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Ecco come Renzi avrebbe potuto rendere più efficaci i miliardi impegnati finora, facendo crescere di più Pil e occupazione.

18/10/2016
Le manovre del governo Renzi si sono spostate in misura crescente verso il taglio delle imposte e dei contributi, con una manovra netta che passa da quasi tredici miliardi nel 2016 a ventuno miliardi e mezzo nel 2017 (escluse le somme previste nella legge di bilancio oggi in discussione). Si aggiungano maggiori spese per poco più di diciotto (2016) e diciannove (2017) miliardi, costituiti per la metà dal bonus 80 euro del D.l. 66, e per l’altra metà da una copiosa serie di provvedimenti per lo più di carattere assistenziale.Si tratta in sostanza di una quarantina di miliardi che avrebbero potuto essere utilizzati in modo più proficuo. Ad esempio i quasi dieci miliardi del bonus 80 euro potevano servire ad una fiscalizzazione degli oneri sociali che avrebbe reso superflui le riduzioni temporanee di contributi fatte per pompare gli effetti del Jobs-act. Altri cinque o sei miliardi potevano servire per introdurre una misura ben congegnata per ridurre la povertà, dato che, come è noto, siamo l’unico paese, insieme alla Grecia, che non ha una rete di sicurezza per qualunque persona si trovi in condizioni di gravi difficoltà. Rimangono 25-26 miliardi che potevano essere investiti nella tutela del territorio, ricerca, scuola ed università, nonché infrastrutture necessarie (banda larga e simili). L’effetto moltiplicativo sarebbe stato sicuramente molto più alto, ed avrebbe permesso al PIL 2017 di essere un paio di punti sopra quanto sarà, e al debito pubblico di essere già in riduzione. Si tratta in sostanza di una quarantina di miliardi che avrebbero potuto essere utilizzati in modo più proficuo. Ad esempio i quasi dieci miliardi del bonus 80 euro potevano servire ad una fiscalizzazione degli oneri sociali che avrebbe reso superflui le riduzioni temporanee di contributi fatte per pompare gli effetti del Job-act. Altri cinque o sei miliardi potevano servire per introdurre una misura ben congegnata per ridurre la povertà, dato che, come è noto, siamo l’unico paese, insieme alla Grecia, che non ha una rete di sicurezza per qualunque persona si trovi in condizioni di gravi difficoltà. Rimangono 25-26 miliardi che potevano essere investiti nella tutela del territorio, ricerca, scuola ed università, nonché infrastrutture necessarie (banda larga e simili). L’effetto moltiplicativo sarebbe stato sicuramente molto più alto, ed avrebbe permesso al PIL 2017 di essere un paio di punti sopra quanto sarà, e al debito pubblico di essere già in riduzione.

“La finanza pubblica italiana, Rapporto 2016” (il Mulino), a cura di Giampaolo Arachi e Massimo Baldini, fornisce, ogni anno, un quadro d’insieme dell’evoluzione della politica fiscale nel nostro paese molto utile per chiunque voglia avere un’informazione ragionata sulle misure messe in campo non solo dal governo centrale, ma anche dalle Regioni. Oltre ad uno sguardo generale a livello macro, vengono discussi i principali capitoli, cioè il sistema tributario, la previdenza, l’assistenza, la sanità, la finanza locale, i servizi pubblici, le infrastrutture. Ogni anno vi sono poi degli approfondimenti specifici, che quest’anno riguardano la tassazione del gioco d’azzardo e dell’economia digitale.

Nel primo capitolo Fedele De Novellis e Sara Signorini delineano il quadro macroeconomico con la (molto) timida ripresa e la trattativa con la Commissione Europea sulla flessibilità; la loro conclusione è che “la relativa solidità delle finanze pubbliche italiane si confronta tuttora con serie difficoltà ad imprimere al sistema una svolta in termini di crescita, che ci rendono ancora esposti a possibili momenti di tensione sui mercati e dipendenti dalle decisioni della Banca centrale europea. Se la fase più difficile del percorso di aggiustamento dei conti pubblici è stata completata, è anche vero che la finanza pubblica italiana resta vulnerabile rispetto a evoluzioni meno favorevoli dello scenario economico”.    

