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L'Europa e l'Italia devono uscire dalla trappola della stagnazione.

01/08/2014
Continuando sulla strada del fiscal compact gli effetti stessi delle politiche monetarie espansive della BCE saranno compromessi, e non è detto che lo stesso backstop posto da Draghi due anni fa, col famoso “whatever it takes”, riuscirà ad evitare l’esplodere di una nuova crisi dei debiti sovrani.

Negli anni settanta fu coniato il termine “stagflazione”, per indicare una situazione di bassa crescita reale ed alta inflazione. Oggi potremmo introdurre la “stag-deflazione”, per descrivere quello che si profila come quadro economico per l’Italia. La crescita reale sarà, se andrà bene, da suffisso telefonico (ma di Milano, non di Roma, vedi anche l'ultima nota mensile dell'Istat), ed anche l’andamento dei prezzi sarà quasi piatto (vedi gli ultimi dati Istat). La conseguenza sarà un aumento, nel 2014, del debito pubblico (in percentuale del PIL) di quasi tre punti, quindi oltre al 135%, rispetto al 132,6% di fine 2013. La ragione è piuttosto semplice: il rapporto debito-PIL si modifica se il numeratore ed il denominatore variano in modo diverso. Il numeratore, cioè il debito, aumenta, tralasciando aspetti secondari, in base al deficit dell’anno. Va sottolineato che il debito è uno stock, per cui la spesa per interessi si modifica piuttosto lentamente, rispetto a quanto succede al PIL, che è invece un flusso. La caduta dei tassi d’interesse, ad esempio riducono sensibilmente il costo delle nuove emissioni di titoli pubblici, ma l’effetto sul costo medio del debito è molto più graduale. Al contrario la caduta dell’inflazione agisce subito e pienamente sulla crescita del PIL nominale. Gli ultimi due anni hanno visto una (leggera) diminuzione del nostro PIL nominale. 

Luigi Zingales, in un articolo recente (Il Sole 24 Ore 27 luglio), afferma che “abbiamo bisogno di un avanzo primario del 4,5% solo per non far crescere il rapporto debito PIL…. Oggi il surplus primario è solo al 2,6%”. A suo avviso quello che servirebbe sarebbe “una significativa ripresa dell’inflazione”, in modo da ridurre il surplus primario necessario a non far crescere il debito. Nel resto dell’articolo Zingales tuttavia mostra che è praticamente impossibile che la Germania accetti un’inflazione più alta (anche oltre il 2%), e ciò non solo per la storica avversione della società tedesca all’inflazione.

Ma non è solo l’inflazione che può far aumentare il PIL nominale. Lo stesso risultato può essere ottenuto da un aumento della produzione e del reddito reale. Con la bella differenza che avremmo qualche risultato positivo in termini di riduzione della disoccupazione. Già, ma come si fa a far crescere il PIL reale? I consumi non sembrano dare segni di risveglio; la propensione al consumo era salita per cinque anni fino al 2012, ma poi nel 2013 è scesa, contribuendo ad acuire la recessione. Gli imprenditori sono ovviamente cauti ad investire, viste le incertezze sulla domanda interna, e nubi oscure anche sul fronte della domanda estera.

Ci sarebbero gli investimenti pubblici. Quelli nel settore delle costruzioni hanno un elevato moltiplicatore, dato che il valore aggiunto che si mette in moto è quasi tutto interno al paese. Interventi sulle scuole, sulla messa in sicurezza del territorio, e simili, determinerebbero un aumento del PIL che prudenzialmente può essere valutato in un miliardo e mezzo per ogni miliardo di investimento. Anche investimenti nel settore della ricerca hanno moltiplicatori elevati, oltre a ridurre la fuga dei cervelli che sta accelerando in questi anni. A sua volta l’aumento del PIL porta ad un aumento delle entrate, e a qualche diminuzione delle spese per ammortizzatori sociali. Come conseguenza, nell’arco di un paio di anni, la spesa di un miliardo si autofinanzierebbe per circa il settanta per cento. Cioè un miliardo di spesa d’investimenti pubblici farebbe crescere il deficit di soli trecento milioni. Ma non basta. L’effetto sul rapporto debito-PIL sarebbe positivo. Infatti rispetto ad un incremento del PIL di un miliardo e mezzo, il debito incrementerebbe solo di trecento milioni. Il numeratore quindi crescerebbe molto meno del denominatore, soprattutto in percentuale.

Esiste però un piccolo problema. Ovviamente non si tratta di proporre un solo miliardo di investimenti. Quello serve solo come esempio; in realtà si dovrebbe aumentare la spesa per almeno un punto di PIL, se non due. L’effetto iniziale sarebbe quello di far crescere il deficit, oltre la fatidica soglia del tre per cento. E qui scatterebbero gli anatema germanici (nonché finlandesi, olandesi ecc…): come, invece di ridurre il deficit, lo aumentate?

E’ quindi probabile che Padoan avrà il suo bel daffare per convincere i partner europei che manovre fiscali correttive in senso “virtuoso” avrebbero il solo effetto di far sprofondare produzione e prezzi, acuendo così il processo di “stag-deflazione”, e accentuando il nodo scorsoio alla gola dell’economia italiana.

In tedesco schadenfreude significa piacere per la sofferenza altrui. In Italia abbiamo un proverbio che esprime un sentimento simile: mal comune mezzo gaudio. Il gaudio è che non ci troviamo soli ad essere nei pasticci, anche se i nostri sono più gravi. Anche Spagna e Francia vedono le loro previsioni di crescita (non spettacolari, sull’uno per cento) affievolirsi, e anche in Germania l’1,8% non è più così sicuro. Con un’inflazione bassa, e in Spagna praticamente nulla, sia Francia che Spagna vedranno una crescita del rapporto debito-PIL. Solo in Germania il rapporto tenderà a diminuire, grazie ad un deficit azzerato.

Dovrebbe essere questa l’occasione perché i tre paesi (con l’aggiunta ovvia di Grecia e Portogallo) facciano sentire una voce comune, ponendo il problema di una politica economica dell’area euro che è destinata a produrre effetti del tutto diversi da quelli annunciati. Continuando sulla strada del fiscal compact gli effetti stessi delle politiche monetarie espansive della BCE saranno compromessi, e non è detto che lo stesso backstop posto da Draghi due anni fa, col famoso “whatever it takes”, riuscirà ad evitare l’esplodere di una nuova crisi dei debiti sovrani.        

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