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I Panama papers e i paradisi fiscali

18/11/2017

I Panama papers e i paradisi fiscali[1]

La vicenda dei Panama papers ripropone di nuovo all’attenzione la questione dei paradisi fiscali.[2]

I papers sono una lista resa pubblica dal “Consorzio internazionale di giornalismo investigativo” nell’aprile 2016, che contiene i dati relativi a 214.000 società (di comodo) create in diversi centri off -shore facenti capo a 360.000 persone in 200 Paesi. Le informazioni sono state ottenute (sottratte) dagli archivi di un unico studio legale di Panama: il Mossack Fonseca.

Negli anni passati si erano verificate diverse analoghe fughe di notizie da altri paradisi fiscali; si possono ricordare: una lista di 4.500 nomi di correntisti di banche del Liechtenstein (di cui 1.400 tedeschi), ottenuta, dietro compenso, dai servizi segreti tedeschi e trasmessa ai Paesi interessati; tra questi nomi vi erano anche quelli di cittadini italiani (eccellenti); vi è poi la lista Falciani: oltre 130.000 nomi sottratti alla filiale di Ginevra della banca inglese HSBC con la collaborazione delle autorità francesi; segue il caso Luxleaks sempre ad opera del “Consorzio” che riguarda accordi fiscali tra le autorità del granducato e singole imprese multinazionali al fine di ridurre l’imposizione nel Paese di residenza; tra queste imprese figurano nomi ben noti: Ikea, Pepsi, Apple, Amazon, Gazprom, J.P. Morgan, Deutsche Bank, ecc.; sono presenti anche 31 imprese italiane tra cui Fiat, Finmeccanica, Intesa San Paolo, Unicredit….

Poiché nei paradisi fiscali la violazione del segreto bancario viene considerata un reato, gli autori dei leaks sono stati inquisiti e giudicati. Per esempio Falciani è stato condannato in contumacia a 5 anni di reclusione dalla magistratura svizzera, mentre per gli autori della divulgazione delle informazioni relative al Lussemburgo la procura del granducato ha chiesto 18 mesi di carcere. In sostanza il segreto che circonda i paradisi fiscali comincia a vacillare, ma la divulgazione dei dati può essere pericolosa per chi la effettua, mentre per i titolari di conti o società off -shore spesso i rischi sono ridotti perché, almeno nel caso dell’Italia, beneficiano il più delle volte della prescrizione, o di altri cavilli legali.

E’ evidente tuttavia che presso le opinioni pubbliche dei Paesi sviluppati negli ultimi anni si è diffusa sempre più una forte intolleranza del fenomeno e dei comportamenti delle elites che riescono ad evadere/eludere l’imposizione mentre la maggioranza della popolazione è soggetta a politiche di austerità, riduzione delle prestazioni del welfare, perdita del posto di lavoro, ecc.. I governi quindi sono sotto pressione perché facciano qualcosa, e in effetti negli ultimi anni sono state varate numerose iniziative politiche che vanno nella direzione di un contrasto al mondo off- shore.

La stessa definizione di paradiso fiscale non è peraltro pacifica. Oggi esistono nel mondo tra 60 e 90 giurisdizioni che possono essere considerate paradisi fiscali. La caratteristica comune è che si tratta di luoghi a bassa o nulla tassazione in cui è possibile collocare i propri risparmi in condizioni di sicurezza. Ma le loro funzioni sono molto più ampie. I paradisi fiscali forniscono condizioni di segretezza, e la possibilità di eludere la regolamentazione finanziaria (relativa alle società per azioni, alle banche, alla borsa, alle assicurazioni), e aggirare la normativa di altre giurisdizioni (per esempio in materia di riciclaggio, eredità, divorzio). Un’altra caratteristica comune è la separazione tra l’economia interna e i servizi che vengono offerti. Per esempio lo stato americano del Delaware offre la possibilità di costituire (in soli 3 giorni) società protette dall’anonimato più assoluto, in condizioni di assoluta segretezza, ma a condizione che l’interessato non sia residente negli Stati Uniti, non abbia attività economiche nel Paese, non abbia dipendenti negli Stati Uniti, né conti correnti nelle banche americane. In sostanza si protegge il mercato interno a spese delle giurisdizioni estere.

