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Una fase nuova per la sinistra italiana

10/10/2018
Un commento al documento di Vincenzo Visco.

di Simone Oggionni

Vincenzo Visco è una risorsa per la sinistra italiana. Soprattutto per la sinistra che verrà, quella che oggi non c’è ancora. Per quella sinistra che ha un progetto e prova a suggerire, nella confusione imperante, alcune idee chia-re. All’inizio di settembre Visco ha scritto un documento corposo, “Tra presente, passato e futuro: contributo per una nuova sinistra”, che merita alcune sottolineature e - soprattutto - di trasformarsi in un pamphlet di ampia diffusione. Oggi occorrono analisi ben più che slogan. Pensieri lunghi ben più che scorciatoie politicistiche.
Ecco allora le mie quattro sottolineature.
La prima concerne l’Europa, la sua centralità. Esiste nei fatti in Europa un’internazionale populista e sovranista che unisce Orban e la fondazione di Bannon, Le Pen e Seehofer, capo della CSU bavarese, Alternative fur Deutschland (che negli ultimi sondaggi è diventato il primo partito nei land orientali con il 27% dei consensi), l’Olanda e la Slovacchia, la Polonia e la Svezia. Che si tratti di governi o di forti partiti d’opposizione è chiaro che vi è una convergenza oggettiva e che questa convergenza oggettiva ha un obiettivo: ottenere alle prossime elezioni europee la maggioranza dei seggi nel Parlamento europeo. Più precisamente: ottenere la maggioranza dei deputati eletti con il PPE e, facendo asse con le destre radicali e neofa-sciste, riportare l’Europa - proprio come scrive Visco - agli anni Trenta. In nome del nazionalismo, del protezionismo, delle sacre frontiere, della lotta contro la società aperta, il multiculturalismo, le differenze, persino contro le basi della società liberale. Non siamo a un passaggio di cronaca, ma a un punto di svolta della storia europea e mondiale. Marc Bloch utilizzava la categoria della civilizzazione (per indicare l’insieme delle strutture mate-riali e antropologiche di una società): noi dobbiamo mettere a fuoco niente meno che la crisi della civilizzazione europea. Gramsci parlava di blocco storico, per indicare l’unità sostanziale tra struttura e sovrastruttura, l’unione stabile – in un campo politico di potere – di interessi economici e apparato ideologico. Temo che stia nascendo e consolidandosi, in larga parte d’Europa, un nuovo blocco storico.
Non ci servono tweet, allora. Ma Bloch e Gramsci. E con loro una risposta politica, culturale, morale, intellettuale all’altezza della difficoltà che viviamo e del passaggio d’epoca. Consapevoli che l’Italia, il suo governo, le due forze che compongono la maggioranza, Lega e Movimento Cinque Stelle, sono parte di questo passaggio storico e protagonisti del nuovo asse internazionale populista e di destra. Non ne fanno mistero. Come Trump e come Putin lavorano per un’Europa debole, disarticolata. E’ un elemento d’analisi semplice ma imprenscindibile, soprattutto per le implicazioni politiche che porta con sé.
La seconda sottolineatura è un corollario della prima: se il progetto europeo è sotto attacco e noi vogliamo difenderlo, costruendo l’argine più solido contro i nazional-populisti, allora dobbiamo fare definitivamente chiarezza anche nel nostro campo, dicendo che non può funzionare alcun nazional-sovranismo di sinistra. Dobbiamo avere sempre presente la lezione di François Mitterand: il nazionalismo è sempre guerra, conduce lì. Di conseguenza dobbiamo tenere bene in testa la lezione della storia, a partire da quella dei socialisti europei alla vigilia della prima guerra mondiale, quando, votando i crediti di guerra e anteponendo gli interessi delle rispettive borghesie nazionali alle prospettive di pace e benessere del proletariato europeo e mondiale, consegnarono l’Europa alle armi.
A chi oggi a sinistra propone patria e nazione penso si debba ricordare che non hanno imparato né dalla storia né dalla Costituzione, il cui messaggio universalista è tutto fuorché piegato a difendere gli autoctoni, i puri, i confini.
E mi si consenta di specificare, pure, che il patriottismo costituzionale che spesso viene chiamato in causa è un concetto molto nobile ma che andrebbe maneggiato con cura: per Habermas Stato e democrazia sono due concetti inscindibili. Senza democrazia non c’è patriottismo costituzionale possibile. Utilizzare la categoria del patriottismo costituzionale per difendere un governo come quello attuale (protagonista della gestione della nave Diciotti e del decreto sicurezza) è al limite del paradosso.
Terza sottolineatura. Siamo europeisti, vogliamo essere un argine al sovranismo delle destre ma non possiamo semplicemente declamare una difesa astratta dell’Europa. Occorre cambiare musica rispetto al passato. Il populismo cresce precisamente a causa di come l’Europa è stata, ed è stata percepita, negli ultimi anni: piegata agli interessi economici della Germania, disinteressata a una vera unione politica, priva di un’architettura costituzionale democratica, guidata con cocciutaggine dalle teorie economiche neo-liberiste.
