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A ottobre votano sindaci e consiglieri comunali: le province e le città metropolitane tra passato e futuro

16/09/2014
Il prossimo 12 ottobre si voterà per l'elezione di 64 Province e 8 Città metropolitane. Per la prima volta non saranno i cittadini a recarsi alle urne, ma solamente i sindaci e i consiglieri comunali. Una riforma voluta fortemente dal Governo Renzi sotto la pressione di una martellante campagna mediatica contro i costi della politica. L'ente intermedio di area vasta,però, rimane, insieme alla necessità di dare risposte concrete ed efficienti su funzioni fondamentali per la vita quotidiana di famiglie e imprese quali la viabilità, l'edilizia scolastica e i trasporti locali.

Tra il 28 settembre e il 12 ottobre, per la prima volta, decine di migliaia di consiglieri e sindaci (e non più i cittadini) saranno chiamati ad eleggere gli organi (Presidente e Consiglio provinciale) di 64 Province italiane.

Nelle stesse date ci sarà anche l'esordio nel panorama istituzionale del nostro Paese delle Città metropolitane di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli, con l'elezione del Consiglio metropolitano.

Senza ombra di dubbio, la cosiddetta "Riforma Del Rio" (legge 7 aprile 2014, n.56), è stata fortemente condizionata dalla martellante campagna mediatica contro le Province, individuate negli ultimi anni come facile bersaglio (e parafulmine) dello scottante e sensibile tema dei costi e degli sprechi della politica.

Di qui la scelta dell'elezione di secondo grado, della gratuità degli incarichi, della riduzione del numero di consiglieri, della soppressione delle giunte, in una cornice di generale ridimensionamento del ruolo e delle funzioni nella prospettiva della definitiva cancellazione delle Province dalla Costituzione, prevista dalla riforma approvata in prima lettura al Senato lo scorso 8 agosto.

La Riforma della Costituzione, per parte sua, prevede espressamente, però, che i profili ordinamentali generali relativi agli enti di area vasta siano definiti con legge dello Stato, mentre le ulteriori disposizioni in materia siano adottate con legge regionale. 

In un'Italia caratterizzata dalla presenza (alla data del 22 febbraio 2014) di 8.057 comuni e nonostante gli sforzi compiuti nella direzione dell'associazionismo e delle Unioni dei comuni, è,infatti, impossibile pensare di fare a meno di un ente intermedio, seppur con compiti circoscritti.

Sia sul fronte della costruzione delle Città metropolitane sia su quello delle nuove Province, inoltre, arrivano segnali preoccupanti di tensioni istituzionali e politiche con un malessere crescente espresso dai comuni più piccoli nei confronti dei capoluoghi e dei comuni con maggior popolazione.

Da molti osservatori il 2013 è stato giustamente definito l' "anno orribile" della finanza locale con bilanci di previsione approvati in alcuni casi oltre il 30 di novembre, una situazione che ha prodotto uno stress straordinario sia per cittadini sia per gli amministratori locali, in ragione di una diffusa e persistente incertezza sulle risorse disponibili, i bilanci e i tributi da pagare.

Le difficoltà legate all'applicazione della Tasi e le proroghe alle scadenze per i bilanci preventivi, purtroppo, segnalano anche per il 2014 una difficoltà a cambiare - in meglio - il rapporto tra stato centrale e periferia, nel primario interesse del contribuente-fruitore dei servizi.

E' indispensabile che vi sia più ascolto da parte del Governo delle ragioni dei comuni e delle province, pur nella consapevolezza della complessa e articolata situazione della finanza pubblica.

Un notazione appare necessario riservarla alle funzioni delle nuove Province, fermo restando che le Regioni avranno tempo fino al 31.12.2014 per scegliere le ulteriori competenze da delegare alle Province, mentre lo Stato, per parte sua, dovrà finalmente decidere il futuro dei centri per l'impiego, per i quali da tempo si parla di una riorganizzazione con la nascita di una agenzia nazionale.

La riforma "Del Rio", chiarisce che le Province, quali enti con funzioni di area vasta, esercitano le seguenti funzioni fondamentali:

a) pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, nonché tutela e valorizzazione dell'ambiente, per gli aspetti di competenza;

b) pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonché costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente;

c) programmazione provinciale della rete scolastica, nel rispetto della programmazione regionale;

d) raccolta ed elaborazione di dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali;

e) gestione dell'edilizia scolastica;

f) controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazione e promozione delle pari opportunità sul territorio provinciale.

Ancora più poteri sono attributi alle Città metropolitane, che dovranno occuparsi di funzioni fondamentali riguardanti l'adozione e l'aggiornamento annuale di un piano strategico triennale del territorio metropolitano; della pianificazione territoriale generale, ivi comprese le strutture di comunicazione, le reti dei servizi e delle infrastrutture; della strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici; della mobilità e viabilità; della promozione e del coordinamento dello sviluppo economico e sociale e dei sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano.

La Provincia e la Città metropolitana potranno, altresì, d'intesa con i comuni, esercitare le funzioni di predisposizione dei documenti di gara, di stazione appaltante, di monitoraggio dei contratti di servizio e di organizzazione di concorsi e procedure selettive.

Per poter realizzare la riforma, però, occorre che alle nuove Province e alle Città metropolitane siano date risorse necessarie per poter esercitare nel concreto e non in astratto le funzioni fondamentali ad esse assegnate.

Negli ultimi anni, invece, i tagli lineari e indiscriminati hanno determinato una situazione di bilanci gravemente compromessi (senza interventi correttivi, circa i 2/3 delle province italiane tra il 2014 e il 2015 sono a rischio di default), proprio in conseguenza della brutale riduzione dei trasferimenti statali, in assenza (o quasi) per l'ente di autonomia tributaria e del rilevante decremento, causato dalla crisi economica, di una delle principali voci di entrata riguardanti alcune imposte legate all'automobile.

In definitiva, si può e si deve risparmiare nell'attività complessiva delle Province (a cominciare dai costi della politica che questa riforma riduce drasticamente), ma non e' pensabile trasferire funzioni senza che siano accompagnate da adeguate risorse umane e finanziarie.

Il rischio, per limitarci ad un solo ma significativo esempio, infatti, che alla prima nevicata il Nord e le zone collinari del centro-sud restino completamente bloccati è tutt'altro che teorico, visto che più di una Provincia ha già lanciato l'SOS ai comuni stante l'impossibilità di reperire nei bilanci - come è sempre avvenuto nel passato - le risorse da destinare allo spazzamento e alla prevenzione della formazione del ghiaccio sulle strade di loro competenza.

 

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