Un’ulteriore caratteristica dei paradisi fiscali è quella di presentare un’industria finanziaria ipertrofica, sovradimensionata rispetto all’economia reale: da questo punto di vista è interessante rilevare che, secondo una ricerca del FMI, la stessa Gran Bretagna risulterrebbe essere un paradiso fiscale. Inoltre per risultare affidabili, i paradisi fiscali devono essere Paesi politicamente stabili, privi di una vera opposizione parlamentare o politica, almeno per quanto riguarda la loro missione fondamentale, e in molti casi devono essere Paesi pronti ad adattare il loro assetto legislativo alle richieste e agli interessi dei loro clienti che -è bene ricordarlo- non sono soltanto le banche e i mercati finanziari, ma anche la criminalità internazionale, i politici corrotti, ecc. Si tratta quindi nella maggior parte dei casi di Paesi a moralità capovolta che offrono i loro servizi alle elites ricche e potenti di tutto il mondo, e non alla gente comune.

I paradisi fiscali possono essere classificati in tre gruppi principali. Vi sono innanzitutto i paradisi fiscali europei: il primo e più importante è naturalmente la Svizzera che ha fatto da battistrada a tutti gli altri; seguono il Lussemburgo (che pare abbia dato asilo anche ai capitali del leader nord coreano Kim Jong-u); l’Olanda, sulle cui società finanziarie off-shore transitano importi annuali pari a 20 volte il PIL del Paese, (e dove Bono Vox ha trasferito i suoi interessi economici, in evidente contradizione con il suo impegno a favore degli aiuti ai Paesi africani più poveri); il Liechtstein; l’Austria e il Belgio per il segreto bancario; Monaco; San Marino; Andorra; Madeira; Cipro e anche lo Ior del Vaticano. Va comunque detto che alcune di queste giurisdizioni sono ultimamente diventate più trasparenti.

Il secondo gruppo, piuttosto stratificato, è quello che fa capo al Regno Unito ed è oggi quello più importante. Vi sono innanzitutto le dipendenze della Corona Britannica che sono in concreto estensioni ed emanazioni della City: Jersey, Guersney, l’Isola di Mann e Gibilterra che consentono alla City e ai suoi operatori di effettuare in tutta riservatezza operazioni che potrebbero essere vietate in Gran Bretagna, grazie alla formale indipendenza di queste giurisdizioni. Vi sono poi i territori d’oltremare tra cui le Isole Cayman, Bermuda, le Isole Vergini Britanniche, le Isole Turks e Caicos, che consentono al Regno Unito di disporre di una rete off-shore veramente globale: infatti la presenza sullo sfondo della Gran Bretagna rassicura infatti i mercati e gli investitori. Sempre nell’area di influenza britannica vanno collocati Paesi come Hong Kong, Singapore, le Bahamas, Dubai e l’Islanda, che sono centri politicamente indipendenti, ma da sempre con stretti collegamenti con la City.

Il terzo gruppo fa capo agli Stati Uniti, i quali in verità hanno sempre avuto, e mantengono, nei confronti del mondo dei paradisi fiscali un comportamento contradittorio, contemporaneamente di contrasto e tolleranza. Già nel 1961 il Presidente Kennedy attaccò duramente il ricorso da parte delle imprese americane a giurisdizioni a bassa tassazione, e varò una normativa che però ebbe l’effetto di provocare una massiccia fuga di capitali verso i paradisi fiscali britannici ed europei. D’altra parte, dato il ruolo del dollaro nelle transazioni commerciali e finanziarie internazionali, la convenienza delle banche americane e di Wall Street ad eludere la regolamentazione interna era enorme, sicchè, soprattutto dopo la deregolamentazione degli anni ’80 del secolo scorso gli Stati Uniti sono entrati a pieno titolo nel sistema off- shoregarantendo condizioni di segretezza ai capitali che affluiscono nelle banche americane da altre giurisdizioni (in particolare dal Sud America, per cui fondamentale è stato il ruolo di Miami, anche per il riciclaggio dei proventi del traffico di droga), compresi i capitali derivanti da attività criminali purchè non compiute negli Satti Uniti. Vi sono poi alcuni Stati americani che consentono di eludere la normativa societaria di altri Paesi: il Delaware il Wyoming, il Nevada…, mentre recentemente il South Dakota si è specializzato nella fornitura di Trusts a prova di segreto.Infine vi sono alcuni centri off-shore collegati con gli Stati Uniti: le Isole Vergini Americane, le Isole Marshall che fungono da registro navale, ma che svolgono anche altre attività; anche la Liberia funge da bandiera di comodo sotto la protezione USA. Ma il maggior paradiso fiscale sotto influenza americana è Panama che, oltre alla registrazione di navi straniere, e alla costituzione di società di comodo, è da sempre una centrale di riciclaggio molto efficiente (narcodollari).

