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Le prospettive di crescita per il vino italiano di fronte alla sfida dei nuovi produttori dell'Emisfero Sud

04/09/2014
Sebbene Francia, Italia e Spagna rappresentino ancora i primi tre player mondiali per valore dell’export, tra il 1991 e il 2013 sono stati i produttori dell’Emisfero Sud ad incrementare sensibilmente le proprie quote, a scapito soprattutto del leader di mercato, la Francia, la cui incidenza è passata da oltre il 51% del commercio mondiale di vino a circa il 34%. Italia e Spagna sono riuscite ad incrementare le posizioni, mentre i vini dell’Emisfero Sud (e degli USA) hanno aumentato sensibilmente le loro incidenze passando congiuntamente dal 5% ad oltre il 23% del valore dell’export mondiale di vino. In tale ambito, la crescita più rilevante ha interessato il Cile - passato dall’1,1% al 6,1% - e l’Australia (dall’1,8% al 5,8%).

Il vino rappresenta uno dei prodotti agroalimentari più globalizzati. Venduto e consumato ormai ai quattro angoli del mondo, il commercio di vino è passato da meno di 7 miliardi sul finire degli anni’80 ad oltre 34 miliardi di dollari nel 2013. Alla base di tale sviluppo vi è una mutata geografia dei consumi e della produzione che vede diminuire il peso dei mercati più tradizionali – come quelli del Sud Europa, Italia compresa - a favore di paesi “emergenti” (in particolare dell’Emisfero Sud e dell’Asia). Lo scenario con cui si confronta il vino italiano rispecchia fedelmente tali mutamenti: ad un mercato nazionale che evidenzia un calo nei consumi ormai strutturale si contrappone un mercato estero che invece mostra rilevanti tassi di crescita e prospettive future di ulteriore incremento.

Guardando ai numeri è più facile comprendere questo contesto in continua evoluzione. A livello mondiale, tra il 2000 e il 2013 i consumi di vino sono passati da 226 a 240 milioni di ettolitri. A fronte di questa crescita (circa +6%) non è corrisposto solamente un aumento di produzione ma, come ricordato precedentemente, uno sviluppo più che proporzionale del commercio internazionale, a sua volta frutto di una nuova allocazione degli acquisti di vino tra le diverse aree del pianeta. Considerando infatti i dieci principali mercati (che assieme incidono per il 70% dei consumi mondiali di tale prodotto), si evince come le diminuzioni più rilevanti abbiano riguardato i paesi “tradizionali” produttori di vino come Francia, Italia, Spagna le cui riduzioni nei consumi risultano comprese tra un minimo del 25% ad un massimo del 41% tra il 1991 e il 2013.

Al contrario, le principali dinamiche di crescita attengono al mercato cinese (+230%), britannico (+95%) e russo (+60%). In termini assoluti è però quello statunitense a svettare in termini di volumi di consumo a livello mondiale con oltre 29 milioni di ettolitri (+55% nel periodo considerato), seguito dalla Germania che, sebbene possa anch’esso essere inserito tra i paesi produttori tradizionali europei, sembra fare eccezione rispetto a tale categoria sul fronte delle tendenze in atto nei consumi di vino.

La migrazione dei consumi di vino appena descritta ha portato, nel giro di appena un ventennio, a quell’esplosione nel valore del commercio internazionale che per oltre il 90% risulta oggi nelle mani di appena nove paesi esportatori.

Sebbene Francia, Italia e Spagna rappresentino ancora i primi tre player mondiali per valore dell’export, tra il 1991 e il 2013 sono stati i produttori dell’Emisfero Sud ad incrementare sensibilmente le proprie quote, a scapito soprattutto del leader di mercato, la Francia, la cui incidenza è passata da oltre il 51% del commercio mondiale di vino a circa il 34%. Italia e Spagna sono riuscite ad incrementare le posizioni, mentre i vini dell’Emisfero Sud (e degli USA) hanno aumentato sensibilmente le loro incidenze passando congiuntamente dal 5% ad oltre il 23% del valore dell’export mondiale di vino. In tale ambito, la crescita più rilevante ha interessato il Cile - passato dall’1,1% al 6,1% - e l’Australia (dall’1,8% al 5,8%).

Questo prorompente sviluppo sottende una chiara volontà di conquista dei mercati esteri in maniera autonoma e spesso scollegata dal contesto dei consumi interni. A differenza dei paesi europei, contraddistinti da una tradizione vinicola di lungo corso, i mercati dell’Emisfero Sud hanno conosciuto uno sviluppo del settore in tempi relativamente brevi.

