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Rifiuti, la tari è iniqua. Serve una vera riforma

11/07/2014
Servirebbe una impostazione completamente diversa, come quella suggerita dall'Enea e basata su due principi: il primo:attribuire i costi di gestione dei rifiuti ai soggetti che immettono sul mercato i diversi prodotti, attraverso un contributo ambientale definito in base al peso, alla recuperabilità ed alla riciclabilità. Il secondo: premiare i cittadini per fare la raccolta differenziata, invece di farli pagare per conferire i rifiuti.

Siamo in attesa del debutto della TARI, la nuova tassa sui rifiuti urbani, sulla quale sussistono ancora molte incertezze legate alle decisioni comunali.

Ma già sappiamo che la TARI, così come i suoi antenati TARES, TIA, TARSU (solo per citare i più recenti) non risolverà i problemi connessi alla gestione dei rifiuti urbani.

Infatti, analogamente alla TARES, la TARI è dovuta da chiunque possieda, occupi o detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte e, in via “provvisoria”, la base imponibile da assoggettare a tassazione è la superficie calpestabile delle unità immobiliari (a regime dovrebbe essere l’80 per cento di quella catastale).

Sebbene la legge di stabilità consenta ai comuni di commisurare la tassa (che, curiosamente, è corrisposta in base a una tariffa) alle “quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia delle attività svolte”, di fatto la tassa sui rifiuti rimane una “appendice” della tassa sugli immobili.

Né desta molte speranze il difficile compito affidato al Ministro dell’ambiente di proporre un regolamento (da emanare entro il 30 giugno ma di cui ben difficilmente vedremo gli esiti) per stabilire “ criteri per la realizzazione da parte dei comuni di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio   pubblico o di   sistemi   di   gestione caratterizzati dall'utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, finalizzati ad attuare un effettivo modello di tariffa commisurata al servizio reso”.

Molti cittadini continueranno di fatto a percepire questo tributo come una specie di imposta addizionale sulla casa (come dar loro torto?) e a ritenere ingiusto che ciò che pagano non dipenda da quanti rifiuti producono ma dalla dimensione della propria abitazione.

Questa sostanziale iniquità della tassa è certamente tra le principali cause della scarsa fedeltà fiscale dei contribuenti: dove i controlli e le sanzioni sono meno efficaci la morosità raggiunge livelli elevatissimi con negative conseguenze per coloro che pagano o per i bilanci delle amministrazioni.

Ma anche tra gli operatori, ovvero i produttori e i distributori di beni e servizi, manca una motivazione economica, con l’importante eccezione degli imballaggi gestiti dai consorzi, per ridurre le componenti potenzialmente generatrici di rifiuti o, soprattutto, per favorire il riciclo o il riutilizzo; in realtà la principale motivazione ambientale per gli operatori è solo il marketing, ovvero la maggiore attrazione commerciale dei prodotti compatibili con l’ambiente.

Tale assenza di ogni relazione economica tra i costi e il corretto comportamento dei cittadini e degli operatori economici indubbiamente concorre a determinare il grave stato di criticità dell’attuale sistema di gestione dei rifiuti urbani: la raccolta differenziata non raggiunge il 40%, quasi la metà dei rifiuti urbani continua ad essere smaltita in discarica (44% pari a circa 13 milioni di tonnellate/anno) e nessun territorio è ormai disposto ad accogliere nuove discariche nonostante in alcune grandi città la situazione sia al collasso.

Di questa situazione continua poi ad avvantaggiarsi la criminalità organizzata la cui infiltrazione nel settore è notoriamente diffusa.

Partendo da tale scenario è stata recentemente proposta da un gruppo di esperti istituito dall’ENEA[1]una radicale riforma del settore.

Tale proposta di riforma è basata su due principi.

Il primo principio è quello di attribuire i costi di gestione dei rifiuti ai soggetti che immettono sul mercato prodotti potenzialmente generatori di rifiuti, attraverso un contributo ambientale definito in base al peso, alla recuperabilità ed alla riciclabilità.

Secondo gli esperti, applicando un adeguato contributo ambientale a carico dei produttori/importatori di beni e servizi si potrebbe non solo generare il flusso di cassa necessario ai comuni per coprire i costi di raccolta e smaltimento ma anche per incentivare la raccolta differenziata e il riciclaggio.

Il contributo ambientale verrebbe in tutto o in parte traslato sui prezzi dei beni e servizi (prezzi comunque soggetti alla compressione concorrenziale) e quindi il pagamento dei costi di gestione dei rifiuti urbani da parte dei cittadini avverrebbe all’atto dell’acquisto dei prodotti; di conseguenza il costo per i cittadini sarebbe proporzionale alla quantità e alla natura dei rifiuti che originano dai prodotti acquistati.

Di fatto con questo sistema sarebbe possibile attribuire equamente i costi di gestione del sistema dei rifiuti, eliminare la TARI o altre forme di tassazione ed anche rimuovere l’iniquità connessa al problema della morosità.

Tale nuovo modello, inoltre, avrebbe una forte finalità ambientale in quanto da una parte incentiverebbe i cittadini ad acquistare prodotti con un minore contributo ambientale (imballaggi meno pesanti, materiali più facilmente riciclabili) e dall’altra spingerebbe i produttori a ridurre le componenti dei prodotti che generano rifiuti.

Il secondo principio della riforma è quello di passare da una situazione nella quale i cittadini pagano per conferire i rifiuti ad una situazione nella quale i cittadini vengono pagati per fare la raccolta differenziata e per il corretto conferimento dei rifiuti.

Si tratta in sostanza di un sistema premiante che restituisce una parte degli oneri sostenuti ai cittadini che collaborano attivamente per incrementare la raccolta differenziata e la sua qualità.

Nel complesso si tratterebbe di una manovra da circa 9 miliardi di euro/anno che non determinerebbe un innalzamento del prelievo fiscale (grazie all’eliminazione della TARI) ma anzi indurrebbe nel tempo una maggiore efficienza che si tradurrebbe in minori costi per i cittadini e le imprese.

Il nuovo sistema sarebbe peraltro del tutto compatibile (ed anzi più aderente) agli indirizzi comunitari, ad iniziare da quello del “chi inquina paga”.

Secondo gli esperti la piena attuazione del nuovo modello di gestione dei rifiuti urbani consentirebbe di accelerare il raggiungimento di una elevata percentuale di raccolta differenziata, di ridurre di conseguenza la necessità di aprire nuove discariche ed i fenomeni criminosi associati alla gestione dei rifiuti urbani e, infine, di creare occasioni per lo sviluppo di nuove filiere industriali ad elevata intensità tecnologica.

Si tratta certamente di una riforma complessa ed ambiziosa ma è una di quelle Riforme (con la R maiuscola) di cui è più che mai necessario discutere per avviare un reale cambiamento del Paese.

 

[1] http://www.enea.it/it/enea_informa/sviluppo-sostenibile/le-proposte-1/la-riforma-della-gestione-dei-rifiuti-urbani

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