Vi sono poi altri Paesi con le caratteristiche di paradiso fiscale, come il Paraguay, ma hanno un’influenza molto limitata. Il sistema off-shore è un sistema coordinato, in continua evoluzione che offre servizi specializzati ed è assistito da apposite strutture professionali, ma è di fatto controllato dalle principali banche del mondo: le prime 50, ma soprattutto le prime 10[3], che sono poi quelle che hanno contribuito a crearlo. Oltre alle principali banche nei paradisi fiscali sono presenti tutte le principali società di consulenza internazionali. I servizi forniti possono essere formalmente legali o illegali, e il tasso di illegalità accettato può essere diverso da un paradiso fiscale ad un altro: si va dalla facilitazione dell’elusione fiscale, all’aiuto all’evasione vera e propria, alla tutela dei capitali frutto di corruzione, fino al riciclaggio dei proventi del traffico di droga, di armi o di esseri umani, e al finanziamento del terrorismo.

Alcune giurisdizioni appaiono specializzate in attività specifiche. Per esempio il Lussemburgo e l’Olanda sono la sede preferita dei fondi di investimento e delle società finanziarie di comodo che facilitano il passaggio di capitali verso altre giurisdizioni off-shore (conduits), e sono anche specializzate nell’offrire rulings fiscali favorevoli alle multinazionali. Le isole Cayman sono la sede preferita degli hedge funds: nelle isole sono presenti infatti 80.000 società (a fronte di una popolazione di circa 50.000 abitanti) e 1/3 di tutti gli hedge funds esistenti. Le Bermuda sono specialiste nel settore delle assicurazioni e riassicurazioni al fine di permettere l’elusione delle normative e regolamentazioni nazionali. Nel sistema off-shore esistono 10.000 banche, ed è possibile con pochi dollari costituire una banca perfettamente funzionante ma sottratta ad ogni regolamentazione o controllo.

Le società che vengono costituite nei paradisi fiscali non sono in realtà operative; sono entità di comodo che vengono utilizzate per effettuare operazioni che non sarebbero possibili on-shore, o a nascondere patrimoni e titolari di patrimoni la cui gestione effettiva rimane nei Paesi più avanzati, presso le banche svizzere, americane, inglesi, ecc.. Nei paradisi fiscali è possibile “noleggiare” a poco prezzo prestanome che fungano da amministratori delle società di comodo; ognuno di loro può “amministrare” centinaia di società; ad un unico indirizzo possono essere domiciliate centinaia o migliaia di imprese.

I motivi per cui si ricorre ai paradisi fiscali non sono di solito commendevoli: essi infatti servono a riciclare o ripulire capitali di dubbia provenienza, a garantire l’anonimato dei titolari, a evitare il pagamento delle imposte, ad eludere le normative nazionali, a poter operare in un contesto privo di regole e controlli. Nell’utilizzazione dei paradisi fiscali si fa spesso ricorso a un sistema stratificato: una società di comodo posseduta da un trust situato in un altro paradiso che a sua volta rinvia ad una fondazione costituita in un altro Paese ancora, in modo da rendere impossibile risalire ai titolari effettivi dei fondi, dei titoli, degli immobili, dei gioielli, ecc.. Spesso le procedure utilizzate per costituire una società di comodo non prevedono neanche l’identificazione dell’interessato per cui l’intermediario interpellato dalle autorità (banca) non può essere costretto a rivelare informazioni di cui non ha la disponibilità.  Data l’attività svolta la riservatezza e il segreto sono elementi costitutivi dei paradisi fiscali. Del resto, secondo le valutazioni che vengono effettuate correntemente, le risorse collocate nei paradisi fiscali derivano per 1/3 da attività criminali in senso stretto, per alcuni punti percentuali da proventi della corruzione, e per la gran parte da evasione ed elusione fiscale. In altre parole nei paradisi fiscali soldi “puliti” non ce ne sono, e quindi il segreto è essenziale.

