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Il lavoro femminile è la chiave per rilanciare il Paese, oltre che per puntare a una società più equilibrata

08/03/2017
L'Italia è molto indietro rispetto ad altri Paesi e ne paga le conseguenze anche sul piano demografico (in allegato gli ultimi dati del Wef e dell'Istat). Affrontare il tema del lavoro femminile, a partire dal Mezzogiorno, richiede l'apertura di una discussione sul modello di sviluppo e sulle diseguaglianze di genere, su una politica di investimenti pubblici su welfare e servizi più ampia, sul sostegno alla trasformazione in atto dei ruoli tradizionali di uomini e donne e delle famiglie. Questioni a cui in questi anni si è troppo spesso risposto attraverso voucher e bonus, sovrapponendo strumenti che non hanno intaccato le diseguaglianze tra uomini e donne e non hanno alimentato la crescita del paese. L'Italia ha alcune buone leggi, penso alla legge n. 53 del 2000, sui tempi, e si ê dotata anche di strumenti importanti come la rete delle consigliere di parità, ma sono strumenti ed impegni che bisogna perseguire con determinazione, che hanno bisogno di essere declinati, articolati, che chiedono risorse adeguate, per riaprire il capitolo del ripensamento in chiave avanzata e moderna dei servizi di welfare. Sarebbe necessario che il Governo assumesse con maggiore coerenza una logica "mainstreaming", affrontando l'emergenza del lavoro femminile in modo coordinato ed unitario tra i diversi Ministeri, anche predisponendo una vera e propria "task force". Inoltre, più volte abbiamo chiesto di aprire una vera conferenza nazionale sull'occupazione femminile, da tenersi possibilmente in una città del Sud, dove più drammatico è il fenomeno della disoccupazione. Una conferenza dove si possa discutere di una strategia nazionale coinvolgendo parti sociali, centri di ricerca, livelli amministrativi e politici diversi, nel solco degli orientamenti e degli obiettivi dell' Unione Europea: raggiungere il 60 per cento di occupazione femminile chiesto dall'Europa significherebbe 3 milioni di donne in più al lavoro ed una crescita del PIl di diversi punti.

Il tema dell'occupazione femminile riguarda i diritti delle donne e riguarda lo sviluppo del Paese e la sua possibilità di uscire dalla crisi. Dovremmo guardare all'investimento sul lavoro delle donne in un'ottica produttiva, in una chiave per la quale il beneficio è maggiore del costo, a partire da quell'assunto che molte economiste e filosofe spiegano molto bene, e cioè che l'attuale divisione del lavoro tra uomini e donne è un problema per le donne, è un problema per gli uomini, è un problema per la nostra società.

Secondo il Global gender gap report 2016, redatto dal World Economic Forum, l’Italia si colloca al cinquantesimo posto sui 144 Paesi analizzati (nel 2015 era al quarantunesimo). Dal rapporto emerge con forza l’aumento del divario di genere in relazione alla partecipazione ed alle opportunità nell’ambito economico: dobbiamo infatti scorrere la classifica fino alla 117esima posizione per trovare il nostro Paese (che è in 56esima posizione per l’educazione, in 72esima per la salute e in 25esima per la rappresentanza politica femminile, unica categoria in cui l’Italia è passata in dieci anni dalla 72esima all’attuale 25esima posizione). Nell’ambito del lavoro, in particolare si sottolinea l’89esimo posto per tasso di occupazione delle donne, il 127esimo per uguaglianza salariale per lavoro simile e il 98esimo per reddito percepito. L'elemento chiave è ancora una volta la disparità salariale: una donna guadagna 0,48 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo nella medesima posizione; il salario annuale medio femminile ammonta a circa 23.000 euro, contro i 44.000 maschili.

L’Istat nel suo rapporto annuale 2016 ci dice che l’inattività riguarda ancora quasi un terzo delle donne tra 35 e 49 anni ed è maggiore nelle restanti classi di età.

Negli anni della crisi il divario tra i generi si riduce, ma solo perché la condizione maschile peggiora più di quella femminile. Tra il 2008 ed il 2015 il tasso di occupazione maschile è sceso di circa 5 punti percentuali (dal 70,1% del 2008 all'attuale 65,5% circa), mentre quello femminile è rimasto stabile intorno al 47% ancora molto lontano dalla media europea. E in generale le condizioni delle lavoratrici permangono peggiori di quelle dei lavoratori per salario percepito, overskilling ed overeducation. Rispetto ai colleghi uomini le donne hanno più contratti atipici, la una quota di part time involontario è doppia rispetto al resto d’Europa (oltre 60%), cresciuta di molti punti percentuali dal 38% del 2008. Accade così, come scrive Linda laura Sabbadini, che si evidenzia il paradosso che chi vorrebbe fare il part time per conciliare i tempi di vita non riesce ad ottenerlo e chi, invece, non lo vorrebbe, è costretto ad accettarlo.

 A tutto ciò dobbiamo aggiungere gli indicatori demografici per il 2016 diffusi dall’Istat che ci dicono che non sono mai nati così pochi bambini in Italia come nel 2016: appena 474.000, ancora meno dei 486.000 del 2015, anno che aveva visto il precedente minimo storico.

L'assenza di prospettive lavorative, infatti, incide in maniera evidente sulle scelte di vita familiare e riproduttiva; il divario tra il tasso di occupazione delle madri è quello delle donne senza figli è molto ampio, a dimostrazione del percorso ad ostacoli che si deve intraprendere.

