
Quando il governo ha presentato il disegno di legge di riforma della Rai lo ha definito con un tweet, moda che non condivido totalmente, con l'espressione «fuori i partiti dalla RAI». Per dirla in maniera più corretta, l'obiettivo era di riuscire a trovare una maggiore distinzione, o una distinzione più netta, tra potere di indirizzo e di controllo (a maggior ragione in un'azienda che ha la responsabilità di gestire un bene importante e prezioso come il servizio pubblico, e quindi anche il pluralismo dell'informazione) e la gestione di un'azienda impegnata in un mercato competitivo: un'ex azienda monopolista che progressivamente si è trovata a vivere in un mercato fortemente competitivo, ormai non più soltanto al livello nazionale ma internazionale, non più solo su una piattaforma ma su una pluralità di piattaforme.
Credo che il disegno di legge uscito dal lavoro della commissione, con grande onestà nei confronti del governo e nel rispetto del lavoro dei relatori, risponde solo parzialmente all'obiettivo. Nei fatti, ci troviamo di fronte ad una manutenzione - si scelga se ordinaria o straordinaria - della legge Gasparri e certamente non siamo di fronte neppure - ma non era nelle intenzioni - ad una riforma complessiva della RAI. In realtà, ci troviamo ad esaminare in Parlamento una riforma della governance della RAI.
Come ho già detto in commissione, essendo stato primo firmatario di un disegno di legge, poi trasformato in emendamento, sul tema della governance noi volevamo realmente raggiungere quell'obiettivo, credo condiviso e condivisibile, di una più netta distinzione tra potere di indirizzo e di controllo e gestione dell'azienda. E la soluzione più innovativa, più riformatrice e sicuramente coerente con quella separazione era data nel nostro disegno dal modello duale: un modello fondato, da una parte, sul consiglio di sorveglianza, con il presidente Rai nominato dai presidenti di Camera e Senato, tre componenti dalla Camera, due dal Senato, tre dal governo e due dai dipendenti, a cui affidare evidentemente tutta la materia dell'indirizzo e del controllo; dall'altra, su un consiglio di gestione a cui dare, come dice la parola stessa, la gestione dell'azienda, con un presidente che avesse tutte le caratteristiche di indipendenza, un amministratore delegato con ampi poteri e tre dirigenti di primario livello dell'azienda.
Un modello, per essere chiaro, simile a quello tipico del sistema duale tedesco dei Paesi del Nord. Quella soluzione, a nostro giudizio - un giudizio non soltanto mio ma anche di altri colleghi che hanno presentato quell'emendamento - rispondeva agli obiettivi; avrebbe rappresentato una reale svolta nella governance e avrebbe dato il segnale vero di un cambiamento. Si è cercata invece una soluzione più ridotta, meno coraggiosamente riformista. Per esempio, il presidente viene nominato dal consiglio di amministrazione, ma l’efficacia della nomina è subordinata al voto della Commissione bicamerale di vigilanza RAI, procedura che evidentemente ci riporta indietro proprio alla legge Gasparri.
Anche rispetto all'amministratore delegato si è partiti in un modo, con un una forte indicazione di poteri concentrati, per poi finire, viceversa, su un tema molto delicato e importante quale la nomina dei direttori di testata a decisioni che sono subordinate al consiglio di amministrazione.
Quello che a noi pare opportuno sottolineare in questa fase, pensando e sperando che ci possa essere ancora lo spazio per un lavoro in Aula e per un confronto con il governo, è poi il tema della fonte di nomina dell'amministratore delegato.
In Europa ci sono sostanzialmente due modelli per quanto riguarda le fonti di nomina dell'amministratore delegato: il modello della fondazione, a cui viene delegata la proprietà stessa dell'azienda e quindi un'autonomia a tutto tondo (è il modello BBC, per intenderci); oppure, come avviene in quasi tutte le Nazioni europee e negli Stati dell'Unione, il modello in cui è il board, cioè il consiglio d'amministrazione, ad avere il potere di nomina dell'amministratore delegato. Come ha giustamente segnalato nel corso della sua audizione la direttrice generale della European broadcasting union (EBU), l'associazione di tutte le aziende pubbliche radiotelevisive, una nomina diretta dell'AD da parte del governo, come nei fatti è quella prevista nel testo che ci viene sottoposto, è presente soltanto in un altro Paese, la Bulgaria. Da questo punto di vista, la soluzione che si è trovata, cioè di una nomina del consiglio d'amministrazione su proposta dell'assemblea degli azionisti, e quindi del governo, appare come una soluzione bizantina e meglio sarebbe una nomina da parte del consiglio d'amministrazione, esattamente come avviene nelle migliori pratiche europee. Su questo ho presentato un emendamento che spero possa essere accolto dal governo.
