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Rosatellum: Istruzioni per un uso critico.

16/10/2017

I sistemi elettorali o meglio “le formule elettorali” si dividono in due grandi famiglie: quelle maggioritarie e quelle proporzionali. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, però, nella pratica si sono andate diffondendo nel Mondo “formule miste”, in cui si combinano meccanismi tipici sia delle formule maggioritarie sia di quelle proporzionali. La legge elettorale appena approvata alla Camera con la violenta forzatura della fiducia posta dal Governo su di una materia strettamente parlamentare e ora in attesa della sua definitiva approvazione da parte del Senato, appartiene certamente alla categoria delle formule miste dal momento che essa contiene elementi caratteristici sia dei sistemi maggioritari (collegio uninominale e elezione al primo turno del candidato che ottiene più voti) sia di quelli proporzionali (poco meno dei 2/3 dei seggi è attribuito a livello nazionale alle liste che hanno superato la soglia di sbarramento del 3%).

Il territorio italiano, infatti, è suddiviso alla Camera in 231 collegi uninominali ripartiti in 28 circoscrizioni sulla base della popolazione. I restanti 386 seggi (12 sono eletti nella circoscrizione Estero) sono distribuiti in 65 collegi plurinominali (da 3 a 8 candidati in listini bloccati con alternanza di genere), costituiti - di norma - dall’aggregazione del territorio di collegi uninominali contigui.Al Senato, invece, all’interno di ogni regione sono individuati i confini di 109 collegi uninominali (ad eccezione di Trentino e Valle d’Aosta), mentre i restanti senatori (oltre ai 6 della circoscrizione Estero) saranno eletti in listini bloccati (da 2 a 8 candidati) in collegi plurinominali derivanti dalla somma di due o più collegi uninominali, a loro volta racchiusi nel territorio della regione.

Nella nuova legge che prende il posto dell’Italicum - che vanta il record di essere l’unica normativa in materia elettorale bocciata dalla Consulta prima ancora che potesse dispiegare i suoi effetti - però sono presenti fattori distorsivi delle due ricordate grandi famiglie di formule elettorali che la rendono unica nel panorama mondiale. Anche il Mattarellum, infatti, apparteneva ai sistemi misti con prevalenza maggioritaria (75% degli eletti in collegi uninominali con turno secco), accompagnata da correttivi in senso proporzionale (25% dei seggi e scorporo di parte dei voti ottenuti dal vincitore del collegio, a sua volta collegato a una lista presente nella parte proporzionale).

La convivenza delle due formule, però, si esprimeva nella chiarezza della doppia scheda alla Camera che consentiva all’elettore una doppia possibilità di scelta: quella del candidato del collegio uninominale che si presentava con accanto il simbolo unitario della coalizione di partiti che lo sosteneva e quella dei partiti con i loro simboli tradizionali. Al Senato, invece, l’elettore aveva una sola scheda, quella con i candidati di collegio e non erano presenti liste e simboli di partito, ma solo il contrassegno della coalizione. Nel cosiddetto Rosatellum, invece, la scheda è suddivisa in tanti rettangoli. In ognuno di essi è stampato in alto il nome del candidato del collegio uninominale (senza simbolo della coalizione) e in un secondo riquadro sono riportati i simboli dei partiti che lo sostengono con accanto il relativo simbolo e un elenco (da 2 a 8 nominativi) con i candidati del collegio plurinominale senza possibilità per l’elettore di esprimere una preferenza oppure cancellare un candidato non gradito.

Il voto espresso in qualsiasi parte del rettangolo varrà sia ai fini della competizione di collegio sia per quella proporzionale arrivando fino al punto di redistribuire - quota parte in relazione ai voti ottenuti dalle liste della coalizione - anche il voto dato dall’elettore unicamente al candidato di collegio. In altri termini, il voto espresso per la parte maggioritaria (candidato collegio uninominale) varrà automaticamente anche per quella proporzionale (distribuzione dei seggi a livello nazionale e graduatoria dei collegi plurinominali all’interno delle circoscrizioni) anche se - come detto - l’elettore decidesse di votare solamente per il candidato di collegio. La legge ammette, poi, le candidature plurime: in un collegio uninominale e fino a un massimo di cinque candidature nei collegi plurinominali, garantendo così un controllo pressoché assoluto del partito su chi deve essere eletto. Nei collegi uninominali viene immediatamente eletto il candidato che ottiene più voti.

