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Francesco, il creato e il potere

23/06/2015
L'ecologia umana viene proposta come chiave per leggere il nostro tempo, i suoi drammi e le risposte necessarie. Qui sta la sorprendente politicita' dell'ultima enciclica, che rivendica l'autonomia della politica per contrastare il dominio che deriva dal distorto e superbo connubio fra tecnica ed economia.

Non conosco enciclica più cattolica di questa. L'aspirazione universalistica è ovviamente inscindibile da ogni enciclica: in questa, tuttavia, l’universalismo non è mai giustapposto e sgorga invece spontaneo da una intimità di sguardo e di esperienza. Non conosco enciclica più criticabile di questa, cioè più disposta a rischiare il contraddittorio in un dialogo aperto. In entrambi questi tratti vedo una grande novità. Forse una riforma.

Il cuore metodologico e sostanziale dell’enciclica non è difficile da trovare. È ad Assisi, dove con Francesco la cura del creato e la cura dei poveri si sono date la mano. Le duecento pagine servono a mostrare come questa visione integrale non sia una suggestione; l’ecologia umana viene proposta invece come chiave per leggere il nostro tempo, i suoi drammi e le risposte necessarie. Qui sta la sorprendente politicità dell’enciclica, che rivendica l’autonomia della politica per contrastare il dominio che deriva dal distorto e superbo connubio fra tecnica ed economia.

Davanti a questa pretesa sembra già di vedere il sorriso scettico dei sacerdoti del presente (il migliore dei mondi possibili!) che certamente si predispongono a far scivolare le parole del Papa come acqua sul marmo. Quelle parole essenziali vanno invece raccolte e tenute ben ferme. La scienza economica deve riprendere il suo posto accanto alle scienze umane, accanto alla filosofia, alla storia, all’antropologia. A sua volta la politica deve riconoscere come i meccanismi del dominio e del potere che il Papa indica non siano astrazioni, bensì pratiche reali di soggetti reali. C’è forse qualcuno che possa negare, nelle vicende degli ultimi trent’anni, un'intima connessione fra salto tecnologico, processi di globalizzazione, dominio della finanza sull’economia reale, standardizzazione delle politiche economiche, divari abissali fra ricchezze e fra redditi? Si è forse vista una qualsivoglia forma di efficace controllo democratico di questi processi?

Quel controllo è stato surrogato dalla retorica apologetica di legioni di esperti che vestono i panni del filosofo e del medico curante per dire che cambiare davvero non si può. La gente comune (per tacere dei poveri) si sente così in una sorta di altro mondo, separato da una barriera che per la politica è impossibile superare se non con l’inganno del populismo. Quella barriera si può abbattere solo rendendo credibile che cambiare si può, che cambiare è razionale, che a scala globale e locale è possibile un controllo democratico dei processi economici e del loro impatto sulla condizione umana. È possibile. Solo che lo vogliamo, solo che accettiamo di progettare e di combattere. La bussola la troviamo nell’enciclica. Se è per pochi, la libertà economica è un'ipocrisia: non riconoscerlo, è il disonore della politica. In questo c’è tutto.

Chi è interessato a promuovere il bene comune deve dunque lasciarsi interrogare da questa enciclica che parla certamente del creato, ma particolarmente del potere, e che indica la strada di un umanesimo forte, ma non ubriaco di sé.

Come dicevo l’enciclica si espone molto, fino ai dettagli. Si potrebbero dunque avanzare obiezioni e critiche su questo o quell’argomento. Forse è più opportuno, per chi fa politica, indicare qualche concreto e sfidante campo di applicazione di quell’ecologia umana che viene proposta. Ne scelgo uno, per cominciare.

Francesco d’Assisi loda Dio per “sora nostra morte corporale”. Anche il morire è rimosso e scartato al tempo di oggi e affidato alla tecnica e al suo mercato. Così l’uomo può essere espropriato della sua dignità e della sua libertà e ridotto a cosa. Vale la pena di ribadire che morire è un atto naturale e umano, che si dovrebbe compiere in relazione con una scienza responsabile e con una comunità di affetti e di mondi vitali. In ultima analisi, a decidere non può essere la tecnica. Devono essere la dignità e l’amore. Non sarebbe forse questo un buon modo per parlare di ecologia umana con semplicità e a ogni persona?

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