Il nostro europeismo deve fare i conti, quindi, con il fallimento delle politiche che in questi anni hanno aperto la strada alla rabbia e alla sofferenza cui attinge oggi il nazional-populismo. Persino la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale nelle ultime settimane lo hanno dovuto ammettere, la prima riconoscendo che non esistono conferme empiriche della tesi per cui la flessibilità nel mercato del lavoro produca automaticamente sviluppo e occupazione; e il secondo confermando che i mercati finanziari lasciati a loro stessi (al gioco della mano invisibile) possono generare gravi squilibri ed episodi di instabilità macroeconomica.
Bisogna avere il coraggio di ammettere che l’onda lunga del neo-liberalismo ha travolto la sinistra. Non si tratta di agitare la categoria del tradimento: Visco giustamente rivendica passaggi importanti di quella storia, sottolineando come sarebbe un errore grossolano fare analisi non differenziate. Però questo è un dato di fatto: la cultura socialdemocratica alle prese con la sfida del governo in Europa ha progressivamente perso identità e valori. Anche in Italia sappiamo bene di cosa stiamo parlando, pagando a posteriori il prezzo delle privatizzazioni, di manovre economiche vincolate dal mantra del pareggio di bilancio inserito in Costituzione, dell’abbandono  di ogni obiettivo di pianificazione della politica industriale. Pagando a caro prezzo, infine, il peso di diseguaglianze che si sono ampliate a dismisura.
Ma c’è un’alternativa. Oggi e in Europa. Lo dimostra il governo greco, che ha fatto miracoli, nelle condizioni date, all’interno di vincoli rigidissimi, che si sarebbero potuti e dovuti allargare grazie a una solidarietà progressista europea che non c’è stata. Lo dimostra ancora meglio il governo portoghese, che nell’ultimo anno è cresciuto come mai negli ultimi 17, che ha riportato il deficit al 2%, il più basso dal 1974, ha fatto crescere le esportazioni del 7% e, contemporaneamente, ha aumentato le pensioni minime e i salari pubblici, ha aumentato la pressione fiscale sui redditi più alti, ha riportato l’orario di lavoro a 35 ore e tanto altro. A queste esperienze - che dicono che sono possibili politiche espansive e redistributive nel nostro Continente - dobbiamo collegarci, con orgoglio e radicalità.
Infine l’Italia, la quarta sottolineatura. Visco ha completamente ragione: non serve a nulla un partitino del 2%. Il progetto di Leu è fallito - mi pare lo si possa e debba riconoscere con un briciolo di onestà intellettuale (fallito nelle urne e fallito nella fase successiva al voto di marzo 2018) - proprio perché non si è scrollato di dosso la maledizione della sinistra radicale. L’idea cioè che il fine ultimo del progetto che si presenta (sempre un progetto elettorale che vive nelle urne, mai un progetto politico che vive sui territori) è l’auto-conservazione di una piccola riserva indiana del tutto inutile al Paese e alle sue masse popolari. Invece la sinistra o è di popolo e di governo, cioè serve a cambiare concretamente la vita di decine di milioni di persone, oppure non serve.
Allora si prenda atto che tutto ciò che oggi esiste nel nostro campo non è all’altezza di questa storia e di questa grande ambizione.
E si costruisca dalle fondamenta un percorso nuovo, andando oltre il Pd, oltre Leu, unendo e rifondando una sinistra di governo con basi di massa. Non si tratta di sommare i pezzi che oggi esistono ma di creare un soggetto nuovo, travolgendo e rifondando, a partire da una identità chiara.
Perché presto o tardi anche con questo dovremo fare i conti: con il fatto che avere negato che la politica e la sinistra hanno bisogno di identità è stato, esso stesso, parte della sconfitta che abbiamo subito. Avere giocato con il post-moderno, indugiato sulle suggestioni della società liquida e della fine della storia, è parte degli errori che dobbiamo rimuovere.
Penso che a potere attrezzare la sfida all’egemonia neo-liberale e a quella nazional-sovranista sia soltanto una nuova critica del capitalismo, un nuo-vo socialismo del XXI secolo, un nuovo laburismo che valorizzi l’umanesimo della tradizione socialista e cristiana insieme alle lotte per i diritti, per il lavoro, per l’eguaglianza della tradizione socialista e comuni-sta.
Abbiamo solo un modo per non tradire questa identità, questa idealità: ra-dicarla nella vita quotidiana del nostro Paese, rivoluzionando per davvero le forme dell’organizzazione e della partecipazione politica. Impariamo - per esempio - dal movimento femminile e femminista. Proviamo a federa-re, mettere in rete tutto quello che si muove nel basso e nell’alto, nelle isti-tuzioni e nella società: occorre un partito Momentum, porta a porta, quartiere per quartiere. Radicato nel territorio, presente sulla rete e che consenta a nuove energie, nuove forze, persino nuove generazioni di prendere in mano il loro e il nostro destino.
Questa, penso, è la strada giusta.

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