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Industria 4.0 sarà un'occasione per l'Italia. Dalla banda ultralarga alla formazione, dalla cabina di regia all'open innovation: ecco le priorità indicate dal Parlamento

05/07/2016
Cinque le priorità indicate dalla commissione Attività Produttive della Camera nel rapporto su Industria 4.0, approvato dopo un’indagine conoscitiva durata cinque mesi, con l’audizione di circa 40 soggetti tra rappresentanti del Governo, istituzioni, centri di ricerca pubblici e privati, università, società di consulenza, parti sociali, aziende italiane e straniere. E missioni presso alcuni tra i principali centri di eccellenza produttivi e universitari italiani insieme a realtà industriali tedesche. In allegato il rapporto approvato dalla commissione.

La competitività del sistema produttivo italiano poggia sulla capacità di innovazione, sulla digitalizzazione dell’intero sistema industriale e sulla creazione di piattaforme accessibili specificamente progettate per venire incontro alle esigenze delle piccole e medie imprese italiane che rappresentano l’asse portante dell’economia del Paese.

L’Industria 4.0 rappresenta il fulcro del rilancio competitivo italiano. Per questo la Commissione Attività produttive della Camera ha concentrato la sua attività dallo scorso mese di febbraio nell’approfondire tutti gli aspetti connessi a quella che è comunemente definita la quarta rivoluzione industriale. Ne è scaturita una complessa indagine parlamentare che ha visto intervenire in audizione circa 40 soggetti tra rappresentanti del Governo, istituzioni, centri di ricerca pubblici e privati, università, società di consulenza, parti sociali, aziende italiane e straniere. Il tutto corredato da missioni presso centri di eccellenza produttivi e universitari italiani insieme a realtà industriali tedesche per verificare sul campo il più avanzato programma europeo di manifattura digitale.

Il documento conclusivo elaborato dalla Commissione (in allegato) presenta un profilo innovativo, offre una lettura sistemica dei temi e dei risultati prodotti con un paradigma interpretativo dello stesso termine di “industria” assai diverso dal concetto tayloristico di produzione di massa.

Il documento prende le mosse da una definizione del contesto economico italiano e internazionale con una ricca e aggiornata serie dei dati macroeconomici e delle dinamiche dei settori industriali.

Si è scelto di approfondire la specifica parte di “Industria 4.0” dalla cornice storica alle tecnologie abilitanti tra le quali l’Internet delle cose e l’analisi dei big data, la robotica avanzata e le wearable technologies. Un focus è dedicato ai settori industriali dell’automotive, dell’edilizia e del medicale. Emergono così nuovi modelli di business e strategie di mercato rese possibili dalle TIC, la sharing economy e la circular economy.

La ricerca propone una sintesi dei più qualificati progetti internazionali ed europei sulla manifattura digitale in modo da offrire un quadro sinottico dei programmi avviati in 14 Paesi, 7 dell’Unione europea e altrettanti tra i più avanzati nei diversi continenti, per ricavarne indicazioni qualificate per le scelte cui l'Italia dovrà orientarsi. Ci si è soffermati sugli indirizzi adottati dall'Unione europea e il variegato contesto normativo italiano.

L’asse portante dell’indagine parlamentare si sviluppa nel quarto capitolo dedicato alla via italiana alla quarta rivoluzione industriale.  Occorre comprendere la profondità strategica della sfida e cercare di identificare se possibile una via italiana, assumendo le misure più adeguate.

Automazione, big data, connettività, energia verde e commercio digitale sono tecnologie che stanno arrivando a convergenza configurandosi come acceleratori del sistema manifatturiero. Gli americani la vedono dal punto di vista finanziario mentre i tedeschi prevalentemente dal punto di vista delle loro grandi organizzazioni produttive. 

In Italia essendo privi di grande capitale finanziario privato ma dotati di grande capitale umano occorre quindi individuare la via per Industria 4.0 mantenendo la produttività del capitale umano con l’innovazione quotidiana anche radicale, adeguando quindi le politiche attive per il lavoro, la formazione delle competenze e la creazione di standard aperti.

La proposta della Commissione – che si auspica possa essere sviluppata nel dibattito in corso offrendo un punto di riferimento al Governo – si articola su cinque pilastri basati complessivamente su una logica di abbattimento delle barriere sia normative che economiche.

Il primo, dedicato alla creazione di una governance del sistema Paese, implica la necessità di organizzare un’integrazione pubblico-privata attraverso una cabina di regia governativa con finalità analoghe al modello tedesco, ma strutturata in modo più snello e flessibile rispondendo alle caratteristiche delle imprese italiane. Questa governance dovrebbe essere affidata alla guida della Presidenza del Consiglio e del Ministro dello sviluppo economico attraverso il coinvolgimento dei dicasteri dell’istruzione e dell’economia, nonché di rappresentanti di regioni, enti locali, categorie imprenditoriali, sindacati  e ricerca scientifica.

