Alla luce della lettura delle proposte della #scuolabuona che approfondiremo e poi commenteremo nel dettaglio, rimane una mia proposta di impostazione del piano educativo nazionale come finalizzato alla mobilità sociale e culturale dei giovani italiani. In questo senso occorre un ripensamento in chiave attuale del diritto allo studio, la disuguaglianza sociale e culturale ha le sue radici nel costo dell'istruzione, l'obiettivo della pubblica istruzione è garantire a tutti i capaci e meritevoli di garantire i più alti gradi dello studio. Il secondo passaggio del piano educativo è che i più alti gradi dello studio permettano di raggiungere le competenze necessarie ad ottenere successo professionale ed esiti occupazionali adeguati alle aspettative. Tutto il resto, la scelta dei programmi, la digitalizzazione della scuola, il reclutamento degli insegnanti e l'edilizia scolastica conseguono a questo obiettivo. Questi sono metodi non obiettivi del piano.
Prima di tutto per me è doveroso ricordare che il primo governo che non ha tagliato ma ha investito sulla scuola è stato il governo Letta: disconoscerlo sarebbe sbagliato, perché abbiamo varato una legge, l’Istruzione riparte, che conteneva molti dei punti che poi potranno essere ulteriormente sviluppati dal governo Renzi. Sarebbe un errore se il Partito Democratico non riconoscesse questo punto importante, sarebbe come dimenticare la propria storia, e un partito non parte da zero ma da quanto ha costruito in precedenza.
Questo rifarsi alla storia precedente è importante soprattutto nella scuola per ottenere credibilità da persone professionali e attente, come gli insegnanti, che conoscono tecnicamente il loro mondo molto meglio di chi si appresta a riformarlo.
Poco prima della caduta del governo Letta, come Ministero, avevo già promosso una consultazione popolare chiamata Costituente della scuola, che aveva due scopi in uno, coinvolgere la società civile partendo dagli addetti ai lavori ma includendo tutti gli interlocutori, e ottenere una priorità politica sulla scuola. Nel progettare questa iniziativa, avevo pensato che consultare significa anche educare all’importanza della scuola, e imponendo la discussione avrei posto l’attenzione dell’agenda politica su questo tema. In questo senso l’avevo chiamata Costituente perché aveva l’obiettivo di ridefinire un piano educativo nazionale, con principi e obiettivi, da cui far discendere una riforma della scuola.
Quanto alle proposte per l’oggi, più che di ‘scuola’ io parlerei di ‘istruzione’, in modo inclusivo di tutti gli ordini di scuola e università, partendo dalla prima fascia, lo zero-sei, e finendo con l’istruzione superiore, quella universitaria.
Infatti, per partire con una riforma della scuola, si deve innanzitutto porre la questione con una prospettiva da ‘piano educativo nazionale’ con una visione a tutto campo che comprenda tutti i livelli di istruzione. Non è possibile intervenire su un unico ordine di scuola, per esempio la scuola media, ignorando cosa viene prima e cosa viene dopo, e soprattutto non considerando il percorso complessivo degli studenti ed i suoi obiettivi educativi e formativi.
Penso anche che il tema istruzione, contrariamente a quello che si pensa, sia un tema fortemente politico e anche divisivo, mentre tutti sono d’accordo che si debba investire sulla scuola, tanti sono contrari ad un aumento della spesa pubblica, e molti si dividono sul come e sul perché. Per esempio io utilizzerei il concetto di merito, e non di meritocrazia che è ambiguo, e lo applicherei soprattutto con una finalità: la mobilità sociale per promuovere i migliori.
L’istruzione pubblica è nata con un obiettivo nobile e alto, quello di educare il popolo e i figli del popolo, lo dice un’iscrizione sopra la porta del primo asilo pubblico di Roma che sta a Trastevere, e lo dice molto bene Condorcet, grande pensatore sull’istruzione pubblica: se ha un senso l’investimento pubblico, lo ha per consentire di coniugare uguaglianza e merito, per promuovere chi ha la capacità dando a tutti un’opportunità di istruirsi, un’opportunità che altrimenti andrebbe persa se ragionassimo solo per censo.
L’istruzione costa, ed è un investimento, ed in questo momento la selezione in Italia non avviene per merito ma avviene soprattutto per territorio, per censo, per condizione sociale.
La nostra società è immobile e i giovani emigrano soprattutto per questo, ma anche perché vedono cattivi segnali dalla nostra società, e dalla politica prima di tutto, che la selezione non avviene per competenza e per contenuti ma su altre basi.