Queste risorse peraltro vengono utilizzate on-shore per investimenti di tutti i tipi; il vantaggio risiede nel fatto che il costo del capitale risulta molto più basso che nel circuito on-shore. In conseguenza il sistema off-shore è oggi parte integrale e fondamentale del sistema finanziario internazionale: oggi più della metà del commercio mondiale passa per i paradisi fiscali, oltre la metà degli attivi bancari sono off-shore, e così 1/3 dell’investimento diretto estero da parte delle multinazionali; circa l’85% delle emissioni obbligazionarie internazionali avviene sull’euromercato che è una zona off-shore non regolamentata; la quasi totalità delle principali società mondiali possiedono controllate (spesso decine o centinaia) situate nei paradisi fiscali; negli ultimi decenni si è sviluppato un sistema bancario parallelo situato nei paradisi fiscali, deregolamentato, e con fortissimo grado di indebitamento (leverage) cui tutte le banche fanno ricorso e che ha avuto un ruolo rilevante nello scoppio della grande crisi del 2007-08; i detentori più rilevanti del debito pubblico americano dopo la Cina, sono alcuni paradisi fiscali: Bahamas, Cayman, Antille Olandesi, Isole vergini britanniche, Panama e Bermuda; il secondo maggiore investitore diretto in  Cina dopo Hong Kong sono le Isole Vergini Britanniche; l’attacco all’euro del 2011 è partito dai Paradisi fiscali. In sintesi il sistema off-shore diventato uno strumento centrale di gestione dell’attività economica e finanziaria di tutto il mondo.

Le dimensioni del sistema off-shore sono enormi. Esistono stime diverse, anche molto divergenti tra loro. Le diversità di valutazione dipendono da differenti definizioni, da metodi di calcolo diversi, ecc.. Le stime si basano su molte fonti; quelle più prudenti (e quindi anche più attendibili) fanno riferimento a discrasie nei dati statistici rilevati riguardanti le bilance dei pagamenti e gli investimenti internazionali. Zucman (2015), e Pellegrini, Sanelli e Tosti (2016) trovano che le passività di portafoglio registrate globalmente risultano superiori alle attività detenute ufficialmente dagli investitori di tutti i Paesi, e questa discrepanza viene fatta risalire alla mancata dichiarazione delle attività finanziarie detenute all’estero[4]. La stima complessiva che ne deriva -che si limita esclusivamente alle attività di portafoglio- è imponente: si tratta di 7-8000 miliardi di dollari. Questa cifra non comprende l’elusione fiscale delle multinazionali, né i cespiti non finanziari come gli immobili[5], l’oro, i preziosi, le opere d’arte, le barche, le navi, le auto d’epoca, ecc.[6]

Altre stime sono molto più elevate: per esempio, James S. Henry baluta l’entità della ricchezza detenuta off- shore compresa tra 21.000 e 32.000 miliardi di dollari, ben più del PIL degli Stati Uniti che è tra i 17.000 e i 18.000 miliardi.[7] Di questi 21-32.000 miliardi ben 12.000 deriverebbero dai Paesi in via di sviluppo per esportazioni di capitali, appropriazione da parte delle classi dirigenti degli aiuti allo sviluppo, furti, corruzione, ecc.. In assenza di questi fenomeni Henry sostiene che questi Paesi che presentano una posizione fortemente debitoria, risulterebbero in realtà in attivo. Per quanto le stime siano incerte, le attività che transitano per i centri off shore sono di dimensioni impressionanti; per esempio il FMI certifica che i bilanci dei piccoli centri finanziari insulari raggiungono i 18.000 miliardi di dollari.

I paradisi fiscali sono molto utilizzati dalle multinazionali sia per ragioni finanziarie che per ridurre il carico fiscale. La giustificazione che viene addotta è la necessità di evitare la doppia imposizione dei profitti societari, sia nel Paese dove avviene la produzione, che nel Paese di residenza della società. In verità l’obiettivo è quello di evitare del tutto la tassazione, e cioè di realizzare una doppia (o multipla) non imposizione. In sostanza le multinazionali utilizzano diverse giurisdizioni  per ridurre o azzerare gli oneri fiscali creando società in diversi Paesi con diversi regimi fiscali, in modo da realizzare costi, fiscalmente deducibili, nei Paesi ad alta tassazione (normalmente il Paese di origine) e profitti tassabili in Paesi dove la tassazione è irrisoria o nulla.

