Io ed altri operatori della Sanità abbiamo più volte scritto e discusso, prevalentemente in modo critico, a proposito degli indirizzi e delle scelte compiute in questi anni dai governi italiani in materia di Sanità. Ci siamo soffermati più volte a considerare come i tagli ai finanziamenti, e una visione pressoché contabile degli obiettivi, in ambito sia locale che nazionale, abbiano via via snaturato il senso delle politiche sanitarie, sia in termini di visione complessiva che di definizione dei percorsi e degli ambiti attraverso i quali esprimere il valore ed il senso dell’impegno politico e sociale che attraverso la Sanità si dovrebbe riuscire a manifestare. Abbiamo altresì fatto riferimento a documenti di organizzazioni internazionali come l’ OMS, l’OCSE la Commissione Europea ed altri che segnalavano come la riduzione del finanziamento in Sanità avrebbe comportato un impoverimento delle prestazioni e soprattutto un arretramento sul piano della possibilità di accesso alle prestazioni, prevalentemente da parte degli strati più poveri della popolazione. Infine, abbiamo sottolineato, anche in questo caso sulla scorta di rapporti internazionali, come le problematiche emergenti a proposito delle modificazioni demografiche indotte dalle migrazioni di milioni di persone avrebbero impattato proprio sulle problematiche connesse al diritto alla salute ed alla fruibilità dei relativi servizi e quindi la necessità di ragionare in termini di Global Health, e non certo di erigere muri.
La fase di revisione critica, non è però rimasta l’unico terreno di intervento, ma si è accompagnata anche alla riaffermazione di alcuni principi generali che, sempre sul piano internazionale, venivano proposti a più riprese, con l’intento di consolidare una strategia sovranazionale di indirizzo che fosse ad un tempo significativa sul piano della qualità dei servizi e del loro ruolo e valore sociale. Ecco allora emergere l’unanime richiamo al valore della copertura sanitaria universale ( Universal Health Coverage), alle ricadute positive che lo stato di benessere comporta sulla crescita economica, o, al contrario, gli effetti che la riduzione dei finanziamenti alla Sanità e la conseguente riduzione di accessibilità ai servizi di diagnosi e cura ha determinato negli strati più disagiati della popolazione: la riduzione delle opportunità di accesso ai servizi e, in un numero sempre crescente di casi, non potendo rivolgersi a strutture private, la rinuncia alle cure. A questo proposito, Amnesty International ritiene, nel suo rapporto annuale del 2015, ripreso e rilanciato dalla rivista “The Lancet” ( Editoriale, del 5 Marzo 2016) che l’accesso ai servizi sanitari rappresenti un fondamentale ed esplicito diritto umano, così come anche noi abbiamo sottolineato come i tagli in Sanità si muovano in contrasto al dettato costituzionale e quindi rappresentino esattamente quello che non si deve fare, o continuare a fare, quantomeno laddove è la sinistra a governare.
Pur in un contesto caratterizzato da politiche di riduzione della spesa, si sta facendo strada, faticosamente ma con grande determinazione la necessità di postulare un servizio sanitario a vocazione universalistica ed una valenza sempre più marcatamente sovranazionale: nel nostro caso almeno di dimensione e respiro europeo. Un servizio sanitario che sia capace di raccogliere la domanda di salute, senza chiudere confini o erigere muri, non dipendente dal censo, ma concretamente dedicato ad affrontare le problematiche legate alla salute ed al benessere delle persone. Il livello di consapevolezza che la fase di revisione critica e di denuncia delle inadeguatezze e delle distorsioni avvenute in questi anni anche in Italia ha contribuito a raggiungere deve oggi rappresentare la base concettuale per la ridefinizione dell’intero sistema sanitario: sul piano organizzativo, normativo , e del valore che esso deve rappresentare sul piano della qualità e su quello sociale ma anche nel cuore delle persone.