Io non penso che il ragionamento sulla mobilità sociale sia vecchio e superato, penso che sia molto attuale e che la grande immobilità di questo paese venga proprio dai grandi divari sociali e geografici che invece di avvicinarsi e di migliorare, si aprono inesorabilmente come una forbice creando disuguaglianza, disagio e disperazione.
Quindi dobbiamo porci in una prospettiva di welfare studentesco, includendo il costo dei libri, dei trasporti locali, delle mense scolastiche, del tablet: sono questi i costi che incidono sulla vita delle famiglie, e per questo a suo tempo avevo investito proprio su questo punto. La riforma della scuola deve essere a tutto campo e non aver paura di integrare livelli di governo da quello centrale a quello regionale e locale che spesso affronta da solo il problema del welfare studentesco. Non ci deve essere ‘concorrenza’ fra i livelli di governo ma ‘integrazione’, nelle politiche scolastiche si è innescata una competizione piuttosto che una collaborazione fra il centro e le periferie.
Un piano educativo nazionale non può prescindere dalla situazione reale, deve porsi degli obiettivi coraggiosi ma deve anche razionalmente fondarsi sulla fotografia della condizione attuale del nostro paese, sia in termini di competenze degli studenti che in quelle degli adulti, sia guardando ai livelli occupazionali e allo stretto legame fra il tipo di scuola e l’aspettativa di riuscita lavorativa e professionale di uno studente.
Penso che una grande novità apprezzata da tutti potrebbe essere che le politiche educative nazionali, con le loro riforme, leggi, provvedimenti e cambiamenti, si declinassero in un’ottica misurabile in termini di successo formativo, di progresso culturale e di competenze della popolazione italiana. Dobbiamo partire dalla valutazione delle riforme precedenti, e dei provvedimenti approvati e spesso attuati in fasi successive, per capire come e dove riformare la scuola. Un tema più volte affrontato, anche recentemente con la legge ‘L’istruzione riparte’, è quello dell’alternanza scuola-lavoro, ci sono esempi di sistema duale nato in convenzione con le imprese, come quello con ENEL, che stanno funzionando, perché non partire dal consolidamento e dalla diffusione di questi prototipi di alternanza per lanciarla definitivamente anche in Italia?
Il mondo dell’istruzione è articolato, e una riforma deve porre la centralità e l’interesse degli studenti, perché è a loro e al loro futuro che dobbiamo pensare nel disegnare un piano educativo nazionale. Per avere dei riferimenti storici paragonabili a quello che io intendo, potrei citare la scuola pubblica italiana di fine ottocento, quando lo stato lottava contro l’analfabetismo, una vera piaga e sintomo di arretratezza, oppure quando è stata avviata la riforma della scuola media unica, una grande innovazione con una portata sociale e politica di enorme impatto.
Rispetto alle riforme di quegli anni, oggi noi abbiamo una seconda grande sfida dopo la mobilità sociale, che riguarda il rapporto fra le competenze e il lavoro, in termini di programmi scolastici dobbiamo aggiornare quello che viene studiato, insegnato e le competenze sviluppate in fase con l’evoluzione della società e del mondo del lavoro. Le tecnologie stanno trasformando il mondo del lavoro, la produzione, l’erogazione dei servizi, non possiamo educare i nostri figli secondo paradigmi novecenteschi perché facendolo potremmo correre il rischio di marginalizzare i nostri giovani e renderli passivi rispetto al cambiamento, noi vogliamo educare innovatori e creativi, persone in grado di essere protagonisti e dunque dobbiamo preparare alle sfide della società. Per questo è fondamentale inserire nuove materie come il coding alle primarie, o la musica, ed anche aggiornare i programmi di discipline consolidate, come la storia contemporanea, le lingue e culture straniere, la storia dell’arte, e la geografia economica. Vogliamo che i nostri studenti imparino a memoria i fiumi del nostro paese, ma vogliamo anche che capiscano che la carta geografica può essere centrata sulla Cina o sull’Australia, e che esistono paesi nel Medio Oriente che sono potenze economiche dalle quali non possiamo prescindere. Dobbiamo preparare gli studenti ad affrontare ed interpretare il presente per costruire il futuro. Non basta però innestare delle nuove discipline in un paradigma superato, e occorre interrogarsi sul metodo educativo, sul modo di stare in classe ed imparare, per sviluppare un modello di scuola degli anni duemila.
