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Riforma delle banche di credito cooperativo, no a way-out ad personam

04/03/2016
La riforma ha un obiettivo condivisibile ma è stata realizzata con una falla macroscopica, che minerebbe non solo il raggiungimento degli obiettivi di rafforzamento del sistema, ma anche il senso stesso del movimento cooperativo. Ben 14 Bcc hanno più di 200 milioni di patrimonio netto e altre 28 lo hanno tra i 100 e i 200 milioni. Se restasse attiva la possibilità di un'uscita, la riforma produrrebbe un sistema debolissimo, una rapidissima serie di aggregazioni per arrivare ai 200 milioni di patrimonio, l'esistenza di diversi gnomi bancari di cui il Paese ha ben poco bisogno e la violazione di un fondamentale diritto: il patrimonio accumulato da generazioni diverse di soci e lavoratori con un fine mutualistico verrebbe privatizzato a favore di pochi azionisti privati di oggi. A chi giova?

La riforma del sistema del credito cooperativo ha un obiettivo chiaro e condivisibile, ma è stata disegnata in modo da svuotare di senso gran parte dell’iniziativa. Per questa ragione credo che siano necessarie alcune riflessioni e alcune modifiche, senza le quali il provvedimento, invece di rafforzare e rinnovare il sistema del credito cooperativo di fronte alle nuove sfide, finirebbe per rendere possibile l’indebito saccheggio, a favore di pochi operatori di oggi, di un patrimonio e di un capitale accumulati con il lavoro, i risparmi, i sacrifici di diverse generazioni di italiani.

L’obiettivo della riforma, come ho detto, è ben chiaro e condivisibile. Il modello e il tipo di governance attuali possono generare rilevanti difficoltà a rafforzare i patrimoni delle Bcc, anche di fronte al cambiamento delle regole prudenziali e di vigilanza. Le Bcc hanno tradizionalmente fatto affidamento sull’autofinanziamento per accrescere la propria patrimonializzazione. Ma negli ultimi anni, complice la crisi, questi flussi come pure i profitti sono diminuiti. Il risultato è che oggi il tasso di copertura dei crediti deteriorati, anche se aumentato, è inferiore alla media del sistema italiano.

Per questo si è deciso di intervenire, dato che la capacità delle Bcc di ricapitalizzarsi rapidamente è limitata e che le nuove norme per affrontare le situazioni di difficoltà in queste condizioni non sarebbero facilmente gestibili. Ma come? L’indicazione principale, venuta da tempo anche dalla Banca d’Italia, è di promuovere l’aggregazione delle Bcc in un unico o in pochi gruppi bancari. E quindi in gruppi con una buona dotazione di capitale e capaci, se occorrerà, di attrarre anche investitori esterni.

Il decreto va in questa direzione. Ma con una falla macroscopica e meccanismi che minerebbero alla base la natura stessa non solo del sistema del credito cooperativo ma la stessa ragione d’essere del movimento e delle imprese cooperative in Italia. Parlo del cosiddetto Way-out: cioè la possibilità, per le Bcc aventi un patrimonio netto superiore a 200 milioni di euro, di trasformarsi in società per azioni, quindi con precisi e privati azionisti, senza devolvere il patrimonio ai fondi mutualistici per la cooperazione dietro corresponsione all’erario di un’imposta straordinaria pari al 20 per cento delle riserve. Per avere un’idea di che cosa si stia parlando basti pensare che a giugno 2015, le Bcc con patrimonio netto superiore a 200 milioni erano 14 e rappresentavano circa il 21 per cento degli attivi della categoria. Le BCC con patrimonio netto compreso tra 100 e 200 milioni erano 28 e rappresentavano il 18 per cento degli attivi. Dunque, se restasse il way-out, potremmo assistere anche a rapide operazioni di aggregazione, volte a sfuggire alla riforma, che a quel punto riguarderebbe solo gli istituti più deboli e di minori dimensioni.

 Da qui alcune domande e alcune riflessioni, che necessariamente trasformerò in proposte di emendamento del decreto.

 Primo. Considerato che il capitale e il patrimonio di un’impresa cooperativa, così come sono le Bcc, è costituito dai profitti e dagli afflussi di capitali accumulati nel tempo, in decine e decine di anni, dai soci (lavoratori e non) di diverse generazioni successive, come si fa a stabilire che basta versare all’Erario il 20 per cento e a trasformare fondi mutualistici creati nel passaggio di generazione in generazione in semplice capitale azionario posseduto dagli azionisti di oggi? Permettere questo spodestamento significherebbe defraudare coloro che quel patrimonio hanno contribuito ad alimentare (e non sempre chi c’è oggi è erede di coloro che con lavoro, utili non incassati, flussi personali hanno contribuito) con lo scopo di creare un fondo mutualistico. Non solo: in questo modo verrebbe stabilito un principio-precedente che indebolirebbe l’intero movimento cooperativo (che oggi produce un valore aggiunto annuale che ammonta a circa il sette per cento del Pil), dato che non incassare dividendi per accumularli in un fondo con caratteristiche mutualistiche, nel patrimonio di una azienda cooperativa, rischia un domani di finire in precise mani private che non hanno alcuna finalità mutualistica. E’ una falla così macroscopica da far nascere perfino il sospetto che dietro si possano celare spinte personali di coloro che oggi guidano alcune delle realtà locali che si trovano nelle condizioni di utilizzare l’eventuale way-out. Dunque, niente way-out.

Secondo. Visto che l’obiettivo è di rafforzare il patrimonio in modo tale da garantire la sopravvivenza e lo sviluppo del sistema delle Bcc, la via migliore sarebbe quella di consentire l’aggregazione dell’insieme del sistema in un unico gruppo, con la capogruppo messa in grado di prendere almeno alcune decisioni di governo anche nei confronti delle singole realtà aggregate, soprattutto per quanto riguarda i limiti operativi nei confronti di un eventuale azzardo morale. Dunque, la capogruppo dovrebbe poter avere adeguati poteri di coordinamento e di controllo, pur in presenza di un’autonomia delle singole realtà confluite nell’aggregazione.

Infine, ma non in ordine di importanza è chiaro che sarebbe opportuno creare un gruppo capace di presentare un bilancio consolidato conforme ai principi contabili internazionali, perché questo consentirebbe al sistema delle Bcc di presentarsi in modo trasparente e credibile sul mercato dei capitali e ai potenziali investitori esterni e consentire alla vigilanza di esercitare il proprio controllo. 

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