A tal fine si utilizzano sia i rulings concordati con Paesi come il Lussemburgo o l’Olanda, sia il sistema dei prezzi di trasferimento intragruppo, in modo da spostare i profitti contabili da una giurisdizione ad un’altra fino a parcheggiare i profitti in un ospitale paradiso fiscale. Tutto ciò può avvenire nel rispetto formale delle leggi di ciascun Paese e approfittando della molteplicità di trattati contro la doppia imposizione dei dividendi che esistono tra i diversi Paesi. In questo modo le autorità fiscali sono spesso disarmate. L’operazione è molto semplice soprattutto nel caso di beni immateriali (brevetti, marchi, licenze, ecc.) il cui valore d’uso è spesso opinabile o semplicemente non determinabile. In pratica la proprietà di questi beni viene attribuita ad una unica società collocata in un Paese a bassa tassazione, che può anche non avere dipendenti, e che comunque difficilmente può essere considerata operativa, o in Paesi (come l’Irlanda) che consentono il trasferimento dei proventi senza imposte, o con un prelievo trascurabile, verso giurisdizioni off-shore. In questo schema tutte le società operative del gruppo devono pagare per l’uso di questi beni immateriali, il che consente di azzerare i profitti e trasferirli alla società conduit e poi al paradiso foscale di destinazione. Questo metodo risulta molto conveniente ed utilizzato dalle società della new economy il cui patrimonio è costituito principalmente da beni immateriali. In questo modo Apple ha accumulato oltre 100 miliardi di dollari esentasse in paradisi fiscali. E non a caso la concorrenza fiscale ha determinato la nascita di patent boxes, e cioè di luoghi contabili virtuali e a bassa tassazione in cui collocare i proventi attribuibili a marchi, brevetti, ecc.. Con la legge di stabilità del 2016 anche l’Italia si è unita al club di questi Paesi. Si tratta di una corsa alla svendita dei corretti principi della tassazione delle imprese a beneficio delle società multinazionali.

I paradisi fiscali hanno così imposto la loro influenza sulla vita dei Paesi sviluppati, facilitando e promuovendo pratiche corruttive ovunque, facendo perdere il senso di ciò che giusto o sbagliato, dando rifugio e sbocco ai proventi dei peggiori traffici ed attività criminali del mondo intero, e alla corruzione delle classi dirigenti dei Paesi più poveri e ricchi di materie prime. Essi contribuiscono a distorcere il funzionamento dell’economia mondiale rendendola instabile, facilitando l’indebitamento dei Paesi e delle imprese.

Come siamo giunti a questo punto? Come nasce l’industria off-shore? L’industria in quanto tale è relativamente recente, ma l’esistenza dei paradisi fiscali è molto antica. La Svizzera che è la madre di tutti i paradisi fiscali ,ha iniziato la sua attività addirittura nel ‘600, durante la guerra dei 30 anni. Già nel 1929 il Lussemburgo offriva la possibilità di creare società di comodo. Panama offriva la possibilità di registrare navi off-shore già negli anni 20 del ‘900. Negli anni ’30 il criminale americano Meyer Lansky aveva organizzato un efficace sistema di riciclaggio dei proventi della mafia americana presso le Bahamas…

La Svizzera ha fondato il suo modello di sviluppo e di potere sulla sua neutralità. Un piccolo Paese, circondato da Stati più forti, privo di sbocchi al mare, trova la sua strada al benessere e alla ricchezza diventando il banchiere di tutti, coltivandorapporti basati sulla più assoluta riservatezza con tutti: per esempio, durante la seconda guerra mondiale con ebrei e nazisti, inglesi e tedeschi, , francesi e tedeschi, e sempre con gli evasori fiscali di tutto il mondo, con i riciclatori e i trafficanti di ogni genere e risma, con i governanti corrotti dei Paesi sottosviluppati….

Il decollo della Svizzera come paradiso fiscale avviene dopo la prima guerra mondiale, quando gli Stati, in particolare la Francia, scelsero di aumentare la tassazione per riconoscere e “remunerare” i reduci e la popolazione intera per i sacrifici affrontati. Il risultato fu una massiccia fuga di capitali verso la Svizzera che garantiva sicurezza, anonimato, titoli al portatore, conti cifrati, ecc.. Si è detto e si continua a sostenere che le leggi svizzere sul segreto bancario furono promulgate per fornire una protezione agli ebrei perseguitati da Hitler e ai loro risparmi. Ma le cose non sembrano stare così. La legge Svizzera sul segreto bancario è del 1934, e quindi precede la legge tedesca sul divieto di esportazione dei capitali che è del 1936. In realtà la Svizzera ha fornito rifugio ai capitali nazisti che uscivano dalla Germania e che sono stati garantiti anche dopo la fine della guerra, mentre per ottenere i rimborsi dei risparmi degli ebrei depositati in Svizzera è stato necessario istituire, su pressione degli Stati Uniti, una Commissione internazionale che verificasse la situazione ed evitasse che le banche Svizzere si appropriassero di quei capitali, che comunque si verificò riguardavano poche migliaia di persone.