Credo che un piano educativo nazionale abbia bisogno di tante risorse, non è possibile affrontare questo tema senza mettere investimenti sul piatto, ma sono convinta che occorra affrontarlo anche partendo dall’analisi della spesa: senza una analisi tecnicamente fondata della spesa pubblica in istruzione non si potrà mai attuare una vera riforma, perché la spesa per studente o i dati aggregati nascondono tante disfunzioni, disorganizzazioni e modalità storiche di allocazione delle risorse che non sono efficienti e non permettono un governo trasparente. Per questo è necessario mettere in atto competenze amministrative, finanziarie e statistiche adeguate ad affrontare questo grande capitolo di spesa: per migliorare e per rendere più efficace la scuola dobbiamo partire dalla conoscenza e dalla competenza. Le politiche scolastiche si possono attuare solo dominando il sistema e conoscendolo in profondità, altrimenti resteranno sempre dominio delle burocrazie e degli addetti ai lavori, e sarà difficile per qualunque governo riuscire ad essere incisivo sul tema scuola.
Penso che a tal fine ci voglia una unica agenzia di valutazione che abbia il duplice scopo di valutare le competenze degli studenti e la qualità delle scuole e delle università. Per valutare, occorre monitorare tutto il percorso di studi. Nella formazione primaria e secondaria valutiamo le competenze degli studenti e nella formazione superiore valutiamo le strutture, penso che dobbiamo sviluppare entrambe le attività per tutti i corsi di studio e tutte le istituzioni.
Infine, il pilastro della scuola sono senza dubbio gli insegnanti. Sono convinta che essi siano la forza della scuola, e costituiscono anche l’ossatura dello stato, lo scheletro su cui si regge il sistema dell’istruzione e quindi la presenza stessa dello stato sul territorio, anche quello socialmente più arretrato. Per questo penso che innanzitutto il loro status sociale, e la loro considerazione nel sistema pubblico vada valorizzata, ed è giusto uscire dal paradigma che la carriera si basa solo sull’anzianità. Penso che sia giunto il momento di affrontare il tema del contratto degli insegnanti, del loro reclutamento e della loro valutazione come avviene per tutti i dipendenti pubblici. Ma per ottenere questo cambiamento, a tutti gli effetti rivoluzionario, è necessario un grande investimento nel settore, perché una rivoluzione di tale portata non può essere a costo zero. Il meccanismo di reclutamento degli insegnanti è talmente ingarbugliato e complesso da renderlo un esempio negativo paradigmatico degli eccessi della burocrazia amministrativa italiana: la stratificazione di norme, gli interventi stratificati delle varie riforme, i cambiamenti di rotta dei vari governi che non hanno mai sanato il passato prima di passare a nuovi metodi, hanno portato a rendere il settore una vera giungla incomprensibile e difficile da decifrare anche per gli addetti ai lavori. Ma qualunque riforma deve fare prima i conti con una transizione in cui si affronta il tema del precariato, delle graduatorie ad esaurimento e della difficile condizione di chi ha un contratto a termine nella scuola e vive senza certezze e senza stabilità. E’ un tema difficile su cui la cautela deve essere massima per riuscire a coniugare equità con semplicità e razionalizzazione del sistema dei concorsi e della immissioni in ruolo nella scuola. Per affrontarlo occorre lavorare con chi conosce profondamente la scuola e sviluppare un metodo robusto rispetto ai ricorsi e ai contenziosi, che forse rappresentano uno dei problemi endemici del sistema di istruzione.
Il cambiamento epocale dovrebbe essere proprio questo, nella scuola e nel mondo della pubblica amministrazione dobbiamo affrontare e risolvere una volta per tutte il problema dei concorsi, della valutazione e della oggettività ed equità delle selezioni della classe dirigente: la scuola non è che uno dei tanti settori dove non siamo riusciti a trovare soluzioni politiche e amministrative adeguate a garantire non solo l’interesse dei lavoratori ma anche l’interesse dei cittadini e dei fruitori dei servizi pubblici, che hanno diritto ad avere una buona scuola che si può fare solo con buoni insegnanti ben reclutati e fieri del loro mestiere.
La riforma della scuola e del sistema di istruzione superiore non è una questione di competenza del Ministero dell’Istruzione, per ottenere davvero un cambiamento, occorre mettere insieme le forze di governo, perché la scuola riguarda tutti, senza il Ministero dell’Economia e Finanze e la Ragioneria dello Stato, non si possono condividere dati, approcci di valutazione e programmazione delle risorse per ottenere l’analisi e il monitoraggio della spesa, e continuerà una inutile battaglia con sprechi e incomprensione, senza una collaborazione con il Ministero del lavoro non ci sarà mai un lancio definitivo dell’alternanza scuola-lavoro e della formazione professionale, e così senza una collaborazione con il Sistema Sanitario Nazionale non ci sarà mai una vera riforma della formazione dei medici. La vera rivoluzione potrebbe essere proprio questa, considerare l’istruzione una questione nazionale su cui fondare il nuovo rinascimento italiano.
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