Un punto positivo che va sottolineato è invece quello relativo ai vincoli ed ai limiti che sono stati posti sul tema delle competenze, delle incompatibilità e delle inconferibilità dell'incarico di consigliere d'amministrazione e di amministratore delegato, perché credo vadano nella giusta direzione. E’ un passaggio che può essere anche rafforzato e devo dire che il contributo dei colleghi del Movimento 5 Stelle su questo tema è stato importante. Allo stesso tempo, credo che sia giustamente da sottolineare in positivo la procedura trasparente per le nomine che spetteranno poi alle Aule di Camera e Senato, un modello - se mi è consentito - che sarebbe giusto esportare anche per altre nomine, evitando di ritrovarci, come spesso capita, con un nome inviato via sms da votare senza la possibilità di valutare curriculum né professionalità. Alzare quindi il livello e diminuire la possibilità di conflitti d'interesse è una strada assolutamente condivisa e condivisibile.
Positivo anche il coinvolgimento dei dipendenti, che è un esperimento importante. Certamente - anche se mi sembra di dire un'ovvietà - sarebbe stato preferibile inserire i dipendenti negli organi di vertice dell'azienda, in un sistema duale: classicamente è all'interno del consiglio di sorveglianza che i dipendenti o loro rappresentanti svolgono il loro ruolo. Credo non sfugga a nessuno la delicatezza di questo punto, soprattutto avendo introdotto delle possibilità di blocco dei poteri dell'amministratore delegato sulle nomine dei direttori di rete con maggioranze qualificate: evidentemente una maggioranza qualificata dà al rappresentante dei dipendenti un potere di interdizione che credo si presti - speriamo non accada - anche ad un uso strumentale, e credo che questo vada sottolineato. Sarebbe quindi forse stato opportuno - lo dico sommessamente, non avendo presentato un emendamento al riguardo - prevedere la possibilità che non ci sia soltanto un dipendente, ma eventualmente anche una persona esterna in rappresentanza dei dipendenti. Questo avrebbe rafforzato questo ruolo e avrebbe messo a tacere le possibili critiche a posteriori su eventuali conflitti d'interesse. Anche a questo proposito, venendo da un’esperienza professionale in grandi aziende, personalmente non mi scandalizzo del fatto che l'amministratore delegato abbia ampi poteri, perché questo fa parte di un modello di grande impresa come è la RAI, che - lo ricordo - è la principale industria culturale italiana: Ma anche in questo caso credo che sarebbe stato più corretto inserire i poteri dell'amministratore delegato in un sistema duale, quindi realizzando quel bilanciamento di poteri tipico dei sistemi duali.
Infine, c'è un tema più generale, quello delle deleghe al governo, su cui la commissione ha lavorato, ma anche nel testo uscito dalla commissione credo ci siano spazi interpretativi su cui nel dibattito spero ci possano essere chiarimenti puntuali. Si tratta di un tema che abbiamo sollevato in più di un'occasione; spesso, come Parlamento, ci troviamo di fronte a deleghe che hanno un carattere di eccessiva genericità negli obiettivi e negli strumenti.
Ripeto, in commissione si è fatto un lavoro a tale proposito, ma credo che l'articolo 5, ad esempio, dedicato alla questione del riordino, vada meglio specificato, altrimenti un'interpretazione estensiva porterebbe a dire che è stata data una delega al governo complessiva di riordino, visto che la vera riforma della RAI sta nell'articolo 5. Io non do questa interpretazione, ma credo che migliore interpretazione non possa che darla il governo, un'interpretazione autentica, su cosa significhi l'articolo 5 in particolare.
Auspico che ci sia spazio nel passaggio in Aula per ulteriori miglioramenti, con uno spirito costruttivo e spero che ci sia una riduzione significativa del numero di emendamenti che altrimenti finirebbero per avere uno scopo ostruzionistico, contrario al lavoro di commissione.
La RAI e il servizio pubblico sono un bene importante e delicato per la cultura e per la formazione dell'opinione pubblica, quindi per la democrazia italiana.
La RAI fa parte della Costituzione materiale e credo quindi che sia giusto ricercare il massimo consenso possibile, così come si fa con le riforme, ed avere la massima attenzione nei confronti di questa azienda che ha fatto una parte della storia del nostro Paese e che credo possa continuare a farla.
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