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Pressione fiscale: sarebbe più bassa, se il bonus Renzi fosse considerato taglio di entrate invece che aumento di spesa

18/11/2014
Se i circa dieci miliardi del 2015 fossero stati considerati come diminuzione di imposte, allora avremmo avuto un 42,6% di pressione fiscale, con una diminuzione di 0,7.

1. Sul Corriere della Sera (15 novembre) Alesina e Giavazzi dichiarano 1) di trovare ben poco espansiva la manovra del governo, e 2) che la pressione fiscale rimane praticamente invariata (dal 43,3% del 2014 al 43,2% del 2015). Sul primo punto non ho nulla da obiettare; vorrei invece fare qualche considerazione sulla pressione fiscale. Il punto nasce dal fatto che il bonus Renzi degli ottanta euro mensili avrà l’anno prossimo (e in avvenire) le stesse caratteristiche di quest’anno, caratteristiche che lo hanno fatto classificare, dal punto di vista della contabilità nazionale, tra le spese pubbliche (in aumento) invece che tra le entrate (in diminuzione). Se i circa dieci miliardi del 2015 fossero stati considerati come diminuzione di imposte, allora avremmo avuto un 42,6% di pressione fiscale, con una diminuzione di 0,7.

Sarebbe stato possibile trasformare il sussidio come diminuzione di prelievo? Sì, anche se ciò avrebbe comportato una modifica parziale dei destinatari. Per capire come bisogna entrare nei dettagli della tassazione del lavoro dipendente. Il governo Letta aveva aumentato la detrazione per i lavoratori da 1840 a 1880, e addolcito la discesa della detrazione, che fino a 28mila si riduce di 4,51 euro ogni 100 di aumento dell’imponibile. In sostanza fino a 8.145 euro il lavoratore non ha un’Irpef netta positiva.

 Supponiamo che il governo Renzi avesse deciso di aggiungere a questa detrazione decrescente una componente fissa di 960 euro, fino a 24.000 euro. L’area con imposta nulla sarebbe arrivata a 11.635 euro. Dopo, fino a 24.000, i lavoratori avrebbero avuto una riduzione d’imposta di 960, cioè un aumento in busta paga pari a 80 euro mensili. I lavoratori compresi tra 8.145 e 11.635 sarebbero stati parzialmente incapienti. Quelli intorno ai 10mila avrebbero usufruito per metà della nuova detrazione. Circa due milioni di lavoratori nella fascia descritta avrebbero avuto un minor aumento in busta paga; ciò avrebbe consentito, a parità di gettito, di allentare la discesa del bonus Renzi che scende a precipizio dai 24.000 ai 26.000. Si poteva arrivare a 27.000, o anche più in là. Sette milioni avrebbero avuto lo stesso risultato, mentre nella fascia 24.000-27.000 un milione e mezzo (circa) di lavoratori avrebbe avuto qualche euro in più.

Forse questo effetto distributivo non piaceva al governo, o forse l’obiettivo era quello di far vedere chiaramente in busta paga gli ottanta euro. Certo è che presentandola come detrazione aggiuntiva (per i soli lavoratori dipendenti) non vi sarebbe stato dubbio che i dieci miliardi sarebbero stati classificati come riduzione d’imposta. Ovviamente i lavoratori fino a 8.145 sarebbero stati totalmente incapienti, ma essi comunque sono stati tagliati fuori[1] con il bonus Renzi. Il governo può consolarsi però con il cuneo fiscale sul lavoro; questo è senza dubbio diminuito, essendo la differenza tra il costo per il datore di lavoro e il netto che percepisce il lavoratore; non fa perciò differenza che gli ottanta euro siano un sussidio (maggiore spesa) o una detrazione (minor imposta).

