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L'Italia reale non è uscita dal tunnel.

14/11/2017
Gli ultimi dati sul Belpaese non rispaecchiano i toni trionfalistici del Governo e della sua maggioranza.

Istat, Commissione europea e Fmi, presentano, ciascuno per conto proprio, alcuni dati sulle attività economiche del nostro Paese, mettendo in luce le ombre nascoste nel futuro prossimo.

Cominciamo dai dati presentati dall’Istat il 10 novembre scorso sulla produzione industriale che scende dell'1,3% rispetto ad agosto. L’indice resta complessivamente positivo nel terzo trimestre e nel tendenziale su base annua. Un segno meno nella produzione industriale che si manifesta per la prima volta dopo quattro mesi. “I livelli di attività rimangono comunque elevati ed allineati con quelli di luglio 2017 per tutti i principali raggruppamenti, ad eccezione dell'energia”, scrive nel comunicato l’Istat. Più nel dettaglio, spiega ancora l’Istituto nazionale di statistica: “l'indice destagionalizzato mensile cresce nel comparto dei beni di consumo (+0,4%)”, mentre “diminuzioni segnano invece i raggruppamenti dell'energia (-6,3%), dei beni intermedi (-3,0%) e dei beni strumentali (-2,0%)”.

Anche la Commissione europea riconosce il buon risultato della crescita del nostro Paese per il 2017.  Un più 1,5 per cento di Pil che si attesta sopra lo 0,9 che lo stesso governo italiano aveva messo per iscritto nelle ultime previsioni di primavera pubblicate da Bruxelles. Bruxelles però non concorda con le previsioni fatte da Palazzo Chigi sugli anni a venire. Secondo la Commissione la crescita dell’Italia sarà dell'1,3% nel 2018 e dell’1% nel 2019, lontano dall'1,5% previsto per entrambi gli anni dal governo. Purtroppo, il miglioramento delle previsioni del nostro Paese non lo esclude dalla coda della classifica degli altri paesi Ue: l'Italia è quindi il Paese che cresce meno dell'intera Unione Europea nell'intero arco temporale preso in esame, cioè 2017, 2018 e 2019. Insomma i dati tracciano i contorni di un futuro meno roseo di quello sin qui descritto dal Pd e da Palazzo Chigi.

Infine, ieri, si è fatto sentire anche il Fondo Monetario internazionale, che nel quadro di un ritorno alla crescita per la regione Europea e per l’Italia, sottolinea come “la riforma giudiziaria e il controllo della corruzione sono considerate priorità in diversi paesi europei' e 'rafforzare gli sforzi anti corruzione è importante. Considera 'incoraggiante' la recente accelerazione delle vendite di non performing loan (Npl). E suggerisce ai paesi con un debito pubblico alto di approfittare della ripresa economica europea per ridurlo.

Sul fronte occupazionale, inoltre, su 100 contratti ben 93 sono di tipo precario. E rispetto al 2007 c’è un meno 6 per cento di ore lavorate. Insomma, se i lavoratori sono gli stessi, lavorano certamente di meno. Incrociando i dati risulta quindi che la ripresa resta debole e di scarsa incidenza sulla qualità dell’occupazione.  

Se l’Italia non vuole restare fanalino di coda deve quindi cercare di correggere la rotta. E lo può fare soltanto con serie misure anticicliche a partire da un sano ritorno agli investimenti, pubblici e privati. A tal fine è indispensabile trovare tutte le risorse necessarie. Non si può rinunciare, inoltre, ad una seria lotta all’evasione fiscale da cui l’Italia potrà trarre i maggiori benefici, abbassando le tasse a chi oggi le paga tutte. Gli investimenti pubblici attesi da anni dovranno concentrarsi sulla tutela del territorio (assetto idrogeologico), sul gap infrastrutturale, sull’istruzione e sul rinnovamento della pubblica amministrazione. La svolta impressa da questo ritorno agli investimenti produrrebbe un effetto moltiplicativo da due a tre volte le risorse investite. E’ un risultato a cui il sistema Paese non può rinunciare nella condizione in cui versa.  

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