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Flat Tax e ceto medio

18/02/2018

Pubblicato su InPiù.

La proposta fondamentale della destra in questa campagna elettorale è rappresentata dalla flat- tax, l’imposta ad aliquota unica (proporzionale) per tutti i redditi e con la progressività affidata alle detrazioni con l’obiettivo di tutelare i redditi più bassi, e perciò la cosiddetta no tax area  viene elevata in modo che non si possa dire che la proposta danneggia i poveri. E in effetti è vero: la proposta non danneggia i poveri cioè quelli che hanno redditi al livello di sussistenza. In compenso la proposta avvantaggia moltissimo i ricchi, e penalizza  drammaticamente le classi medie e cioè i contribuenti collocati nei decili centrali della distribuzione del reddito, vale a dire tra i 15 mila  e i 50 mila euro. A parità di gettito, infatti, una flat tax rispetto ad  una tradizionale imposta a scaglioni detassa i ricchi e aumenta nella stessa misura l’incidenza sulle classi medie, già penalizzate dalla polarizzazione della distribuzione del reddito, dalla disoccupazione e dai tagli al welfare. L’importanza delle classi medie per una società ben funzionante e coesa era ben nota già ad Aristotile (Politica, libro IV, cap. I), ma viene evidentemente trascurata nel dibattito politico odierno.
 
La proposta di flat tax pone inoltre il problema più generale della progressività delle imposte: se la progressività è assicurata solo dalle detrazioni, essa è apparente e rappresenta un intervento di natura sostanzialmente assistenziale, mentre l’aliquota di imposta è eguale per tutti, ricchi, poveri e classi medie. Ci si può chiedere se ciò sia giusto, e questa domanda è stata da tempo immemorabile al centro della riflessione di filosofi, pensatori sociali, religiosi e uomini politici. Già nell’Antico Testamento si trovano affermazioni a favore della progressività delle imposte; essa era praticata ad Atene già ai tempi di Solone, e in Europa, ma anche in Asia, nel Medioevo e successivamente. Adamo Smith, che era un filosofo morale, poco favorevole agli interventi pubblici in economia, tuttavia scriveva: “Non è irragionevole che un ricco dovrebbe contribuire in misura alquanto superiore alla semplice proporzionalità rispetto al reddito”. In sostanza la proposta oggi in discussione esprime un drammatico crollo di consapevolezza e tenuta etica nella nostra società: i ricchi non vogliono contribuire al finanziamento del welfare dei poveri, mentre le classi medie non solo hanno perso status e ruolo, ma anche la consapevolezza della loro identità e funzione.

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