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Esiste una sanità di sinistra? Sì. Bisogna passare dalla semplice contabilità alla salvaguardia (sostenibile) dei diritti

12/02/2015
I Rapporti CERGAS 2013 e 2014 e OCSE 2014 testimoniano che la scelta di privilegiare la componente di contenimento nell’uso delle risorse, concretizzata dai tagli lineari, ha prodotto una sostanziale riduzione dei servizi e della loro qualità, aumentato le liste di attesa e o le migrazioni, riducendo le possibilità di cura dei cittadini prevalentemente nelle aree più disagiate del Paese.

Nel mondo globalizzato e postideologico il concetto di destra e sinistra sta perdendo consistenza nel momento in cui, nella proposizione delle soluzioni ai vari problemi, viene dai più privilegiata la necessità di una concretezza di azione che, partendo dalla realtà sociale o economica della condizione individuale delle persone, ne postula i bisogni come universali e non soggetti ad una preliminare analisi ideologica dei determinanti di tali bisogni.
Le soluzioni relative ai problemi sia di ambito sociale o economico ma anche molto più semplicemente alle difficoltà crescenti della vita quotidiana tendono quindi sempre più a svincolarsi dalla possibilità di essere collocate a destra o a sinistra di un ormai considerato superato gradiente di pensiero e cercano di incontrare l’unanimismo acritico della maggior parte di coloro che anelano comunque ad una soluzione.
Se da un ambito generale ci si sposta su questioni specifiche, come quelle sanitarie, allora il cuore del problema diventa immediatamente evidente: esiste una Sanità di sinistra? O meglio: esiste un modo di affrontare i problemi e di indicare soluzioni in ambito sanitario riconducibile ad una visione culturale della sinistra? O, al contrario, anche su questo tema ci si deve accodare al coro di coloro che sostengono che la salute ed il benessere non sono né di destra né di sinistra, ma riguardano in eguale misura tutti quanti?
La mia caparbia pretesa di appartenenza, anagrafica e culturale, alla “vecchia guardia” mi fa propendere per una risposta che, nei tempi della neoideologia del “twittismo” inconcludente e asettico, potrebbe suonare come di retroguardia, poiché vuole riaffermare una marcata differenza tra una visione di sinistra ed una di destra proprio nelle vicende legate alla Sanità.
Negli ultimi due anni la Sanità italiana ha seguito linee che, a seconda del punto di vista, possono essere considerate di sviluppo o al contrario di involuzione, e che sono state caratterizzate da:
a) tagli lineari con affermazione della superiorità delle necessità contabili rispetto alla qualità dei servizi;
b) concentrazione delle sedi politiche di “governo” in sede regionale, e del sistema organizzativo in aree vaste o macrozone;
c) mancata attenzione alle professionalità;
d) aumento della quota di fuga dai servizi da parte dei cittadini, di coloro cioè che scelgono di non curarsi.
I Rapporti CERGAS 2013 e 2014 e OCSE 2014 testimoniano questa realtà ed indicano ad un tempo alcune ipotetiche linee di azione che, pur confermando la asetticità politica sopra ricordata, nei fatti pongono rilevanti questioni di squisita natura politica. La scelta di privilegiare la componente di contenimento nell’uso delle risorse, concretizzata dai tagli lineari, ha prodotto una sostanziale riduzione dei servizi e della loro qualità, aumentato le liste di attesa e o le migrazioni, riducendo le possibilità di cura dei cittadini prevalentemente nelle aree più disagiate del Paese.
La concentrazione sia delle sedi di governo delle politiche sanitarie negli assessorati regionali e la politica di concentrazione dell’organizzazione delle Aziende in aree vaste, dettata anche essa prevalentemente da motivi economico-contabili, ha avuto come conseguenza la riduzione della trasparenza nei percorsi decisionali ed allontanato possibili punti di controllo democratico; la totale mancanza di attenzione e salvaguardia del ruolo dei professionisti, e delle professionalità, ha determinato sia un allungamento dei tempi di cura, sia la necessità da parte dei professionisti di adottare atteggiamenti difensivi di fronte al progressivo affermarsi di un’utilizzazione che ha implementato i doveri ma impoverito le retribuzioni. E non solo: c’è stato il tentativo di appropriarsi anche della loro specificità professionali, imponendo linee guida o modalità di erogazione delle prestazioni in base a modelli derivanti da studi di contenimento della spesa (e quindi graditi alle direzioni generali), anche se contrastanti con le regole della buona pratica clinica. Infine, la prioritaria attenzione al risparmio, ancorché necessaria e non in discussione, ha determinato attraverso tutti questi meccanismi un reale allontanamento dai servizi della Sanità pubblica realizzando una situazione generale nella quale invece di favorire il diritto costituzionale alla salute, nei fatti lo si è contrastato.