La Svizzera ha sviluppato ulteriormente il suo ruolo nel secondo dopoguerra, acquisendo credibilità grazie anche al suo rifiuto sistematico di collaborare con gli Stati alla caccia di evasori o corrotti, e oggi si stima che nel Paese siano depositati oltre 3000 miliardi di dollari appartenenti a non residenti. Nel frattempo le banche svizzere sono diventate le più grandi del mondo; esse tradizionalmente hanno fornito tutti i servizi connessi alla tutela dei capitali di dubbia origine: riciclaggio (anche dei contanti esportati con valigie che transitavano senza problemi doganali di sorta), custodia, riservatezza, gestione, incasso di cedole e dividendi, ecc..Ora il modello di business è in parte cambiato: la Svizzera mantiene la custodiadei capitali, mentre le altre attività sono state decentrate presso i nuovi paradisi fiscali nei quali comunque le banche svizzere sono presenti e molto attive. Comunque la Svizzera va legittimamente riconosciuta come la madre di tutti i paradisi fiscali.

L’industria off-shore dei nostri giorni si è sviluppata più recentemente, tra gli anni ’70 ed ’80 del ‘900, e la Gran Bretagna è stata l’attore principale della operazione. Come si è già detto, fin dagli anni ’30 alcuni stati caraibici, come le Bahamas già operavano nel settore, ma il vero sviluppo è molto più recente. Dopo la conclusione della seconda guerra mondiale l’impero britannico crollava progressivamente e contemporaneamente si ridimensionava il ruolo della sterlina e della City come centro finanziario mondiale. Per la politica inglese diventò così prioritario cercare di preservare comunque il ruolo della City, e lo strumento fu la creazione del mercato dell’eurodollaro, un mercato tipicamente off-shore che non fa capo a nessuno Stato, de tutto deregolamentato e in cui cominciarono ad affluire miliardi di dollari da Paesi che non volevano utilizzare le banche americane o svizzere (in particolare dall’Unione Sovietica), ma che trovavano conveniente investire la loro liquidità in un mercato comunque  promosso e controllato da banche inglesi.

Con la nascita e lo sviluppo del mercato dell’eurodollaro e successivamente delle euro-obbligazioni ha inizio di fatto il processo di liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati finanziari. Non a caso è stato detto che la nascita di questo mercato “è stata il primo passo della controrivoluzione neoliberista nei confronti del mercato sociale e del welfare state keynesiano”[8]. E in verità il modello emerso dalla conferenza di Bretton Woods, anche se meno rigoroso e coerente di quello proposto da Keynes, prevedeva controlli sui movimenti di capitale, e mercati finanziari iper regolati e segmentati proprio in previsione dei danni gravissimi che una finanza lasciata a sè stessa può creare all’economia mondiale.

Il completamento dell’operazione avvenne creando la rete off-shore nei piccoli territori indipendenti dell’impero britannico in cui tutto è permesso. La City recuperava e manteneva il suo ruolo nella finanza globale, e gli Stati Uniti, inizialmente contrari, lasciarono fare dal momento che le transazioni avvenivano nella loro moneta, e ben presto le banche americane si unirono alla festa. L’analisi precedente conferma che i paradisi fiscali e il sistema off-shorehanno giocato un ruolo fondamentale nel modello di sviluppo degli ultimi 30 anni, iperliberista, deregolamentato, finalizzato alla massimizzazione del valore nel breve periodo. Questo sistema ha contribuito al finanziamento della globalizzazione, ma anche alla nutrita serie di crisi finanziarie degli ultimi decenni, ha provocato e accentuato la crescita della diseguaglianza, promosso e tutelato gli interessi dei ceti abbienti di tutti i Paesi, a partire da quelli dei dittatori e della burocrazia corrotta dei Paesi in via di sviluppo, ha dato tutela e rifugio alla criminalità di tutto il mondo, ma anche aile operazioni dei servizi segreti di numerosi Paesi, il tutto con il sostegno e la tutela delle grandi banche internazionali.

