
Quando la politica, ignorando le ragioni del buon governo e la necessità di esprimere una visione prospettica, si spinge fino al punto di generare distorsioni evidenti nella organizzazione e gestione della cosa pubblica, capita che, di fronte al prevalere delle distorsioni, essa rinunci al proprio ruolo guida. Proprio quando l’agire politico avrebbe una maggiore necessità di offrire prospettive e visioni future, la politica fa dunque appello ai tecnici ed al loro governo: governo tecnico, inteso sia come struttura generale esecutiva, ma anche come “governance” di singoli settori, ritenendo che di fronte alle difficoltà non sia un salto qualitativo della politica stessa a potervi porre rimedio, ma solo qualche aggiustamento proposto da coloro che sono ritenuti esperti del settore.
Nella nostra storia recente ci siamo abituati al ricorso ai tecnici in due principali situazioni: la prima potremmo definirla del “primato della competenza”. E’ la ragione formale per la quale essi vengono invocati per risolvere problemi di varia natura e portata, nelle situazioni ritenute di emergenza. La seconda ragione potremmo definirla della “mortificazione politica”. E’ la situazione nella quale la politica, soprattutto nei periodi di autarchia monomandataria del pensiero, quando cioè temendo il confronto democratico, ritenuto più un fastidio che una risorsa, azzera la situazione e blocca le possibili critiche e visioni alternative proponendo figure di riconosciuta competenza tecnica, in grado di dare soluzioni unanimemente condivisibili (classicamente “né di destra né di sinistra”), perché necessarie al bene collettivo. E’ questa una situazione di oggettivo impoverimento delle regole della vita democratica poiché assegna d’imperio la soluzione dei problemi a “nominati”, by-passando i luoghi istituzionali del confronto democratico. E’ la mortificazione della politica ed, espandendo il concetto, della democrazia, poiché annulla di fatto il controllo democratico e, in nome del bene collettivo, forza il consenso su misure di emergenza indipendentemente dal contesto prospettico ed ideale che solo la politica, con i suoi equilibri democratici, è in grado di proporre. Ai tecnici dunque viene attribuito il ruolo di agire circondati da una aura di benevolenza generale, salvo scomparire una volta esaurita la propria funzione anche qualora essi stessi si volessero inserire nel gioco politico vero e proprio. Il tecnico ha infatti, per sua stessa definizione, una visione concentrata sul singolo provvedimento, guarda cioè alla soluzione di problemi contingenti. Il politico al contrario deve avere lo sguardo proiettato al futuro.
Tra tecnici e politici c’è dunque una differenza importante, che, quando si fa riferimento a settori come la Salute, diventa ancora più evidente. Numerosi rapporti pubblicati in questi ultimi due anni ( CEGAS , ISTAT , OCSE ed altri ) hanno messo in evidenza numerose criticità del sistema sanitario in Italia, soprattutto sottolineando come tra gli effetti della crisi economica vi sia stato un importante impoverimento di ampi strati di popolazione, un aumento della disuguaglianza nella distribuzione del redditi, un aumento della povertà e della deprivazione ed un complessivo aumento delle difficoltà nel sostenere spese per beni e servizi necessari. Tutto questo si è tradotto in una grande disparità nella disponibilità di risorse tra Nord e Sud ma soprattutto, di fronte ad una spesa sanitaria tra le più basse d’Europa, in una crescente difficoltà di fruizione di sevizi, cure e possibilità di assistenza. Nello stesso tempo venivano stabiliti obiettivi di mandato nelle Aziende Sanitarie che vedevano in posizione predominante criteri contabili (leggi contenimento della spesa) i quali sono venuti rapidamente a rappresentare la parte di riferimento sostanziale nella impostazione delle politiche regionali e nazionali in ambito sanitario.
La contrazione della spesa e la incapacità sostanziale di contenere situazioni scandalose createsi nella gestione politica della sanità da un lato, l’assenza di nuove visioni politiche in grado di dare consistenza a nuovi piani sanitari che ponessero la salvaguardia della salute e l’incremento di valore di nuovi indicatori che ad essa facessero riferimento dall’altro, ha portato a considerare conclusa la “questione salute” al raggiungimento dell’obiettivo contabile del riordino dei conti.
Le scelte tecniche che hanno consentito l’assestamento dei conti sono però avvenute senza considerare il diritto costituzionale alla salute ed il fatto oggettivo che qualunque contrazione della possibilità di accedere a cure e servizi in assoluto, ed a cure e servizi di qualità adeguata sia, nei fatti, un atto contro il dettato costituzionale.
