
Il libro di Thomas Piketty “Il capitalismo nel XXI secolo” rappresenta l’evento editoriale dell’anno. Già tradotto (dal francese) in molte lingue, destinatario di decine di recensioni (favorevoli) anche da parte di prestigiosi economisti (Krugman, Solow…), oggetto di polemiche astiose e stizzite da parte dei liberisti, rappresenta un oggetto obbligato di attenzione.
Il successo del libro è strettamente legato al suo oggetto: le diseguaglianze economiche, le loro cause, la loro crescita. Ma le ambizioni del lavoro di Piketty (900pagine, oltre a un enorme quantità di allegati contenenti materiale statistico, matematico o tecnico) sono molto maggiori: il libro infatti intende presentare “una teoria generale del capitalismo”, con l’obiettivo di unificare la teoria della crescita economica con la teoria della distribuzione funzionale e personale dei redditi.
Come è noto, per l’economia classica, (Smith, Ricardo, Marx) la distribuzione rilevante è quella tra salari e profitti e cioè – a livello sociologico- la ripartizione della ricchezza tra i proprietari di mezzi di produzione e i lavoratori. Dai profitti dipende l’accumulazione e quindi la crescita economica. Le posizioni di rendita esistono ma sono limitate al settore agricolo, in quanto negli altri settori prevalgono situazioni di concorrenza. La teoria neoclassica dal canto suo supera la questione distributiva teorizzando il fatto che in una economia d mercato ciascuno ottiene in definitiva ciò che merita, in quanto retribuito in base alla propria produttività marginale.
E’ evidente quanto il pensiero socialista e la storia, anche politica, del movimento operaio siano tributari del pensiero classico, e quanto, viceversa, le teorie liberali necessitino di una teoria “giustificazionista”, e asettica che legittimi l’economia capitalista.
Ciò fa capire anche perché il libro di Piketty non sia piaciuto molto ad alcuni commentatori di sinistra. Piketty infatti non ragiona in termini di lavoratori e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori, ma piuttosto in termini di ricchi e poveri, titolari di ricchezze e redditi spropositati, e gente comune o addirittura povera.
Dal lato dei “ricchi”, infatti, il capitalista tradizionale, il proprietario dei mezzi di produzione, conta relativamente meno nelle economie contemporanee, caratterizzate dalla prevalenza di capitali immateriali (marchi, brevetti, avviamento.ecc.) , dalla espansione della finanza, e dall’avvento molto rilevante delle posizioni di pura rendita. D’altra parte i nuovi ricchi, i grandi managers auto refenziali delle grandi corporations, sono spesso, almeno formalmente , lavoratori dipendenti, mentre rilevantissimo e crescente appare il ruolo dell’eredità nella trasmissione della ricchezza.
Questo approccio ha evidenti implicazioni politiche: la contrapposizione tradizionale tra proprietari dei mezzi di produzione salariati appare infatti sfuocata; le diseguaglianze non dipendono solo dalla distribuzione tra profitti e salari, e né i profitti né i salari sono oggi quelli tradizionali. La contraddizione principale sembra essere oggi quella che conduce a una polarizzazione tra un manipolo di super ricchi (e i loro lacchè) e una massa di “poveri”, con la progressiva scomparsa del ceto medio. Questa appare essere l’origine della crisi della sinistra e della crescita del populismo come strumento di controllo ed orientamento di masse inconsapevoli, ma arrabbiate. Su queste questioni mi sembra utile ragionare.
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