Il rifiuto degli eccessi prodotti da questo modello, l’ingiustizia che lo caratterizza hanno provocato la reazione delle opinioni pubbliche e degli stessi governanti che, almeno formalmente hanno dichiarato guerra ai paradisi fiscali. Dati gli interessi coinvolti è dubbio che questa guerra possa avere successo nel breve periodo. Superare i paradisi fiscali significherebbe infatti cambiare il modello di sviluppo dell’economia mondiale, passare dall’ideologia del libero mercato (con tutte le sue opacità e contradizioni), a una nuova programmazione delle economie, alla limitazione della libertà di movimento dei capitali, alla costruzione di una autorità fiscale internazionale, alla limitazione del potere (e delle dimensioni) delle banche, e alla sconfitta degli interessi dell’1%, o anche dello 0,01% più ricco della popolazione dei nostri Paesi. Non sembra che i tempi siano maturi per tutto questo.

Tuttavia qualcosa si sta muovendo e si sta facendo su due fronti: il segreto bancario e l’elusione fiscale delle multinazionali. L’iniziativa è stata assunta in sede di G-20 ed è stata affidata all’OCSE che ha iniziato una lunga trattativa per superare il segreto bancario. Inizialmente l’OCSE ha promosso accordi che prevedevano lo scambio di informazioni su richiesta delle autorità fiscali dei diversi Paesi per i redditi dei non residenti. Sono stati quindi firmati moltissimi trattati ma con risultati scarsissimi.[9] Si è quindi deciso di cambiare linea, e l’occasione è stata fornita dall’emanazione di una legge americana, il Foreign Tax Compliance Act (FACTA), una normativa emessa unilateralmente dagli Stati Uniti che prevede l’obbligo delle banche straniere di trasmissione automatica all’Internal Revenue Service (IRS) dei dati relativi ai redditi percepiti da cittadini americani, pena l’introduzione di una ritenuta del 30% da parte americana sui dividendi e gli interessi pagati ai cittadini del Paese in questione. Il FACTA è stato molto criticato (e anche giustamente), ma ha fornito l’occasione all’OCSE di cambiare linea e imporre un accordo sullo scambio automatico delle informazioni tra tutti Paesi che dovrebbe diventare operativo nel 2018.

L’accordo rappresenta un passo avanti importante, ma tuttavia non sembra risolutivo. Innazitutto non sono previste sanzioni per chi non adempie e quindi non c’è certezza sulla efficacia dell’accordo: è molto probabile che assisteremo a molte resistenze in nome della privacy violata; inoltre sarà sufficiente schermare i propri fondi dietro una serie di trusts, fondazioni, società di comodo collocate in diversi Paesi, per continuare ad assicurarsi l’anonimato. La misura quindi risulta solo parzialmente valida. I più ricchi e meglio consigliati hanno ottime possibilità di continuare ad eludere le nuove disposizioni. Una soluzione radicale, ma definitiva, è quella proposta da Zucman che prevede l’introduzione di un registro finanziario obbligatorio mondiale in cui dovrebbero affluire i dati individuali di tutti i contribuenti del mondo relativi a tutte le ricchezze possedute direttamente o indirettamente, e la comunicazione automatica alle autorità fiscali di ogni Paese, con la previsione di sanzioni molto serie decise dalla comunità internazionale per che violasse l’accordo. Proposta risolutiva, ma di problematica attuazione nella situazione attuale.

L’altra questione riguarda la tassazione delle società multinazionali che sono in grado di minimizzare fino ad azzerarlo il carico fiscale, approfittando del fatto che i sistemi fiscali sono nazionali, mentre le multinazionali operano a livello globale e quindi sono in grado di approfittare di incongruenze nei trattati sulla doppia imposizione, asimmetrie tra le diverse normative, accordi speciali con alcune amministrazioni, prezzi di trasferimento, patent boxes, società conduit, ecc. per trasferire i loro profitti in qualche paradiso fiscale.

Si tratta di costruzioni molto complesse che tuttavia potrebbero essere rese vane dalla decisione di superare la dimensione nazionale della tassazione e stabilire che le società multinazionali vengano considerate una unica impresa, come in realtà sono, e costrette a presentare un unico bilancio mondiale per la loro attività, per poi ripartire i profitti (e la tassazione) tra i diversi Stati in base a criteri di ripartizione che tengano conto della produzione, della occupazione, delle vendite… effettivamente realizzate nelle diverse giurisdizioni.[10]

Anche in questo caso il G20 ha dato all’OCSE il mandato di trovare una soluzione al problema della tassazione delle multinazionali al fine di ricondurre la tassazione dei profitti nei Paesi in cui le società svolgono affettivamente la loro attività, e dove il valore aggiunto viene in realtà realizzato. É nato così il programma BEPS (Base Erosion and Profit Shifting) che diventerà operativo entro il 2016, anche se saranno necessari alcuni anni per la sua attuazione completa.