2. Che si mettano in contabilità come maggiore spesa o come minore imposta, si tratta sempre di dieci miliardi di reddito disponibile per le famiglie dei beneficiari. Il caso del bonus Renzi segnala quindi l’importanza di non fermarsi al dato contabile, soprattutto quando si fanno confronti tra paesi diversi sulla spesa sociale. Due ricercatori dell’OECD, Willem Adema e Maxime Ladaique, insieme a vari collaboratori, da anni ricostruiscono la spesa sociale netta a partire da quella lorda, per la trentina di paesi aderenti all’organizzazione. Ad esempio la Germania detassa in larga parte le pensioni, a differenza dell’Italia e della Francia, mentre i paesi scandinavi tassano anche i trasferimenti statali. Adema e Ladaique eliminano queste differenze per ricostruire la spesa netta dei vari paesi. Gli ultimi dati da loro elaborati, che si possono consultare sul web[1], si riferiscono al 2009. Riporto quelli sui quattro maggiori paesi dell’euro più la Svezia ed il Regno Unito, che riguardano la spesa sociale pubblica.

 

                  Spesa sociale pubblica

 

Anno 2009

Spesa lorda sul Pil

Spesa netta sul Pil

Francia

32,1

29,3

Svezia

29,8

24,2

Germania

27,8

25,6

Italia

27,8

23,6

Spagna

26

24,4

Regno Unito

23,9

22,8

 Come si vede la Svezia scivola dal secondo al quarto posto, mentre l’Italia, che ha una spesa lorda pari a quella della Germania, rispetto a quest’ultima cala di due punti percentuali nella spesa netta e finisce penultima. Solo il Regno Unito ha una quota netta più bassa. Ma questo è vero perché non consideriamo la componente previdenziale dei fondi pensioni, che nel Regno Unito è rilevante. Quando passiamo alla spesa sociale totale (pubblica + privata) netta il quadro muta ancora: 

           Spesa sociale totale netta

 

Anno 2009

Spesa netta sul Pil

Francia

32,1

Regno Unito

27,6

Germania

27,5

Svezia

26,3

Italia

25,5

Spagna

24,6

 Come si vede, rispetto alla spesa pubblica lorda, quella totale netta mostra una classifica diversa: la Francia si conferma sempre al primo posto, mentre il Regno Unito sale dall’ultimo al secondo posto, e Svezia ed Italia scendono significativamente.

 Ma queste classifiche ancora non forniscono una misura dell’effetto redistributivo della spesa sociale; è evidente infatti che la spesa privata, cioè in fondi pensioni o fondi assicurativi di vario tipo, non ha effetti redistributivi, o forse li ha nel senso sbagliato. Ma anche il potere redistributivo della spesa pubblica (netta) dipende dalla diversa tipologia, dall’uso di trasferimenti means tested o meno, dalla struttura del prelievo. L’ultima tabella fornisce una misura dell’effetto redistributivo, tramite la differenza percentuale tra l’indice di concentrazione di Gini dei redditi di mercato (cioè prima di trasferimenti ed imposte) e lo stesso indice per i redditi disponibili. Maggiore è la differenza percentuale, maggiore l’effetto redistributivo.

                                Effetto redistributivo in %

 

 

Anno 2009

Anno 2000

Germania

42

44

Francia

40

41

Svezia

39

46

Italia

37

32

Regno Unito

35

31

Spagna

33

7

 

Come si vede nel 2009 la Germania precede di poco la Francia, ma entrambe sono in leggero calo rispetto a nove anni prima; la Svezia è terza, ma in sensibile calo rispetto al 2000, in seguito alle politiche di ridimensionamento della spesa sociale effettuate dal governo di destra. L’Italia invece precede il Regno Unito, ed in entrambi i paesi l’effetto redistributivo è migliorato; la Spagna è ultima ma con un miglioramento spettacolare rispetto all’inizio degli anni duemila.

[1] L’affermazione va corretta per quei lavori subordinati inferiori all’anno. Infatti per i lavoratori interessati la detrazione non può essere inferiore a 1.380 euro. Ciò vuol dire che imponibili fino a 6.000 euro hanno imposta netta nulla, e quindi non percepiscono il bonus Renzi, ma sopra i 6.000 hanno imposta positiva e quindi rientrano tra i beneficiari.

[2]W. Adema, P. Fron and M. Ladaique (2014), How much do OECD countries spend on social protection and how redistributive are their tax/benefit systems?, International Social Security Review, vol. 67.

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