Questa politica, ancorché sostenuta fortemente anche dalle Regioni a guida di sinistra, ha nella concretezza delle cose contribuito a creare una ancora più marcata divisione tra coloro che sono comunque in grado di accedere ai servizi sanitari e coloro che al contrario da questa politica ne hanno ricevuto un danno. Se poi andiamo a vedere chi sono coloro che ne hanno ricevuto un danno in termini di fruibilità dei servizi, di servizi alla persona, di disponibilità di assistenza domiciliare, di offerta di prestazioni e di qualità delle stesse, si scopre che questi sono ancora una volta appartenenti alla parte più debole della popolazione.
Le prospettive dell’immediato futuro sembrano non essere dissimili, nonostante i numerosi rapporti ed analisi che suggeriscono la necessità di modificare indirizzi e obiettivi, pena un vero e proprio collasso qualitativo del sistema.
La sintesi che dovrebbe guidare le azioni future viene suggerita proprio dal Rapporto OCSE sullo stato della Sanità Italiana, laddove dice che “La priorità deve essere quella di passare da un sistema che assegna priorità al controllo di bilancio, ad uno che dà eguale priorità alla qualità.”
Il sistema sanitario ha in sostanza posto in secondo piano la qualità e quindi il personale, i servizi e la loro fruibilità, l’organizzazione, il governo stesso della Sanità. Nello stesso tempo, non ha salvaguardato il diritto alla salute, ha aumentato la concentrazione dei luoghi decisionali, ha continuato a ridurre le opportunità di accedere ai servizi, ha mantenuto e consolidato una divisione tra i cittadini penalizzandone la parte più debole. Tutto questo non sembra aderire al concetto che la salute non è di destra né di sinistra; al contrario, sembra proprio muoversi verso un aumento delle disuguaglianze come ha indicato anche l’Europa, venendosi a collocare in una posizione ben precisa, ideologicamente ben precisa, dello schieramento politico.
Ecco allora che alla domanda si può rispondere che sì, una sanità di sinistra esiste ed è costituita dalla diminuzione delle disuguaglianze, dal sostegno ai più deboli ed a coloro che non sono autosufficienti, da una forte implementazione all’allargamento delle possibilità di fruizione dei servizi ed alla loro qualità, dal rispetto delle professionalità, ma anche dall’ implementazione della trasparenza e delle regole democratiche nella gestione e nella organizzazione, nel mantenimento di sistemi autonomi di controllo da parte dei cittadini, nella proposizione di una ricerca scientifica di qualità traslazionale, nella modifica, in definitiva, degli indicatori di funzionamento e che sono ancora oggi tutti, nessuno escluso, fondati sulla soddisfazione di esigenze contabili.
Non si tratta di un incitamento a sforare i budget, tutt’ altro. Si tratta di scegliere una dirigenza (non più limitata a nuovi e fedeli contabili), che non si nasconda dietro oggettive necessita di bilancio e sappia utilizzare le risorse disponibili facendo scelte coraggiose e conformi alle aspettative dei cittadini, alle necessità di uno sviluppo democratico della governance e di qualità dei servizi. Dirigenti che, oltre a preoccuparsi di dichiarare la propria appartenenza preventiva alle lobbies politiche della prima o successiva ora, abbiano il coraggio e la capacità professionale di adoperarsi nel concreto per affermare il dettato costituzionale e quello etico.
Se la Sanità o meglio la salute è un diritto di tutti, la sua salvaguardia ed implementazione va sostenuta infatti con una politica che non può essere neutra e che non può esimersi dalla lotta alla povertà ed alle disuguaglianze nel poter godere di tale diritto.
C’è dunque un ruolo della politica, dei partiti e delle organizzazioni della sinistra e dei loro dirigenti nell’indicare la via. Troppe persone stanno aspettando di vedere realizzare una politica sanitaria che sia attenta e sostenitrice non solo delle fasce più deboli, ma che scelga al di fuori di convenienze personali e abbia finalmente tra i propri obiettivi la salute ed il benessere delle persone. Attraverso la politica sanitaria, un governo che si voglia caratterizzare come vicino agli strati più deboli della popolazione, ha la possibilità di promuovere azioni e progetti che ne identificano la vocazione. E’ una opportunità che, credo, questo governo, non possa permettersi di perdere.

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