Nel Sud l'occupazione è lontana 30 punti percentuali dagli obiettivi fissati a Lisbona. Ad una occupazione modesta corrisponde quasi sempre una retribuzione insufficiente che non compensa il lavoro domestico al quale si dovrebbe rinunciare per lavorare in un contesto di servizi insufficienti ed assenti. È per questo che le donne scelgono di stare a casa, oppure rinunciano a fare figli.

La flessibilità del lavoro è diventata precarietà esistenziale.

Alla radice dei divari ci sono ragioni molto diverse: in primo luogo una struttura familista del nostro welfare ed una maternità considerata un ostacolo alla vita lavorativa, così come ci racconta il fenomeno delle dimissioni in bianco, mentre spesso nel contesto internazionale troviamo un legame positivo tra fecondità ed occupazione. Non c’è sicuramente nel nostro Paese un gap di istruzione alla base della minore occupazione femminile, perché il sorpasso delle ragazze nelle Università è già  avvenuto molti anni fa. Pesano, invece, i pregiudizi, come il maggior diritto di un uomo a conservare il lavoro in un momento di crisi o l'attribuzione alle donne di ruoli tradizionali; infatti, come ci dice il Censis, le donne italiane sono quelle che dedicano al lavoro domestico il maggior numero di ore nel panorama europeo.

Pesa la storica assenza di una rete di servizi efficienti, in particolare in alcune zone del paese, a partire dai servizi per la prima infanzia.

Per questo è necessario ripensare a efficaci e flessibili politiche di conciliazione, ma è altrettanto  necessario affrontare il tema della condivisione dei ruoli familiari, per  provare ad intendere in modo nuovo e diverso i ruoli dentro le famiglie, affinché ad uno spazio maggiore alle donne nella vita pubblica possa corrispondere un ruolo maggiore degli uomini in quella privata.

E anche il termine conciliazione andrebbe concepito in chiave europea, come conciliazione tra vita professionale, familiare e personale.

Si tratta di istanze e problemi che chiedono di rimodulare complessivamente la strategia dello sviluppo del nostro Paese: vanno fatte scelte lungimiranti coraggiose ed innovative. Certamente in questi anni di governo abbiamo compiuto alcune  scelte  positive, penso ad esempio all’eliminazione della barbarie delle dimissioni in bianco o all’estensione dell’indennità di maternità alle lavoratrici iscritte alla gestione separata dell’Inps. Sicuramente abbiamo migliorato alcuni  strumenti a tutela della genitorialità, introdotto il congedo di paternità obbligatorio,  rafforzato in alcuni casi i servizi di cura, quelli per i bambini e per gli anziani. Ma obiettivamente non basta, perché si tratta di risposte  parziali rispetto ad un tema che avrebbe bisogno di un respiro strategico, di un investimento politico più deciso.

Affrontare il tema del lavoro femminile, a partire dal Mezzogiorno, richiede l'apertura di una discussione sul modello di sviluppo e sulle diseguaglianze di genere, su una politica di investimenti pubblici su welfare e servizi più ampia, sul  sostegno alla trasformazione in atto dei ruoli tradizionali di uomini e donne e delle famiglie. Questioni a cui in questi anni si è troppo spesso risposto attraverso voucher e bonus, sovrapponendo strumenti che non hanno intaccato le diseguaglianze tra uomini e donne e non hanno alimentato la crescita del paese.

L'Italia ha alcune buone leggi, penso alla legge n. 53 del 2000, sui tempi, e si ê dotata anche di strumenti importanti come la rete delle consigliere di parità, ma sono strumenti ed impegni che bisogna perseguire con determinazione, che hanno bisogno di essere declinati, articolati, che chiedono risorse adeguate, per riaprire il capitolo del ripensamento in chiave avanzata e moderna dei servizi di welfare.

Sarebbe necessario che il Governo assumesse con maggiore coerenza una logica "mainstreaming", affrontando l'emergenza del lavoro femminile in modo coordinato ed unitario tra i diversi Ministeri, anche predisponendo una vera e propria "task force". Inoltre, più volte abbiamo chiesto di aprire una vera conferenza nazionale sull'occupazione femminile, da tenersi possibilmente in una città del Sud, dove più drammatico è il fenomeno della disoccupazione. Una conferenza dove si possa discutere di una strategia nazionale coinvolgendo parti sociali, centri di ricerca, livelli amministrativi e politici diversi, nel solco degli orientamenti e degli obiettivi dell' Unione Europea: raggiungere il 60 per cento di occupazione femminile chiesto dall'Europa significherebbe 3 milioni di donne in più al lavoro ed una crescita del PIl di diversi punti.

C'è un nesso tra persone, democrazia e lavoro, perché la democrazia è a rischio se aumentano disoccupazione e povertà. Perché il lavoro è uno dei terreni su cui ci si afferma come persone e perché per tutti, ma un po’ di più per le donne, lavoro significa autonomia e libertà. Difendere la dignità del lavoro, che nella crisi si è impoverito economicamente e svalutato socialmente, significa stare dalla parte di chi la crisi l'ha pagata di più, e nello stesso tempo sostenere le ragioni della crescita.

Bisogna compiere una rivoluzione gentile, economica, sociale e culturale: questo chiedono le donne che l'8 marzo scioperano e manifestano in molti modi ed in tanti luoghi, in Italia e nel mondo. Noi siamo con loro, con un movimento femminista globale che chiede  eguaglianza tra uomini e donne e migliori condizioni di vita e di lavoro per tutti, che rappresenta una forza ed una ricchezza per la nostra vita democratica, provando a costruire una risposta all'altezza di queste domande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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