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L'Economia tradita dalla sinistra

18/04/2018

Articolo pubblicato su La Repubblica.

Caro direttore, la crisi della sinistra è evidente nei Paesi occidentali. La seconda metà del XX secolo è stata l'epoca della sinistra, egemone sul piano culturale e per quanto riguarda le strategie economiche. Il compromesso keynesiano (o socialdemocratico) aveva creato sistemi economici "misti" caratterizzati da una crescita sostenuta, piena occupazione, Welfare State, redistribuzione del reddito, riconoscimento del ruolo dei sindacati e dei corpi intermedi, internazionalizzazione delle economie sotto controllò degli Stati, programmazione economica, controllo della politica sull'economia. La sinistra, quindi, aveva di fatto realizzato pressoché tutto quello per cui aveva combattuto per oltre un secolo ed era pronta a entrare in crisi per "eccesso di successo", come puntualmente avvenne: inflazione galoppante, strapotere sindacale, negazione delle compatibilità economiche, burocratizzazione, corruzione politica, rigidità operative, ecc. provocarono una reazione che riuscì a capovolgere negli anni '80 i paradigmi fondamentali del patto socialdemocratico-keynesiano. La sinistra viene quindi contestata e travolta in tutte le sue credenze fondamentali, e si ripropone un'epoca di neo-liberismo senza regole, molto simile a quella che aveva preceduto la grande crisi de11929. E non è un caso che una crisi analoga si sia poi verificata nel 2007-2008.1 partiti della sinistra sono in qualche modo costretti a prendere atto della sconfitta, ma invece di considerarla temporanea e recuperatile, la interpretano come definitiva, accettando con poche correzioni tutte le "nuove" ricette economiche basate su individualismo degli operatori economici, riduzione ossessiva dei salari, pareggio dei bilanci pubblici, indipendenza delle banche centrali, disinteresse per le condizioni di vita dei lavoratori, ridimensionamento del Welfare. In altre parole, si riconosceva che il liberismo era non solo moderno, ma "di sinistra". Ciò non era vero, e quindi si è perso il contatto con la base sociale di riferimento, che si è sentita abbandonata, non più rappresentata e difesa, e si è allora rivolta a nuovi soggetti politici che contestano radicalmente l'establishment. È quindi necessario, preliminarmente, che la sinistra recuperi la propria identità, diversa e antagonista rispetto agli interessi che il liberismo rappresenta. Per quanto riguarda l'Italia, il Pd è nato in ritardo, frutto della convergenza di interessi di ceti politici di diversa tradizione culturale, ma di orientamento genericamente progressista. Ne è venuto fuori un partito condizionato da mediazioni perenni e reciproche diffidenze con incarichi lottizzati, l'apparizione di "signori delle tessere" e cacicchi locali intoccabili segnato spesso da episodi di corruzione, ispirato a un moderatismo di principio, impegnato a realizzare alleanze improbabili se non impresentabili, che ha via via abbandonato le periferie, i luoghi di lavoro, l'abitudine ad ascoltare le persone in difficoltà e di immaginare soluzioni a loro favorevoli. L'equivoco su cui si è fondato, e si fonda tuttora il Pd, va dunque sciolto. Analoga valutazione va fatta per l'attività di governo. È sorprendente come, pure dopo i risultati elettorali, il' gruppo dirigente del Pd e i ministri continuino a sostenere, in totale buona fede, che il lavoro del governo sia stato eccellente. Così non è. Il bilancio è positivo per quanto riguarda i diritti civili, ma molto scadente per l'azione economica. L'economia resta caratterizzata da crescita stentata, molto più bassa di quella degli altri Paesi, produttività stagnante, investimenti insufficienti perfino a compensare l'ammortamento del capitale esistente (il cui stock si è ridotto nell'ultimo decennio) e ciò nonostante generosissimi incentivi. La disoccupazione è elevatissima e l'occupazione precaria. I redditi sono bassi, le diseguaglianze in crescita e le speranze per il futuro inesistenti. Ciò deriva in buona misura dalle (errate) scelte di politica economica: in Europa si è andati dalla "piena condivisione" delle posizioni di Schaeuble (Padoan), alle polemiche infantili e inconcludenti di Renzi, senza promuovere un dibattito sull'austerità, abbandonando la Grecia al suo destino e limitandosi a chiedere flessibilità sprecata per concedere bonus, incentivi e riduzione di imposte per le imprese che non potevano avere effetto, causa carenza di domanda. Si è fatto affidamento su misure di flessibilità del mercato del lavoro, tagli alla spesa pubblica e riduzione delle tasse, senza rendersi conto che l'unica possibilità di rilancio dell'econoniia si basa, nelle condizioni attuali, su un massiccio programma pluriennale di investimenti pubblici. La crisi bancaria è stata gestita in modo autolesionistico per il Paese e per il partito. Si sono millantati risultati inesistenti di recupéro di evasione e si è data l'impressione di non combattere adeguatamente la corruzione e le mafie. Non si sono stanziate risorse sufficienti per il Rei, lasciando campo libero alla propaganda sul reddito di cittadinanza dei 5S che non è poi così diverso. Si potrebbe continuare. Ma se si vuole affrontare un dibattito a sinistra, pur ai fini di una sua ricomposizione e di un recupero elettorale, è dal dibattito su tali questioni che bisognerebbe partire. Altrimenti la sinistra rinascerà al di fuori delle organizzazioni e delle forme tradizionali.

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