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Quel pasticciaccio degli 80 euro

09/06/2016
Oltre un quarto della platea interessata al Bonus Renzi si è trovata a restituire o a ricevere delle somme che, a livello individuale, potevano arrivare fino a 960 euro nel 2015 (640 nel 2014). Ecco, punto per punto, perché i problemi sono nati dalla peculiare forma del Bonus voluto così proprio dal presidente del Consiglio.

Ha suscitato un certo clamore, amplificato dalla vigilia delle comunali, la notizia che quasi un milione e mezzo di lavoratori ha dovuto restituire (almeno in parte, mediamente 220 euro) il bonus di Renzi. Sembra che anche un maggior numero di lavoratori ha ricevuto con il 730 l’anno dopo (quindi in ritardo) il bonus (250 in media). Insomma oltre un quarto della platea interessata si è trovata a restituire o a ricevere delle somme che, a livello individuale, potevano arrivare fino a 960 euro nel 2015 (640 nel 2014).

Il motivo è dovuto alle peculiari caratteristiche del bonus. Renzi voleva che in busta-paga il lavoratore vedesse la voce “bonus” ben evidenziato, e che il bonus fosse proprio di 80 euro per il massimo numero di percipienti, entro i limiti delle risorse disponibili. Per questo motivo il bonus, costante fino a 24mila, scendeva in picchiata a zero a 26mila euro. Inoltre c’era il problema di tutti quelli che si trovavano nella fascia della (possibile) imposta netta Irpef a zero. Si tratta di circa quattro milioni di soggetti. Non era possibile erogare a tutti il bonus, quindi fu stabilito che il bonus toccava solo a coloro che avevano un’Irpef positiva, guardando solo alla detrazione da lavoro (le altre eventuali non contano).

Sui giornali si legge che questo riguarda coloro che hanno un reddito inferiore a 8.000 euro. In realtà la cosa è più complicata. Solo i lavoratori che hanno lavorato tutto l’anno si trovano a imposta netta zero sotto gli 8.000 (più precisamente sotto gli 8.145), ma ci sono tutti quelli che hanno lavorato solo parte dell’anno, vuoi con contratti a tempo indeterminato o determinato. In questo caso si ha diritto non a tutta, ma ad una parte della detrazione. Comunque questa non può scendere sotto un limite. Per il tempo indeterminato la detrazione non può essere inferiore a 690, il che significa che per redditi sotto i 3.000 euro si è sicuramente a Irpef zero. Per il tempo determinato le cifre raddoppiano: la detrazione non può essere inferiore a 1.380 euro, e quindi sotto i 6.000 si è a Irpef zero. In entrambi i casi non si ha diritto al bonus.

Se la remunerazione ricevuta è superiore (rispettivamente per tempo indeterminato e determinato) alle due soglie, bisogna vedere se l’Irpef risulta inferiore alla detrazione spettante (non si ha diritto al bonus), o superiore (si ha diritto). A questo scopo la detrazione di 1.880 euro va divisa per 12 e moltiplicata  per il numero dei mesi di lavoro. Il risultato va diviso per l’aliquota del I° scaglione, 0,23. Se il reddito è superiore, l’imposta è positiva e quindi si ha diritto al bonus, altrimenti no. In pratica bisogna vedere se la remunerazione media mensile è maggiore di 681,16 euro o no. Solo se lo è si ha diritto al bonus.

Semplice no? Si può capire come 341mila lavoratori abbiano dovuto restituire 55 milioni. Anche se i lavoratori non hanno altri redditi, i datori di lavoro possono benissimo trovarsi in difficoltà.  Un discorso in parte diverso riguarda invece i lavoratori con redditi che (ex-ante) si collocano vicino a 24.000 euro. In questo caso l’Irpef è certamente maggiore della detrazione da lavoro, ma può accadere che il lavoratore durante l’anno ottenga altri redditi (che entrano in Irpef) da altra fonte, o anche dallo stesso datore di lavoro, per straordinari o altro. In questo caso superando i 24.000 euro il bonus si riduce, precisamente di 48 euro ogni cento. A 26.000 il bonus si azzera.

La maggior parte di coloro che hanno dovuto restituire il bonus appartiene proprio a questa tipologia di lavoratori, i quali certamente avranno masticato amaro, soprattutto se il fatto di aver superato i 24.000 euro è stata una scelta volontaria. D’altra parte l’unico modo per evitare tutti questi pasticci sarebbe stato quello di stabilire che il bonus sarebbe stato erogato solamente a conguaglio l’anno dopo, con il 730, soluzione questa certo poco gradita al premier.

Comunque oltre dieci milioni di lavoratori hanno ricevuto e ricevono il bonus o durante l’anno, o anche a saldo, e certamente sono contenti. Per valutare la scelta del bonus possiamo guardare all’effetto redistributivo e a quello di stimolo ai consumi; per quanto riguarda il primo aspetto è noto che il bonus si è distribuito su tutti i decili di reddito familiare, quasi uniformemente, salvo somme più basse sia al decile più basso che a quello più alto. La cosa non sorprende; nel decile più basso moltissime famiglie hanno componenti tutti a Irpef zero. Ma anche nei decili più alti ci sono componenti della famiglia che hanno ricevuto il bonus, il quale è erogato a livello individuale.  Per quanto riguarda l’effetto sui consumi la Relazione di quest’anno della Banca d’Italia presenta (p. 76) un Box sul bonus con un interessante approfondimento. Mentre le famiglie che hanno ricevuto il bonus dichiarano di averlo speso per il 90%, da una indagine econometrica risulta che la loro percezione è errata; confrontando le spese delle famiglie che hanno ricevuto il bonus con quelle che non lo hanno ricevuto, si trova che solo la metà del bonus sia stato speso, e ciò non è sorprendente, dato che il bonus è andato anche a famiglie con reddito elevato. Ovviamente l’indagine statistica trova che famiglie a basso reddito ne hanno speso una quota maggiore.  

In conclusione, è molto probabile che il bonus Renzi, l’eliminazione della “prima casa” Imu-Tasi, la decontribuzione per il Jobs Act, siano tutte manovre di bilancio con alto rendimento politico. Dal punto di vista del rendimento economico, le risorse impiegate (ben oltre un punto di PIL) sarebbero state più utilmente impiegate nella ricerca, la scuola e la conservazione del  territorio.

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