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Spese ed entrate pubbliche negli anni Duemila, con due evidenze: i limiti della riforma Dini e la leggerezza colpevole di Berlusconi.

18/06/2015
Il contributivo pro-quota, proposto a Dini dalla Cgil e respinto dalla Cisl, avrebbe attenuato la rigidità della spesa pensionistica. L'allegra finanza pubblica del centrodestra alla base dell'esplosione della spesa corrente.

Spese ed entrate negli anni duemila

 

I primi quattordici anni del millennio si dividono in due metà: prima e dopo la crisi finanziaria. L’ultima relazione della Banca d’Italia presenta molti dati sull’evoluzione della finanza pubblica, ed è interessante confrontare i due periodi. La Tabella che segue presenta una visione del settore pubblico (Stato centrale, autonomie locali ed enti di previdenza) nel suo complesso:

 

                                                                              Tabella                     

 

 

2000

2007

2014

Variazione annua 2000-2007

Variazione annua 2007-2014

Entrate totali

540,4

724,2

777,2

4,27%

1,01%

Spese corrente primaria

444

608,2

692,3

4,60%

1,87%

Di cui prestazioni in denaro

195,5

264,5

328,3

4,41%

3,14%

Spesa in conto capitale 

30,8

62,5

58,7

10,64%

-0,89%

Fonte Banca d’Italia, Relazioni annuali

 Una prima avvertenza: la crescita della spesa in conto capitale nel primo periodo è fortissima (più che raddoppia); ciò dipende dal fatto che nel 2000 l’incasso delle licenze UMTS (telefonia mobile) è stato contabilizzato come riduzione della spesa in conto capitale, analogamente a quanto avviene per le vendite degli immobili. Si tratta di 13,8 miliardi; se li considerassimo come un’entrata una tantum, aumentando quindi sia il dato della spesa che quello delle entrate, essendo aumentato il livello di partenza, la spesa capitale scende da 10,64% ad un tasso medio di 4,77%, più che dimezzato, ma comunque più alto della spesa corrente (anche il tasso medio delle entrate scende al 3,88%).

La seconda avvertenza è che l’anno iniziale e quello finale del primo settennio sono entrambi del governo Prodi, ma gli altri anni sono del governo Berlusconi. La Finanziaria 2007 ebbe l’obiettivo di fermare la crescita del rapporto debito-PIL; il tasso di crescita delle entrate aumenta (6,4%), quello della spesa corrente primaria rallenta (3,5%), ma in particolare è la spesa in conto capitale che presenta una forte flessione (-16,1%).

Al netto quindi della stretta di bilancio della Finanziaria 2007, la crescita della spesa pubblica e del deficit nel periodo del governo Berlusconi sarebbe stata ancora più accentuata. La conseguenza è che l’avanzo primario di 69 miliardi del 2000 (5,9% del PIL) praticamente si azzera nel 2005 e solo l’ultima Finanziaria di Berlusconi (2006) riporta l’avanzo primario ad un livello leggermente positivo.

Ora è altamente improbabile che un avanzo primario di quasi il 6% potesse essere mantenuto per molti anni, ma l’entusiasmo nella spesa della destra italiana è una chiara prova dell’anomalia berlusconiana. La crescita reale del PIL nel primo settennio è scesa al 1.2% medio; si può anche pensare che l’aumento delle spese abbia svolto una funzione di sostegno della domanda interna, ma certamente non sono stati affrontati i nodi strutturali della bassa crescita. Interessante notare che in questo periodo di forte aumento delle spese in conto capitale i trasferimenti agli Enti di ricerca invece si riducono, e non di poco: da 2068 milioni del 2000 a 1166 nel 2007.

 Come purtroppo sappiamo bene il secondo settennio vede una forte caduta del PIL nei primi due anni (soprattutto nel 2009), poi due anni positivi e infine una seconda caduta che dura ben tre anni, con un calo complessivo di quasi nove punti percentuali. La decrescita media annua è pari a -1,32%. Anche l’inflazione ha un andamento calante (arriva a zero a fine 2014), ma mediamente si attesta a 1,94% annuo. In pratica nel 2014 il PIL nominale è tornato ai livelli del 2007.

Come si vede dalla Tabella sia per la spesa corrente primaria che per le entrate il tasso di incremento medio diminuisce nettamente; si conserva la caratteristica di un incremento medio della spesa corrente primaria più alto di quello delle entrate, ma questa volta vi sono due differenze. La prima è che l’aumento della spesa primaria è trainata soprattutto dalla spesa monetaria del welfare, dovuta dalle pensioni (malgrado i vari interventi effettuati) e dagli ammortizzatori sociali cresciuti in seguito all’esplosione della disoccupazione. Nel primo settennio il welfare aveva costituito il 42% dell’aumento della spesa primaria corrente, mentre nel secondo arriva al 76%. La seconda differenza si trova nella spesa in conto capitale. Secondo l’ultima relazione di Bankitalia[1] la spesa in conto capitale si innalza nel 2009 a 81,8, poi cade nei due anni successivi a 62,1, per oscillare su un trend leggermente negativo nei tre anni successivi.

 Da questa sommaria analisi mi sembra che emergano due elementi: il primo è quello di una rigidità della spesa corrente; rigidità generale dovuta a molteplici cause, ma in particolare alla spesa pensionistica. Per quanto riguarda quest’ultima, il peccato originale, per così dire, avvenne quando il governo Dini accettò la richiesta sindacale (pare in particolare della Cisl) di esentare dall’applicazione del contributivo (pro quota) i lavoratori con almeno 18 anni di contributi al 1995. In questo modo l’entrata in funzione del contributivo fu spostato in avanti di una ventina di anni (l’intervento Monti-Fornero con l’applicazione pro quota da 2012 è evidentemente tardivo). Se anche noi avessimo fatto come in Svezia, dove la riforma è iniziata tre anni dopo, ma con l’immediata applicazione del pro quota, la spesa pensionistica avrebbe avuto un andamento (progressivamente) più rallentato, permettendo quindi una maggiore elasticità della spesa pubblica, con la possibilità di svolgere una funzione anticiclica (nel 2009) più forte di quanto non sia stato.

 Il secondo elemento è il quinquennio berlusconiano 2001-2006, caratterizzato da un’allegra finanza pubblica; altro che Tea party o simili. La ricerca del consenso elettorale sembra la nota principale della destra italiana di questo periodo; e probabilmente l’aumento delle spese in conto capitale, e di quelle per beni e servizi, nasconde rilevanti percentuali di corruzione e sprechi. L’andamento in flessione dei finanziamenti alla ricerca è la controprova del disinteresse verso i problemi di lungo periodo dell’economia italiana.

Purtroppo la crisi economica e la necessità di contenere il deficit (fino al suo azzeramento, secondo le regole del fiscal compact) ha mantenuto la stretta sui finanziamenti agli Enti di ricerca (nonché alle Università). Solo con il governo Letta i trasferimenti agli Enti di ricerca si risollevano (da 1148 milioni nel 2013 a 1304 nel 2014), rimanendo ben lontani dai due miliardi del 2000.      

  

[1] Questa relazione (sul 2014) ha rivalutato in modo consistente (tra il 20 ed il 25 per cento) le spese in conto capitale rispetto a quella dell’anno precedente.

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