La seconda priorità consiste nella realizzazione delle infrastrutture abilitanti. Si tratta in altri termini di investire immediatamente sul piano della banda ultralarga ben diffusa a partire dalle aree a più forte presenza industriale costruendo l’infrastruttura sulla quale passa la trasformazione digitale. L’obiettivo ambizioso del Governo di assicurare, entro il 2020, all’85 per cento della popolazione la connessione al almeno 100 Megabit per secondo costituisce solo un punto di partenza, considerato che le economie più avanzate dagli Stati Uniti, alla Corea del Sud, alla Germania progettano velocità di connessione superiore a un Gigabit che operatori privati cominciano a offrire anche in Italia. Andrà pertanto integralmente utilizzato il finanziamento infrastrutturale previsto dal piano Juncker che destina 500 milioni di euro proprio allo sviluppo della banda ultralarga. Fondamentale è l’apporto in questo ambito dello sviluppo delle reti wireless e 5G, di quelle elettriche intelligenti dei digital innovation hubs e dei cluster territoriali nonché della digitalizzazione della PA e la crescita degli open data.

La formazione per le competenze digitali è il terzo pilastro della proposta della Commissione. Un’attenzione privilegiata dovrà essere dedicata ai livelli occupazionali. Uno scenario in divenire che non permette oggi di prevedere quanti posti di lavoro si perderanno e quanti nuovi se ne creeranno. Questa delicata transizione con evidenti riflessi sociali ed economici richiede il più ampio coinvolgimento di tutte le strutture formative a partire dalle scuole sino alla specifica formazione professionale del lavoratori anche delle micro e piccole imprese unitamente al management intermedio. La riqualificazione di quanto più personale possibile è determinante per il successo strategico dell’Industria 4.0 che si dovrà avvalere di politiche attive per il lavoro. Ne è obiettivo il coinvolgimento dei cosiddetti NEET, chi non è occupato o in percorsi formativi. Un’attenzione che va estesa agli impiegati in lavori in via di obsolescenza, nonché ai manager e agli imprenditori delle piccole imprese.

La ricerca diffusa sul territorio assicurata dal sistema universitario, il migliore trasferimento tecnologico e l’integrazione tra imprese e centri di ricerca pubblici o privati costituiscono il quarto pilastro. Un elemento rispetto al quale più marcato appare il ritardo dell’Italia al confronto delle economie più avanzate. E’ decisivo che importanti infrastrutture di ricerca siano concentrate in settori strategici per moltiplicare l’effetto sulle imprese. Basi pensare ad esperienze come quelle del CERN di Ginevra, del Fermilab di Chicago, del Riken giapponese o del laboratorio Diamond nel Regno Unito.

L’ultimo perno dell’indagine ruota attorno all’open innovation e agli standard aperti cui la Commissione ritiene debba essere orientato il sistema italiano per le caratteristiche specifiche delle sue imprese. Nonostante la diffusione di internet, appena il 5 per cento delle PMI italiane utilizza l’e-commerce. E’ decisivo pertanto superare le barriere alla digitalizzazione per agevolare i processi di internazionalizzazione e far crescere il made in Italy. La vera sfida per il nostro sistema produttivo riguarda soprattutto la capacità di gestione dei dati e l’utilizzo dell’internet delle cose.

Il modello aperto, in cui hardware e software sono distinti e integrati, attraverso partnership tra aziende manifatturiere e produttori di software o con l’adozione di sistemi open source è elemento strategico per cogliere le opportunità di questa trasformazione industriale. E’ necessario pertanto in tutti i settori d’eccellenza del made in Italy definire una strategia italiana per l’industria 4.0. Ciò si realizza promuovendo l’interoperabilità, disincentivando le pratiche che impediscono la libera fruizione dei propri dati. Vanno ridotti gli specifici vincoli nazionali con un diverso approccio globale in modo da superare ogni barriera di ingresso per i piccoli innovatori. Ciò si integra con il prevenire utilizzi discriminatori o illegali dei dati adattando i codici di condotta alle norme europee e alle convenzioni internazionali ed evitando, al contempo, pratiche eccessivamente intrusive.

Il lavoro di approfondimento svolto dalla Commissione intende prefigurare un modello del tessuto produttivo italiano dei prossimi vent’anni e si basa sulla convinzione che il nostro sistema industriale, per rimanere competitivo, oltre ai necessari processi di digitalizzazione, deve accrescere la dimensione delle 375 mila imprese presenti sul territorio per un totale di circa 3,5 milioni di occupati. E’ stato stimato che il nuovo modello potrà consentire un recupero di produttività fino al 50 per cento che renderà non più conveniente la delocalizzazione aprendo lo scenario - già sperimentato dalla Germania - del fenomeno del reshoring delle produzioni, in altri termini il ritorno delle fabbriche nel Paese poiché questo aumento della produttività le rende più competitive sui mercati globali.

Le conclusioni della Commissione intendono essere il presupposto per le decisioni che il Governo assumerà per favorire lo sviluppo in Italia di Industria 4.0, come già annunciato dal Ministro Carlo Calenda con misure previste per il prossimo autunno. L’auspicio è che il programma sia sostenuto da un adeguato accompagnamento finanziario. In Francia, per fare un esempio, il progetto “Industrie du futur” lanciato nel 2015 dal Presidente Hollande ha previsto 2,5 miliardi di euro di vantaggi fiscali per le imprese che hanno investito in innovazione nei successivi 12 mesi, e 2,1 miliardi di euro di prestiti di sviluppo supplementare distribuiti da Bpifrance alle aziende nel corso di due anni.

L’Italia è il secondo Paese manifatturiero dell’Unione europea, vedrà crescere i propri spazi di mercato solo con rilevanti investimenti nella creazione della conoscenza, con il coinvolgimento del capitale umano in istruzione, formazione e ricerca, in un contesto di nuova efficienza organizzativa e gestionale a servizio del bene collettivo e di una equilibrata crescita dell’intero sistema socio-economico.

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