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Parello:Poco coraggio nella legge di bilancio

25/10/2017
Il Professor Carmelo Parello intervistato da noi sulla Nota al Def e sulla legge di bilancio solleva qualche dubbio sul parametro utilizzato dal governo per calcolare l’output gap e si associa alla schiera di analisti che hanno definito ottimistiche le previsioni sulla crescita e quelle sul debito. Il suo giudizio complessivo sul tipo di manovra è netto: “né coraggiosa né elettoralistica” sottolineando, inoltre, la “marcia indietro effettuata dal governo a partire dalla misura sull’eliminazione del cuneo fiscale per i giovani”. Secondo Parello infatti questa misura avrebbe potuto avere un impatto rilevante considerando che non è stato perseguito “nessun tentativo serio di rilancio degli investimenti pubblici”.

Intervista al Prof. Carmelo Parello

Il Professor Carmelo Parello dell'Università 'La Sapienza' di Roma, intervistato da noi sulla Nota al Def e sulla legge di bilancio solleva qualche dubbio sul parametro utilizzato dal governo per calcolare l’output gap e si associa alla schiera di analisti che hanno definito ottimistiche le previsioni sulla crescita e quelle sul debito. Il suo giudizio complessivo sul tipo di manovra è netto: “né coraggiosa né elettoralistica” sottolineando, inoltre, la “marcia indietro effettuata dal governo a partire dalla misura sull’eliminazione del cuneo fiscale per i giovani”. Secondo Parello, infatti, questa misura avrebbe potuto avere un impatto rilevante considerando che non è stato perseguito “nessun tentativo serio di rilancio degli investimenti pubblici”.

La nota di aggiornamento al Def è stata votata la settimana scorsa da entrambi i rampi del Parlamento. Come la giudica nel complesso?

“Dal punto di vista dei dati dell’economia reale la nota contiene qualche nota di ottimismo, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi anni della programmazione. E’ probabile che questo avvenga perché il Governo vede con qualche ottimismo in più per l’appunto l’andamento dell’economia reale in rapporto a inflazione e deflatore. Nel complesso però ricalca la conoscenza del quadro economico attuale, anche se, va detto, la propensione all’ottimismo del Governo è ormai diventata una costante degli ultimi anni, che tuttavia quest’anno sembra essere una necessità visto che senza i decimali in più di crescita aggiunti ottimisticamente nella Nota la riduzione del Debito tanto preannunciata dal Ministro Padoan non sarebbe possibile”.

Sulla Manovra ipotetica che idea si è fatto?

“La manovra dovrebbe valere complessivamente 20 miliardi ed ha due principali criticità”.

Quali?

“La prima riguarda la marcia indietro effettuata dal governo su alcune questioni, a partire dalla misura sull’eliminazione del cuneo fiscale per i giovani. Questo poteva rappresentare l’unico mezzo con un importante impatto sulla crescita, visto che anche la prossima Legge di Bilancio non presenterà nessun tentativo serio di rilancio degli investimenti pubblici. Una misura che avrebbe dovuto tagliare il costo del lavoro per gli under 29, con un valore di 1,2 miliardi di euro, mentre ora si parla al massimo di 380 milioni. Insomma un ridimensionamento drastico. Mi sembra una manovra che non vuole lasciare segni sull’elettorato.

Né una manovra elettorale né coraggiosa dunque?

Esattamente. Di questi 20 miliardi, 10 miliardi il governo li deve spendere a debito per pagare l’abolizione delle clausole di salvaguardia che valgono circa 16 miliardi. Rimangono fuori 6 miliardi. A questi vanno aggiunti una serie di altri costi indifferibili. Parliamo ad esempio del rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione per circa 3 miliardi e 800 milioni. O anche a voci che riguardano il mondo della Scuola: dall’adeguamento degli stipendi dei presidi al rinnovo del contratto del personale Ata (tecnici e amministrativi). E anche all’avanzamento di ruolo di alcuni gruppi di ricercatori universitari. Tutte queste voci che valgono in tutto circa 5 miliardo. Per il resto quindi rimane ben poco.

L’altra criticità?

Noi dovremmo creare un indebitamento superiore dello 0,2 per rispettare le tappe che dovrebbero portare l’Italia al pareggio di bilancio nel 2020. Il governo però ha usato un parametro diverso per il calcolo dell’output gap (è la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale). E diversamente dal conteggio effettuato dalla commissione europea, il nostro governo sostiene che siamo ancora in una fase recessiva. Non siamo di fronte a un calcolo truccato. Ma certamente ci troviamo di fronte a una forzatura sull’andamento dell’output gap. Laddove la commissione dovesse accettare il dato, questo permetterebbe all’Italia di evitare la procedura di infrazione; in caso contrario, il rischio di incappare in una deviazione significativa dal percorso di risanamento sarebbe concreto con tutte le conseguenze del caso.

Che cosa comporta questo calcolo diverso?

Il calcolo dell’output gap serve a calcolare la posizione ciclica di un paese. Il governo italiano, utilizzando un diverso parametro ha fatto in modo che il risultato ci mettesse in una posizione più sfavorevole dal punto di vista ciclico e dunque meno bisognosa di misure di correzione. In pratica stiamo sottostimando l’espansione economica che nessuno si aspettava.

Perché però l’Italia cresce così poco rispetto alla media europea?

Innanzitutto dobbiamo dire che la maggiore crescita che abbiamo registrato in questi ultimi mesi, equivalente a mezzo punto di Pil circa, è essenzialmente esogena. Siamo di fronte, in sostanza, al miglior andamento di fattori che non sono sotto il controllo del Governo. Esiste un miglior clima di fiducia che potrebbe anche essere collegato ad un’opera del governo. Ma per quanto riguarda il tasso di cambio e l’andamento dei tassi di interesse Palazzo Chigi non c’entra nulla.

Tutto qui?

No. Noi abbiamo senza dubbio un’economia più rigida dal punto di vista macroeconomico. Perché scontiamo una struttura del capitalismo italiano basata sull’attività familiare, su un tipo di finanziamento dipendente dal settore bancario e su un livello tecnologico non comparabile con quello degli altri paesi. La Germania ha un impiego di tecnologia per attività economica molto più alto del nostro.

Sul lato del credito invece?

Il nostro sistema di imprese è molto legato all’andamento del credito. Quando il livello di credito comincia ad essere un problema allora nel nostro paese, per la struttura che appunto lo caratterizza, gli effetti si vedono prima e si manifestano più a lungo. Ed è su questo versante che bisognerebbe agire se l’Italia vuole crescere di più.

Cosa si deve fare allora?

Occorrerebbe anzitutto cambiare il nostro sistema produttivo cercando di incentivare le imprese, incluse quelle familiari, a dotarsi di una dimensione media più grande. Per competere sui mercati internazionali di oggi occorre favorire le economie di scala laddove possibile, ma anche economie di scopo, capaci di avere sistemi organizzativi più flessibili e quindi apparati produttivi più propensi ad ottenere migliorie di costo attraverso l’innovazione ed il cambiamento tecnologico. Del resto questo è quello che prescrive la letteratura economica per le economie mature. Il problema è che l’Italia non si sa ancora dove sta.

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