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Pensioni: Raitano (La Sapienza), "Sistema in equilibrio ma per i giovani occorrono interventi correttivi"

29/11/2017

Intervista al Professor Michele Raitano.

ll professor Michele Raitano de l’Università “La Sapienza” di Roma non è d’accordo con quanti denunciano un pericolo di sostenibilità del sistema pensionistico. “L’equilibrio”, spiega Raitano “dipende dalla scelta politica su quanto destinare alla quota anziana della popolazione”. E sulle pensioni dei giovani che oggi si ritrovano spesso ad uscire e rientrare dal mercato del lavoro intravede il rischio di innescare un meccanismo non incentivante rispetto alla ricerca attiva di occupazione.

In queste settimane si torna a parlare di pensioni. E si paventa un rischio tenuta per l’intero sistema. E' così?

Il punto è l’assunto da cui si parte quando si effettua questa dichiarazione. E cioè il concetto secondo cui la spesa pensionistica dovrebbe essere finanziata interamente da contributi sociali. Quindi con contributi pagati interamente dai lavoratori. In realtà non c’è un obbligo poiché anche in un sistema a ripartizione come il nostro (l’onere pensionistico è ripartito sui lavoratori correnti ndr) le pensioni potrebbero essere finanziate dalla fiscalità generale. Dal punto di vista teorico quindi dire che i contributi non coprono le uscite non vuol dire che il sistema non sia in equilibrio. Perché l’equilibrio dipende dalla scelta politica su quanto un paese decide di destinare alla quota anziana della popolazione. Ad esempio, chi sostiene che vanno abbassati i contributi sul costo del lavoro implicitamente mette in atto un meccanismo che sposterà il costo delle pensioni future sulla fiscalità generale.

L’aspetto della denatalità di cui si parla oggi ha un peso sulle pensioni di domani?

Questo aspetto avrebbe avuto un peso se non si fosse fatta la riforma del 1995. La sua entrata in vigore ha creato un sistema in cui automaticamente gli importi delle pensioni variano in funzione della demografia e in funzione dell’andamento del quadro macroeconomico. Quindi se la denatalità comporta, come alcuni suggeriscono, un calo del Pil dell’economia, gli importi delle pensioni terranno conto di questi cambiamenti rendendo il sistema assolutamente sostenibile. Con il sistema contributivo si realizza quell’equilibrio intertemporale di uscite ed entrate che, legato all’andamento dell’economia e della demografia, lo rende automaticamente sostenibile.

Un ragazzo che dovesse entrare nel mercato del lavoro oggi e che per 30 anni guadagnasse cifre tra i 700 e i 1.200 euro che tipo di pensione si ritroverebbe?

Un ragazzo con questo tipo di guadagni si ritroverebbe in gran parte una pensione integrata dall’assegno sociale. In più, come stabilito dalla riforma del 2011, chi non dovesse raggiungere una pensione pari ad almeno 1,5 l’assegno sociale dovrà restare a lavoro per ulteriori 5 anni o, almeno, fino al raggiungimento di tale quota minima.

C’è qualcosa che non funziona.

Questa è la parte critica della riforma. Perché per la fascia bassa del mondo del lavoro i contributi versati avranno un peso marginale poiché comunque riceverà un assegno sociale, creando così un meccanismo disincentivante alla ricerca attiva di lavoro. Insomma la parte incentivante del metodo contributivo, per cui ogni euro versato si ritrova successivamente nella tua pensione, vale per i redditi medio alti. Va quindi inserito qualche meccanismo che tuteli la fascia bassa delle pensioni e le incentivi a versare contributi.             

Quale?

Una proposta, portata al tavolo con i sindacati sulla cosiddetta fase 2, e poi sparita dal documento, prevedeva che soprattutto per la fascia bassa non venisse solo calcolato il monte dei contributi versati ma si tenesse conto anche di quanti anni sei stato attivo (da disoccupato o da lavoratore), in modo tale da garantire un pavimento all’importo che tenesse conto degli anni complessivi di vita attiva. Era l’idea di pensione di garanzia che piaceva molto a Tommaso Nannicini e che però è stata cancellata dal dibattito. E vorrei anche aggiungere un altro punto.

Prego.

Per una persona che dovesse lavorare trent’anni, magari restando nel mercato del lavoro quaranta con continue entrate e uscite con salari bassi, il rischio di ritrovarsi con una pensione inadeguata sarebbe molto alto. Viceversa nel sistema contributivo per una persona che dovesse avere una carriera stabile, con l’innalzamento dell’età pensionabile, si creerebbe quel tipo di copertura che si aveva con il retributivo. Soltanto che anziché prendere la pensione a 57 anni si prenderà a 67.

Un sistema che in sostanza favorisce i redditi più alti.

Siamo di fronte a un sistema che non assicura contro i rischi della vita attiva. Quindi chi è stato svantaggiato per tutta la vita lavorativa lo sarà anche nella vita pensionistica. L’approccio è quello dell’equità attuariale illustrato più volte da Elsa Fornero. Vuol dire che ti riprendi indietro i contributi che hai versato. Ma questo criterio non corrisponde al principio di giustizia distributiva, perché sarebbe equo se fossi stato in grado di versare i contributi che mi sarei meritato di versare da giovane. Ma se ho avuto una serie di disavventure o sfortune nel periodo lavorativo forse non appare equo che il sistema pensionistico rispecchi esattamente queste differenze. In più, nel contributivo l’importo della pensione viene calcolata in base all’aspettativa di vita medio quando sappiamo, invece, che la durata effettiva della vita è legata alle condizioni socioeconomiche.

Quindi?

Chi ha una condizione socioeconomica migliore vivrà di più di chi vive in una peggiore, quindi il sistema pensionistico pagherà più a lungo le fasce alte di reddito che vivranno più a lungo. Queste sono tutte motivazioni che devono indurre a rivedere il trattamento delle fasce più esposte del mondo lavorativo e pensionistico.

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