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Visco: non ha senso la polemica sull'efficacia degli 80 euro, che riflette solo il tradizionale conflitto distributivo tra profitto e salari.

10/09/2014
L’alternativa che viene prospettata è quella di concentrare gli sgravi sul costo del lavoro a carico delle imprese e in particolare sull’Irap. Ma la polemica attuale riflette un tradizionale conflitto distributivo tra profitto e salari in presenza di risorse scarse, e non dovrebbe sorprendere il fatto che Renzi abbia (per la prima volta dopo molto tempo) optato per i salari.

Nel corso delle settimane estive ma anche negli ultimi giorni si è svolto un dibattito abbastanza singolare sulla presunta inefficacia del bonus di 80 euro. Dopo i dati del PIL del secondo trimestre si è sostenuto che evidentemente il bonus non aveva funzionato dimenticando che esso era in vigore da solo un mese. Successivamente si è sottolineato come i consumi non fossero aumentati contrariamente alle aspettative. Da più parti, soprattutto dagli ambienti imprenditoriali, si è detto e si ribadisce, che meglio sarebbe stato utilizzare le risorse investite per ridurre l’imposizione sulle imprese al fine di sostenere l’occupazione; e in questa direzione vanno le richieste della Confindustria.

In questo modo di ragionare c’è una evidente confusione: si confondono infatti gli effetti macroeconomici (sul PIL) della manovra, con quelli microeconomici a livello del singolo contribuente. A livello macro, una erogazione di 10 miliardi di euro finanziata con riduzioni di spesa pubblica e con aumento di alcune imposte sul capitale, non poteva ovviamente avere effetti espansivi sulla economia nel suo complesso se non in misura trascurabile. A livello micro invece il bonus aveva e ha la funzione di alleviare, sia pure in maniera non decisiva, le condizioni di difficoltà economica delle famiglie, oltre che di abbassare il cuneo fiscale.

E non era e non è sicuro che le nuove disponibilità venissero immediatamente e interamente destinate e consumi correnti: in questi anni di crisi, infatti, le famiglie possono aver contratto debiti che vanno pagati, possono avere la necessità di ricostituire scorte di risparmio, o di programmare consumi a medio termine (le scuole dei figli, le spese per il riscaldamento invernale, ecc.). Senza trascurare il fatto che in un contesto in cui la disoccupazione aumenta, il reddito cala e le prospettive per il futuro rimangono incerte, la propensione delle famiglie a spendere anche essa carente, rimane.

L’alternativa che viene prospettata e sostenuta anche all’interno del governo è quella di concentrare gli sgravi sul costo del lavoro a carico delle imprese e in particolare sull’Irap. L’idea, ridotta all’osso, è che se si danno soldi alle imprese esse aumenteranno l’occupazione e gli investimenti. Perché dovrebbero farlo non è detto, né spiegato: si tratta in realtà di una delle tante varianti che può assumere la politica dell’offerta per cui se si creano le condizioni giuste “i mercati” sono lì pronti per utilizzarle. Questo approccio è stato in realtà seguito da tutti i governi, ma senza particolare successo. Politiche volte alla riduzione del cuneo fiscale sono state decise da Monti (con la creazione di un fondo ad hoc), Letta (1 miliardo di euro di taglio del premio Inail, più 106 milioni di sgravi Irap a fronte di assunzioni), e anche dallo stesso Renzi (-10 per cento dell’Irap); un altro incentivo alle imprese è stato il rafforzamento dell’ACE (circa 2 md). Nel complesso si tratta di alcuni miliardi, un ammontare tutt’altro che disprezzabile, ma che non ha avuto nessun effetto economico positivo: non è aumentata l’occupazione, non sono aumentati gli investimenti netti (nonostante l’ACE), si è ridotto invece il gettito fiscale mentre è probabilmente aumentato il reddito disponibile degli imprenditori.

In sostanza la polemica attuale riflette un tradizionale conflitto distributivo tra profitto e salari in presenza di risorse scarse, e non dovrebbe sorprendere il fatto che Renzi abbia (per la prima volta dopo molto tempo) optato per i salari.

Inoltre l’insistenza a favore di una riduzione dell’Irap è molto discutibile: se si vuole ridurre il cuneo fiscale sul lavoro si può infatti intervenire anche direttamente sui contributi sociali, o sull’Irpef. Se si vogliono ridurre le tasse sulle imprese si può ridurre l’Irpeg. Il sospetto è (dati alla mano) che l’impopolarità dell’Irap da parte delle imprese derivi dal fatto che essa è l’unica imposta che non può essere elusa e che è molto difficile evadere, a differenza di tutte le altre. Già questo è di per sé un forte argomento contro un ulteriore intervento di riduzione dell’Irap, ma soprattutto non va dimenticato che l’imposta fu introdotta (in sostituzione tra l’altro dei contributi sanitari) per contribuire al finanziamento della Sanità fornendo alle regioni un tributo autonomo sul quale fosse possibile intervenire in caso di difficoltà finanziarie del settore. Allentare il vincolo di bilancio in un settore che rappresenta una quota molto elevata della spesa pubblica sarebbe molto pericoloso oltre che ingiustificato.

 

 

 

 

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