Alla Camera per i restanti 386 seggi da assegnare si calcola il totale dei voti ottenuti da ogni coalizione a livello nazionale, data dalla somma dei voti nei 231 collegi uninominali e si attribuiscono con il sistema proporzionale i seggi spettanti in prima battuta alle coalizioni e poi, all’interno e all’esterno delle coalizione stesse alle liste che abbiano superato la soglia di sbarramento del 3%. Una volta stabilito quanti seggi siano attribuiti a una lista si attiva un meccanismo di distribuzione territoriale dall’alto verso il basso: nazionale - circoscrizione - graduatoria collegio plurinominali all’interno di ogni circoscrizione. La soglia per partecipare alla distribuzione dei seggi è fissata al 10% (e almeno una lista superiore al 3%) per le coalizioni e al 3% per liste singole. Per determinare il totale dei voti ottenuti da una coalizione (e conseguenti seggi spettanti) vengono considerati anche i consensi delle liste che pur non avendo superato la soglia del 3% abbiamo almeno superato l’1%.

In questo modo si distorce la funzione sistemica della soglia di sbarramento ai fini del contenimento della frammentazione partitica e si incentiva il trasformismo e la proliferazione di liste presentate solo per favorire la vittoria nei collegi uninominali e accrescere artificiosamente il numero di seggi attribuiti ai partiti maggiori della coalizione. È assai probabile che gli esponenti di queste micro liste possano essere ripagati del loro impegno con candidature in collegi uninominali “sicuri”, alterando quindi il principio dell’eletto di collegio in rappresentanza del territorio. Per il Senato si applica un meccanismo di distribuzione dei seggi a livello regionale analogo a quella della Camera.

In definitiva, il Rosatellum assomiglia molto di più al Porcellum che al Mattarellum, sebbene si reintroduca una quota di poco superiore a 1/3 di eletti in collegi uninominali. Resta, infatti, prevalente l’elevato numero (i 2/3 circa) di eletti in listini bloccati su cui l’elettore non può esercitare alcuna scelta tra i candidati, con l’aggravante che il suo voto per il candidato nel collegio uninominale è usato, al di là della sua volontà e in ogni caso, per il calcolo dei seggi da assegnare ai partiti con il metodo proporzionale a livello nazionale. Le liste cosiddette “acchiappavoti”, invece, pur non partecipando alla attribuzione dei seggi nel caso in cui non arrivino al 3%, rischiano di alterare non soltanto la competizione nei collegi (dove si vince e si perde anche per un solo voto), ma anche la corretta distribuzione proporzionale tra le liste, con una distorsione favorevole ai partito maggiori.

È del tutto evidente, infine, che questa legge elettorale non sia stata pensata per risolvere questioni di carattere sistemico (corretto equilibrio tra l’esigenza di stabilità e il principio della rappresentanza sancito in Costituzione), ma piuttosto per danneggiare da un lato una grande forza politica che non si voglia alleare con liste minori e abbia una distribuzione dei voti omogenea sul territorio nazionale e dall’altro quelle liste che non volendo “cantare nel coro” scelgano di partecipare alla competizione fuori dalle coalizioni. Giustamente è stato osservato come il Rosatellum appaia come l’arrocco di un certo sistema di potere oramai logoro e logorato e rischi di allontanare ulteriormente gli elettori dalle urne, invece di provare a limitare l’emorragia di partecipazione iniziata da tempo che rappresenta un’allarmante spia di malfunzionamento della nostra democrazia e di quelle occidentali più in generale.

 

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