Qualche considerazione può essere utile sul punto. Le Tabelle 5 e 6 presentano un quadro dettagliato delle riduzioni e degli aumenti di prelievo effettuati con la legge di stabilità (l.s.) 2014 (governo Letta), il D. l. 66/2014, la l.s. 2015 e la l.s. 2016 (governo Renzi). Gli effetti dei provvedimenti vengono stimati dal 2014 al 2018. La tabella che segue presenta una sintesi dell’effetto netto, relativamente all’anno in corso e a quello prossimo:

                     Minori imposte nette delle misure fiscali al 2016 e 2017

Anni                                              2016                               2017

Legge stabilità 2014                       2.759                             3.843

D.l. 66/14                                     3.180                              2.735

Legge stabilità 2015                       3.941                             4.096

Legge stabilità 2016                       2.881                           10.778

Totale                                          12.762                        21.453   

 Come si può notare le manovre del governo Renzi si sono spostate in misura crescente verso il taglio delle imposte e dei contributi, con una manovra netta che passa da quasi tredici miliardi nel 2016 a ventuno miliardi e mezzo nel 2017 (la principale causa di aumento nel 2017 è la riduzione dell’Ires per tre miliardi). Si noti che non sono compresi gli effetti della legge di bilancio (questo è il nuovo nome) per il 2017, dove pure si parla di ulteriori tagli di imposte, o di nuovi condoni come la replica della voluntary disclosure. Si aggiungano maggiori spese per poco più di diciotto (2016) e diciannove (2017) miliardi, costituiti per la metà dal bonus 80 euro del D.l. 66, e per l’altra metà da una copiosa serie di provvedimenti per lo più di carattere assistenziale.

Si tratta in sostanza di una quarantina di miliardi che avrebbero potuto essere utilizzati in modo più proficuo. Ad esempio i quasi dieci miliardi del bonus 80 euro potevano servire ad una fiscalizzazione degli oneri sociali che avrebbe reso superflui le riduzioni temporanee di contributi fatte per pompare gli effetti del Job-act. Altri cinque o sei miliardi potevano servire per introdurre una misura ben congegnata per ridurre la povertà, dato che, come è noto, siamo l’unico paese, insieme alla Grecia, che non ha una rete di sicurezza per qualunque persona si trovi in condizioni di gravi difficoltà.

Rimangono 25-26 miliardi che potevano essere investiti nella tutela del territorio, ricerca, scuola ed università, nonché infrastrutture necessarie (banda larga e simili). L’effetto moltiplicativo sarebbe stato sicuramente molto più alto, ed avrebbe permesso al PIL 2017 di essere un paio di punti sopra quanto sarà, e al debito pubblico di essere già in riduzione.

Infatti se si accetta che le misure restrittive (tagli di spesa ed aumenti d’imposta) hanno segno negativo e quelle espansive segno positivo, l’effetto sul rapporto debito-PIL dipende dal valore del moltiplicatore: perché il rapporto si riduca le misure restrittive devono avere un valore (assoluto) minore di 0,75, mentre quelle espansive devono averlo maggiore. Il valore di 0,75 non è altro che il reciproco del rapporto debito-PIL.

Ora è ben noto che in un paese come l’Italia, ma questo è vero anche per altri paesi europei, le riduzioni d’imposta hanno moltiplicatori inferiori all’unità, in particolare quelle che consistono semplicemente in un aumento del reddito disponibile delle famiglie o delle imprese. Ma anche le misure a carattere incentivante (si veda il II° capitolo di Arachi, Pisani e Santoro) non è detto che abbiano un moltiplicatore molto più alto. E’ noto infatti che la maggior parte delle imprese avrebbe comunque fatto ugualmente gli investimenti; un incremento è plausibile, ma molto limitato. Anche buona parte degli aumenti di spesa, a cominciare dagli 80 euro, poiché si sono distribuiti a favore di redditi familiari a tutti i decili di reddito, non ha un valore moltiplicativo elevato, in effetti probabilmente sotto la soglia critica di 0,75.