La sanità deve cioè diventare il centro di un sistema di rinnovamento che sappia esprimere tutti i suoi valori compresa una rinnovata affezione da parte delle persone che devono tornare a considerare lo Stato ed i suoi Servizi come qualcosa che appartiene loro e non come un nemico o comunque l’espressione di un sistema ostile. A questo proposito ricordo le parole che mi disse una volta Giancarlo Pajetta, pur riferendosi ad altre questioni: “Dobbiamo riuscire a parlare alla intelligenza delle persone ma anche al loro cuore “. Più Sanita o meglio più salute, più trasparenza, più Europa, più condivisione. I principi ispiratori che abbiamo richiamato devono quindi farci ripensare ad un sistema sanitario che sia in grado di dialogare con quelli europei, che ne condivida le basi istitutive, che possa considerarsi parte di esso e che torni ad avere e i problemi di salute delle persone come suo principio ispiratore.
Fanno parte di questa nuova dimensione l’implementazione dei servizi di medicina di comunità, con una diversa impostazione dei rapporti tra medicina ospedaliera e territoriale basata su tre livelli distinti ma integrati tra loro.
Il primo livello è quello della Medicina di Comunità, costituito dalla dimensione domiciliare e della rete delle Case della Salute e delle Strutture di accoglienza per la Lungodegenza per Anziani e non autosufficienti : è a questo livello che si deve esprimere la rete della Medicina che definirei di “rapporto”, quella cioè costituita dal singolo utente e dal proprio medico rappresentando quindi il punto di contatto, la porta di ingresso, tra necessità individuali e sistema della salute: all’opposto c’è il livello della specializzazione ospedaliera organizzata in centri di riferimento costituiti dai grandi ospedali nei quali, seguendo le indicazioni Europee devono svolgersi le funzioni assistenziali, di ricerca e di formazione del personale, che nel nostro attuale sistema possiamo identificare nelle Aziende Ospedaliero-Universitarie e negli IRCCS ( Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), con una riorganizzazione e razionalizzazione su base regionale, ed infine il livello intermedio rappresentato da quello che la OMS definisce Ospedale Distrettuale: è quest’ultimo che deve avere il compito sia di destinare il paziente complesso al livello superiore che al livello territoriale una volta dimesso da questo nonché essere la sede della generalità dei trattamenti riservando l’accesso all’Ospedale di riferimento (Hub) ai casi di maggiore complessità e quindi a maggiore consumo di risorse.
Abbiamo bisogno di innovazione, abbiamo bisogno non più di tagliare ma di usare meglio quello che abbiamo, anche con scelte coraggiose e che scardinano un sistema fatto di piccoli cerchi magici e di ingessature che decenni di divisioni, incomprensioni e conflitti di varia natura nonché sistemi baronal – mafiosi ( non esclusivamente in ambito Universitario) hanno impedito di cambiare. Abbiamo bisogno che in Sanità venga riaffermato il primato della politica, che si apra una stagione costituente vera, e soprattutto che si chiuda con la dimensione contabile, che ha dimostrato ormai senza possibilità di appello di essere stata funzionale a scandali e truffe, al mantenimento di uno stato di immobilità e assenza di innovazione, e al contrario di consolidamento dei circoli di potere. L’Europa, la parte più consapevole della scienza e della medicina, ma anche le organizzazioni che di questa si occupano e che sono promotrici di una nuova visione della Sanità, chiedono a gran voce il cambiamento e la affermazione di nuovi principi di equità e solidarietà. E’ anche compito della sinistra italiana uscire dalla polemica sterile ed inconcludente ed assumere la guida di una nuova dimensione politica fatta di valori e non di attenzione a dettagli marginali, e di adoperarsi in definitiva perché un nuovo mondo veda finalmente la luce.
La Sanità può rappresentare il terreno sul quale esprimere una parte importante di questi valori e di questa visione e sarebbe un vero delitto non riuscire a coglierne appieno la portata
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