Salvo il caso dell’Argentina e degli Stati Uniti, gli altri grandi player hanno incrementato la produzione vinicola – organizzata secondo logiche industriali ed espressione di un’agricoltura specializzata piuttosto che frammentata come nel caso del sistema italiano – nel corso degli ultimi venti anni. Basti pensare che, rispetto agli attuali 1,3 milioni di tonnellate di vino prodotto dall’Australia, nei primi anni ’80 la produzione del paese faticava a mantenersi sulle 400.000 tonnellate. Così come la Nuova Zelanda, passata nello stesso periodo di tempo da meno di 50.000 ad oltre 230.000 tonnellate di vino. Da tale crescita discende quindi un’elevata propensione all’export dei produttori dell’Emisfero Sud, organizzati e vocati alla conquista dei mercati internazionali: per Nuova Zelanda, Cile e Australia tale propensione supera abbondantemente il 50%.

Lo stesso non accade per le imprese vinicole europee (ma soprattutto italiane), tradizionalmente orientate a soddisfare in primis la domanda interna e, solo successivamente, a cercare di smaltire le eccedenze sui mercati esteri, anche se negli ultimi anni la riduzione strutturale nei consumi interni ha costretto le imprese vinicole del Sud Europa ad individuare nuovi mercati di sbocco.

In effetti, scendendo nel dettaglio del nostro paese, il 2013 ha visto contrarsi ulteriormente il consumo di vino fino a 22 milioni di ettolitri contro i 30 milioni del 2001. Al contrario, l’export è passato da meno di 17 a circa 23 milioni di ettolitri. In altre parole, considerata la produzione vinicola italiana, praticamente metà viene oggi consumata sul mercato interno e metà viene esportata. Una vendita oltre frontiera che, in valore, ha superato i 5 miliardi di euro contro i 2,7 di appena un decennio fa.

Quali sono le ragioni del calo dei consumi di vino in Italia? Dal punto di vista quantitativo, oggi i consumi sono soprattutto sostenuti dalle persone con oltre 65 anni di età che generalmente accompagnano i pasti quotidiani con il vino. Tale modalità non fa invece parte delle abitudini alimentari delle fasce più giovani della popolazione che invece consumano vino soprattutto in occasioni diverse e con minor frequenza (sebbene per tipologie di prodotto con prezzi medi più elevati).

La riduzione dei consumi discende quindi dal fatto che nell’ultimo ventennio, il numero dei consumatori che bevono vino tutti i giorni è diminuito del 63%, passando da circa 4 a 1,5 milioni di individui.

Nello stesso tempo, tale fascia di consumatori non è stata rimpinguata dalle generazioni più giovani che, come specificato poc’anzi, esprimono frequenze e modalità di consumo nettamente differenti. Senza contare che, negli ultimi cinque anni, si è inoltre verificato un processo di sostituzione tra i consumi di vino e quelli di birra, questi ultimi in ripresa nel nostro paese (anche per via del fenomeno delle birre “artigianali” che stanno conoscendo un vero e proprio boom produttivo).

Il mercato italiano rappresenta tuttavia un bacino di consumo del vino ancora economicamente importante per le nostre imprese e quindi impossibile da tralasciare. Purtroppo, è in prospettiva che l’attrattività di tale mercato sembra destinata a diminuire sensibilmente. Le imprese italiane, per mantenere inalterati i propri livelli produttivi e di redditività dovranno sempre più confrontarsi con consumatori appartenenti a paesi e culture alimentari lontane dalla nostra. La posta in gioco è alta: si corre infatti il rischio di dover dire addio ad una larga fetta della coltivazione della vite, con tutti gli effetti che ne deriverebbero a cascata sia nelle fasi produttive a valle della filiera, sia nei territori rurali e nelle economie locali dove la produzione vitivinicola rappresenta un asset strategico di sviluppo e di salvaguardia territoriale e paesaggistica.

Gli ostacoli presenti lungo questo percorso di internazionalizzazione non sono pochi, ma i risultati raggiunti dal vino italiano nel mondo, anche durante questo periodo di recessione, testimoniano la bravura e le capacità commerciali delle nostre imprese che possono contare su standard qualitativi di prodotto elevati, su un’imponente varietà di vini in grado di adattarsi alle diete locali e che possono far leva su riferimenti territoriali di alto valore emozionale e, non ultimo, sulla diffusione della cucina italiana nel mondo. Un particolare di estrema importanza dato che, per i nostri vini, ha rappresentato in molti casi la leva più efficace per la penetrazione nei nuovi mercati.

 Riferimenti: www.winemonitor.it

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