Ma stiamo ragionando su variazioni al margine; De Novellis e Signorini hanno ragione quando mostrano come la politica di bilancio sia divenuta meno restrittiva di quanto sia stata con Monti, e che la spesa per interessi sia scesa di una decina di miliardi, ma resta il fatto che, secondo le previsioni del MEF, nell’anno prossimo la spesa per interessi costituirà il 3,7% del PIL. L’effetto moltiplicativo di questa voce di spesa è vicina allo zero. Supponendo che il governo ottenga che il deficit 2017 sia pari al 2,2%, ciò implica un surplus primario di 1,5%; cioè più prelievo che spesa. Ora, considerando che la spesa, nel suo complesso, ha un effetto moltiplicativo maggiore del prelievo, si può concludere che l’impatto macro del bilancio 2017 sia, grosso modo, molto vicino allo zero.

Questo spiega perché gli ultimi due anni (2015-16) abbiano visto una ripresina anemica, dopo i pesanti tonfi del 2012-13. Se si confronta l’andamento italiano con quello spagnolo, si può notare che, nel periodo 2010-2015, la Spagna ha diminuito il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) di circa il 14%, portando la disoccupazione ad oltre il 20%, aumentando le esportazioni del 29,4%, e con un deficit medio del 7,6% del PIL.  L’Italia ha aumentato il Clup del 14%, contenendo la disoccupazione, che pure è aumentata fino a quasi il 13%, le esportazioni sono cresciute, ma meno (+22,2%), e il deficit medio è stato del 3%, cioè meno della metà di quello spagnolo. Insomma mentre la Spagna ha puntato con decisione sulle esportazioni, sostenendo la domanda interna con un alto deficit, l’Italia è stata timida sui due fronti, contendendo sì l’aumento della disoccupazione, ma sostenendo poco la domanda interna. Il risultato ora è che la Spagna è tra i paesi con crescita più elevata (malgrado la crisi politica), con la disoccupazione in diminuzione, mentre in Italia la crescita dell’uno per cento per l’anno prossimo appare quasi un miraggio, e il rapporto debito-PIL non diminuisce (e il nostro spread è più alto di quello spagnolo di una quarantina di punti, anche a causa del referendum).

Non è possibile in questa sede discutere tutti i temi trattati dal Rapporto, ma va segnalata un’analisi di Alessandro Santoro (cap. 2) a proposito di misure introdotte con la legge si stabilità 2015, per contrastare l’evasione. Le misure erano costituite dall’estensione del reverse charge (scambi tra privati), l’introduzione dello split payment (se l’acquirente è la P. A.), e del c.d. “cambia verso”. Sia il reverse charge che lo split payment rappresentano una inversione del tipico modo di funzionare dell’Iva. Invece di essere il venditore ad applicare l’Iva al compratore, per poi procedere a versarla all’Erario (al netto dell’Iva da lui pagata sui suoi acquisti), è l’acquirente che provvede a versare l’Iva sugli acquisti da lui effettuati. Si tratta di misure che erano state suggerite dalla proposta del Nens (Riforma dellIVA ….citare). Il “cambia verso” è invece una spinta data ai contribuenti perché adeguino la loro dichiarazione, sulla base di elementi che risultato all’Agenzia dell’entrata, elementi che vengono comunicati al contribuente.   

Santoro ha effettuato un’analisi econometrica per calcolare il maggior gettito derivato dalla split payment, che era stato valutato dalla legge si stabilità in quasi un miliardo. Dalla sua analisi risulta che il gettito è stato più che doppio: 2.223 miliardi. Se il governo si fosse mosso con maggior decisione nella direzione indicata dal Nens, l’emersione dall’evasione sarebbe stata almeno dieci volte maggiore.       

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