 

Il programma BEPS rappresenta un notevole passo avanti soprattutto perché prevede che le multinazionali (anche se solo quelle con fatturato superiore a 845 milioni di dollari) trasmettano alle autorità fiscali dei diversi Paesi una dichiarazione relativa ai ricavi, ai profitti, agli occupati, al patrimonio, e alle imposte pagate Paese per Paese. Tuttavia non si procede alla attribuzione dei profitti tra i Paesi in base a formule di ripartizione perché si continua a considerare le multinazionali non come un soggetto unico a fini fiscali, bensì come una pluralità di società indipendenti e autonome una dall’altra. Inoltre il limite di fatturato previsto è piuttosto elevato, e queste dichiarazioni resteranno riservate, mentre rimane in piedi un complesso sistema di regolazione del transfer pricing tra imprese dello stesso gruppo senza risolvere in realtà il problema. In sostanza si fanno passi nella direzione giusta, ma si segue un approccio di correzione dell’esistente e non di cambiamento strutturale.

In conclusione su ambedue le questioni la comunità internazionale non sembra ancora pronta ai cambiamenti radicali sul piano culturale e politico che sarebbero necessari.

 

 

[1]Questo scritto riproduce una relazione tenuta in occasione del Festival dell’economia di Trento il 4 giugno 2016

[2] La letteratura sui paradisi fiscali è molto copiosa; chi fosse interessato può comunque fare riferimento ad alcuni libri che affrontano il problema in via generale. V. per esempio: Shaxson (2011), Penelope (2014) e Zucman (2015). Il libro di Shaxson contiene un’ampia bibliografia.

[3] Si tratta di UBS, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank America, HSBC, Deutsche Bank, BNP Paribass, Wells Fargo, Morgan Stanley/SSB, JPMorganChase.

[4] Immaginiamo che un cittadino del Paese A detenga titoli di imprese del Paese B attraverso un conto aperto presso la banca del Paese C che è un paradiso fiscale. Sul piano contabile viene registrato un debito del Paese B; per quanto riguarda C risulta che i titoli detenuti presso la sua banca sono di proprietà di un cittadino straniere e quindi nulla deve essere registrato; la registrazione (di un credito) dovrebbe avvenire nel Paese A che tuttavia non riceve l’informazione relativa al suo residente. Ne deriva una eccedenza di posizioni debitorie rispetto a quelle creditorie e una incongruenza nelle statistiche internazionali.

[5] Una parte rilevante dei centri storici delle grandi città (particolarmente rilevante e noto è il caso di Londra) è di proprietà di società situate in centri off shore, e questi acquisti hanno molto contribuito alla lievitazione dei valori immobiliari in queste città.

[6] In molti centri off shore, a partire dalla Svizzera, sono disponibili depositi rigorosamente anonimi e ultra sicuri in cui ricoverare beni di valore.

[7] Le stime di Henry sono per certi aspetti discutibili, e soprattutto non vengono forniti tutti gli elementi necessari per una verifica dei calcoli; in ogni caso le stime di Zucman Pellegrini, Sanelli e Tosti rappresentano un limite inferiore delle dimensioni del fenomeno.

[8] V. Gary Burn (2006)

[9] A parte le resistenze, le reticenze e il boicottaggio dei Paesi interessati, le indicazioni dell’OCSE sono state abbondantemente eluse. Per esempio era previsto che per uscire dalla cosiddetta “lista nera” dei paradisi fiscali fosse necessario aver stipulato almeno 12 trattati per lo scambio di informazioni. Cosa che i paradisi fiscali si sono affrettati a fare stipulando trattati tra di loro.

[10] Una proposta simile fu avanzata per l’Europa all’Ecofin da che scrive nel 1998 nel suo ruolo di Ministro delle Finanze ed è nota come Consolidated Tax Base (CCTB). Essa prevede(va) un unico bilancio per le multinazionali europee, redatto in base alle stesse regole, nonché la ripartizione dei profitti tra le diverse giurisdizioni, e la libertà degli Stati nazionali di fissare l’aliquota di imposizione. Il limite della proposta risiedeva nella sua facoltatività, ma se adottata essa avrebbe rappresentato un deciso passo avanti anticipando una discussione di molti anni successiva. La proposta ha avuta un apparente successo in quanto ha prodotto un dibattito nel Parlamento Europeo, e un progetto di direttiva che non è stato ancora approvato. Dopo 20 anni! Alla luce degli avvenimenti recenti sembra che la proposta possa essere riesumata.

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