso del RMI (reddito minimo d’inserimento) sperimentato in Italia dal primo governo Prodi, il 25% del guadagno restava al lavoratore. Non molto, per la verità, visto che l’aliquota implicita era del 75%. In Francia Sarkozy promosse una riforma del RMI francese (revenu minimum d’insertion), con un’aliquota implicita del 100%, sostituendolo con il RSA (revenu de solidarité active) che ha un’aliquota implicita più bassa, del 38%. Quindi se un lavoratore ottiene una remunerazione di 1.000 euro, ne perde solo 380, mentre 620 restano a lui. Ma abbassando l’aliquota implicita il costo del RSA cresce sensibilmente rispetto al RMI, tanto che Sarkozy dovette aumentare la tassazione dei redditi finanziari, creando malumori nella sua maggioranza. 

Il Sostegno per l'Inclusione Attiva (SIA) e oltre. Il SIA è una misura di contrasto alla povertà studiata durante il governo Letta (da una commissione presieduta da Cecilia Guerra) e attuata durante il governo Renzi, prima nelle grandi città e poi, da settembre 2016, estesa a tutto il territorio nazionale. Il beneficio è piuttosto ridotto, 80 euro per un singolo, 160 per una coppia, fino a 400 per cinque o più componenti. E’ prevista una tessera apposita con la quale si ha diritto a uno sconto del 5% sugli acquisti nei supermercati e strutture convenzionate. E’ limitato da due prove di mezzi: ISEE non maggiore di 3.000 euro, e sussidi (assistenziali o previdenziali) non superiori a 600 euro mensili (per avere un ordine di grandezza la pensione sociale è di 448 euro). Inoltre conta anche la tipologia dei membri del nucleo familiare: vi deve essere la presenza di almeno un figlio minorenne oppure disabile, o una donna in stato di gravidanza (dal che si deduce che il caso di un solo percipiente è quello della donna incinta).

L’intendimento del SIA è di svolgere una funzione di attivazione sociale e lavorativa attraverso il contatto diretto tra percipienti e strutture apposite dei Comuni, in accordo con gli altri servizi del territorio (i centri per l'impiego, i servizi sanitari, le scuole) nonché con soggetti del terzo settore e associazioni del volontariato. Mentre le due prove dei mezzi sono tipiche della tipologia di reddito minimo (se l’ISEE è di 2999 euro hai diritto, se è di 3001 no), e quindi molto rozze, i problemi di incentivo al lavoro nero non dovrebbero sorgere se per  davvero gli enti pubblici riescono a seguire capillarmente le famiglie beneficiarie, controllando che gli adulti svolgano attività idonee al reinserimento, che i figli vadano a scuola, e così via.

Il SIA si aggiunge a tutte le altre forme di trasferimenti assistenziali, e da qui la necessità di evitare una sovrapposizione di istituti. Questo significa che coloro che ottengono assegni al nucleo familiare, assegno per il terzo figlio o simili possono facilmente non essere beneficiari del SIA; da qui il suo carattere integrativo, per riempire alcuni buchi presenti nelle altre forme assistenziali. Per questi motivi la spesa del SIA per il 2017 è prevista nell’ordine di un miliardo, dato che tutti i nuclei senza figli o donne incinte, e con redditi appena sopra i 3.000 euro (quindi in piena povertà) non ne possono usufruire. In sostanza il SIA copre alcuni vuoti del nostro sistema di welfare, ma è solo un momento transitorio, utile per valutarne il funzionamento, ma nulla più.

In prospettiva va pensato uno strumento universale, che assorba molti istituti di assistenza esistenti, e che segua una logica coerente. La proposta pentastellata del reddito di cittadinanza lo è certamente, ma nella direzione sbagliata. Malgrado il nome si tratta in realtà di un reddito garantito, nella forma di una integrazione del reddito fino a circa 9.000 euro annui, quindi fino a quella cifra vi è un’aliquota implicita del 100%. Ma il problema del nome è ininfluente, visto che non esiste, giustamente, un copyright. Quello che importa è il problema dell’incentivo al lavoro nero, che troverebbe una prateria aperta. Nella formulazione M5S il beneficio si perde dopo il secondo rifiuto di una proposta di lavoro. Possono passare anni, soprattutto nel Sud, prima che si realizzi una fattispecie del genere. Inoltre il costo di un programma del genere è tale che si debba necessariamente rinunziare ad altre spese più utili al paese, come spese di investimenti, di finanziamento degli Enti di ricerca, che creano crescita economica e occupazione.

La strada da seguire è piuttosto quella di generalizzare un sistema di sostengo al reddito, con importi maggiori, diciamo all’incirca doppi, di quelli previsti dal SIA, che non terminano bruscamente al raggiungimento della soglia, ma neppure che si estendono senza limiti di redditi. Per esempio nella proposta formulata dal Nens “Riforma del sostegno ai nuclei familiari, dell‘IRPEF e dei contributi previdenziali”, è previsto un assegno familiare che rimane fisso fino ad un certo reddito (7.000 euro, calcolati con l’ISEE ma senza la componente patrimoniale), poi scende lentamente per terminare a 27.000 euro. In questo modo l’aliquota implicita si mantiene entro percentuali relativamente basse, quindi con scarso incentivo al lavoro nero. Ciò ovviamente non esclude un ruolo attivo dei servizi locali e dell’impiego a favore degli interessati.  

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