Ancora una volta la correttezza del singolo provvedimento non ha considerato l’impatto che questo avrebbero provocato sul piano sociale. La politica si è dunque sottratta al proprio dovere , lasciando che i problemi della sanità fossero relegati a questioni contabili o di natura esclusivamente tecnico-professionale.
Con i tecnici al governo anche politico del settore, qualunque problema viene valutato esclusivamente sul piano della fattibilità tecnica senza riferimenti organici agli indirizzi di politica sanitaria, e di aumento del livello di salute della popolazione. La gestione dei tecnici viene quindi ad assumere non il ruolo di risolutori ma di tamponatori , come quella cioè di coloro che alla distanza reiterano le difficoltà e le storture, poiché non hanno interesse specifico né il peso politico per cambiare il sistema.
Il tutto si è tradotto nei famigerati “ tagli lineari “, la misura più facile e apparentemente equa , che se da un lato ha contribuito al ripiano dei conti, dall’altro ha introdotto storture nell’accesso ai servizi: un intervento ormai comune a qualunque iniziativa tecnica, sia destinata al contenimento della spesa farmaceutica, alla riduzione delle liste di attesa, alla appropriatezza diagnostico terapeutica, alle problematiche della presa a carico del paziente alla non autosufficienza, al valore sociale della formazione ed altro ancora.
Eppure, va ricordato che In queste settimane si discute di legge di stabilità e di finanziamento del sistema sanitario: in questo ambito è dunque indispensabile che la politica si riprenda il proprio ruolo nell’intero settore della sanità affrontando i temi dei risparmi ed investimenti, degli affari correnti , del personale ed altro, con una ottica non “lineare” ma di intervento specifico, situazione per situazione, area per area. Ci sono settori nei quali la spesa può ancora essere controllata ed altri dove è improcrastinabile investire: ma questa non può essere una scelta tecnica, dettata solo da dai conti: è una decisione politica, perché di prospettiva.
Le disponibilità tecnologiche, e le innovazioni che questa deve determinare, così come i piani di acquisizione e di impiego strategico devono diventare patrimonio pubblico e immediatamente fruibile da parte della generalità della popolazione, non solo vanto per pochi centri di riferimento o beneficio esclusivo di fasce di popolazione a reddito più elevato.
La conclusione che se ne può facilmente trarre è che in ambito sanitario è la politica che, tenendo nel debito conto la necessaria attenzione al consumo di risorse, deve riuscire a esplorare nuove vie ed a fornire nuove soluzioni. Un compito che non si esaurisce nell’autocompiacimento del risparmio a tutti i costi. La politica, riprendendosi il proprio ruolo, deve mostrare nello stesso tempo una rinnovata capacità di valutazione dei limiti di disponibilità delle risorse, di proporre un piano sanitario con una serie di nuovi indicatori non solo volti alla contabilità ma anche e soprattutto alla qualità della vita, al tipo di sanità di cui oggi ha bisogno la popolazione , alla qualità e caratterizzazione del personale, alla acquisizione di nuova tecnologia, ai mutamenti profondi che conoscenza e tecnologia hanno determinato non solo nella qualità delle cure ma nelle prospettive stesse di cura e nella modifica del sistema di organizzazione.
Nuova politica dunque: è di questo che il nostro Paese ha bisogno. Se al contrario continueremo a guardare solo ai tecnici, allora ridurremo la sanità ad un nuovo “Mondo dei Robot” dove sarà l’entità dello stanziamento l’obiettivo da perseguire e non il suo impiego . Gli stessi rapporti nazionali ed internazionali citati prima attestano non a caso in Italia una buona qualità delle prestazioni , una efficace azione di risanamento e riduzione del debito ma anche una ancora rimarchevole disparità nella possibilità di accesso alle cure, nonché la difficoltà delle famiglie di fare fronte alle cure con fondi propri. Sono aspetti non risolvibili con artifici contabili o con nuove modalità tecniche di composizione di una delibera ma solo con visioni politiche basate su principi generali di equità da affidare ad un personale politico che sappia trovare le soluzioni adeguate per salvaguardare il diritto a cure moderne ed adeguate ed alla loro accessibilità.
Il ricorso ai tecnici, soprattutto in sanità, ed anche nelle Regioni più accorte ed innovative, si è invece finora risolto in atti di contrazione della spesa e del personale e di conseguenza in mera riduzione di servizi e quindi in definitiva in minore possibilità di accesso a questi. Loro malgrado, i tecnici , per restare nella simbologia cara agli amanti dei Robot, hanno svolto una funzione più simile quella di un “Terminator” che a quella di un promotore di salute, quale alla fine dovrebbe essere il vero ruolo di coloro che fanno del governo della sanità il loro campo di azione.
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