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Quel pasticciaccio brutto degli 80 euro. Come si poteva evitare

07/03/2017
Le storture che hanno provocato una brutta sorpresa per molti lavoratori. Per evitare questi risultati si sarebbe dovuto procedere con una fiscalizzazione, parziale, dei contributi a carico dei lavoratori. La fiscalizzazione avrebbe riguardato una platea più ampia di lavoratori, compresi i quattro milioni che sono rimasti fuori, ma avrebbe evitato gli effetti distorti del bonus. I dettagli tecnici nella proposta Nens sulla riforma dell'Irpef e gli Assegni al nucleo familiare.

Cominciamo dai numeri forniti dal Dipartimento delle Finanze. Gli aventi diritto al bonus nel 2015 sono stati 11,2 milioni di lavoratori dipendenti e assimilati. Per aver diritto al bonus (960 euro annui, cioè 80 ogni mese) i lavoratori dovevano avere un’Irpef superiore alla detrazioni per lavoro dipendente e un reddito complessivo non superiore a 26.000 euro. Le due condizioni sono entrambe necessarie per delimitare la platea dei beneficiari, dato che entro il limite dei 26.000 euro risultato circa 16 milioni di lavoratori; la distribuzione del bonus a tutti sarebbe costata troppo, cioè circa 13 miliardi invece di 9.

I 4,5 milioni di lavoratori, fino ad un reddito di 8.000 euro sono, anche se non tutti, come si dirà più avanti, ad Irpef netta nulla, perché l’Irpef lorda da versare è inferiore alla detrazione spettante. Il riferimento all’imposta netta nulla si spiega anche in base al tentativo del governo Renzi di presentare il bonus come una detrazione d’imposta. Infatti le disposizioni del bonus sono state introdotte nell’art. 13 del TUIR, art. 1bis, subito dopo la detrazione per il lavoratore dipendente(art. 1). Ma Istat-Eurostat ha classificato il bonus come un trasferimento monetario, cioè una spesa. La cosa non ha ovviamente nessuna importanza sostanziale, se non per il fatto che si vende meglio un calo di imposte che un aumento di spese, non solo in Italia ma anche a Bruxelles.

Dunque un lavoratore che ha un reddito complessivo Irpef fino a 8.145, se ha lavorato tutto l’anno non prende il bonus; infatti la detrazione da lavoro incomincia a scendere dagli 8.000 euro, dove supera l’imposta di 40 euro – 1.840 imposta lorda contro 1.880 di detrazione – e le due divengono uguali a 1.845 euro. A 8.150 invece si riceve integralmente il bonus, alla faccia di banali criteri di equità orizzontale.

Fino a 24.000 euro i lavoratori ricevono gli 80 euro; da 24.000 a 26.000 però il bonus si riduce; ogni 100 euro di maggior reddito comporta una perdita di 48 euro di bonus (960/2000 = 0,48). Vi è quindi in questa fascia un’aliquota implicita del 48% che si aggiunge a quella propria del secondo scaglione Irpef, per una aliquota complessiva pari a 79,51%. Se poi per caso il o la dipendente hanno anche gli Assegni al nucleo familiare, l’aumento del reddito disponibile si riduce a zero.

Veniamo ora al punto critico, inevitabile conseguenza delle modalità di ammissione al bonus. Degli oltre 11 milioni di percettori, 1,5 milioni non lo hanno ricevuto durante il 2015, ma successivamente (un terzo integralmente e due terzi in parte non avendo lavorato tutto l’anno), al momento della dichiarazione (per lo più col 730). Per esempio un lavoratore è stato assunto negli ultimi tre o quattro mesi dell’anno, guadagnando 4.000 euro. La sua Irpef lorda è di 920 euro, mentre la detrazione è di 690. Dunque il lavoratore ha un’Irpef netta positiva, e avrebbe avuto diritto al bonus, per quattro mesi. Lo ottiene in ritardo, ma in fondo poco male. Molto peggio invece per 1,7 milioni di lavoratori che il bonus lo avevano ricevuto, ma hanno dovuto restituirlo, vuoi per intero (quasi un milione), vuoi in parte (questi ultimi sono quei 765.000 lavoratori con reddito nella fascia 24.000-26.000). Il datore di lavoro ha erogato il bonus perché secondo le sue stime il lavoratore avrebbe avuto un reddito annuo tale da poter ricevere, in tutto o in parte, il bonus. Ma il lavoratore può aver conseguito altri redditi (da dichiarare in Irpef) di cui il datore di lavoro non era al corrente. Un altro caso è quello di un lavoratore che, assunto all’inizio dell’anno, riceve 1.000 euro al mese, e quindi anche il bonus. Ma dopo tre mesi perde il lavoro, e, se non trova nell’anno un’altra occupazione, essendo la sua imposta netta nulla, deve restituire i 240 euro. In conclusione, a 1,7 milioni di lavoratori Renzi ha giocato un tiro mancino.  

Si potevano evitare questi pasticci? Si poteva cambiare la detrazione da lavoro esistente, aumentandola nella misura voluta. Ma aumentare di 960 euro la detrazione significa che tra 8.145 e 10.790 i lavoratori avrebbero usufruito quasi per nulla o solo in parte dell’aumento della detrazione, mentre quella che sarebbe sicuramente aumentata è l’incapienza. C’era una strada più adatta: una fiscalizzazione, parziale, dei contributi a carico dei lavoratori. La fiscalizzazione avrebbe riguardato una platea più ampia di lavoratori, compresi i quattro milioni che sono rimasti fuori. Per chi fosse interessato all’aspetto tecnico, si rimanda al proposta Nens sulla riforma dei contributi sociali, dell’Irpef, consultabile sul sito. Ovviamente il vantaggio pro-capite, dovendo stare nei limiti dei 9 miliardi, sarebbe stato minore, ma in compenso si sarebbero evitato di distribuire soldi e di richiederli indietro.

Il bonus ha avuto un effetto politico positivo per Renzi (elezioni europee 2014). Sull’economia italiana molto meno; secondo la Relazione 2016 della Banca d’Italia solo il 40% delle somme si sarebbe trasformato in consumi. La cosa non è sorprendente, perché il bonus si è distribuito su tutti i livelli di reddito familiare, più o meno omogeneamente, salvo i più poveri e i più ricchi. In realtà per dare una spinta vera al Pil i nove miliardi dovevano essere investiti in lavori pubblici, scuole, e finanziamenti alla ricerca.     

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