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Un manovra correttiva sotto l’albero di natale

22/11/2017
E' arrivata la lettera di richiamo della Commissione europea. Ecco il perché spiegato dal Professor Carmelo Parello.

 

Alla fine la tanto attesa lettera di richiamo da Bruxelles è arrivata. Ed è arrivata stamane, proprio mentre al Governo si lavorava su come parare il colpo senza con ciò rimettere in discussione la prossima Legge di bilancio e i saldi programmatici in essa contenuti.

Nella lettera, la Commissione contesterebbe all’Italia due punti: l’appropriatezza del percorso di risanamento dell’indebitamento netto strutturale; il ritmo di riduzione impresso nel corso degli ultimi quattro anni alla dinamica del debito in rapporto al Pil. Nel mezzo, poi, ci sarebbero anche tutta una serie di raccomandazioni volte a salvaguardare gli effetti di alcune riforme economiche varate nel corso di questa legislatura e già rimesse in discussione prima ancora della sua chiusura, e una più o meno velata accusa ai nostri governanti di “occultare” l’attuale stato di salute dell’economia agli italiani.

Ma andiamo con ordine.

I dubbi di Bruxelles riguardo il sentiero di convergenza verso il pareggio di bilancio strutturale hanno una radice esclusivamente tecnica, riconducibile al diverso modo in cui Governo e Commissione hanno aggiornato l’ampiezza del output gap dell’Italia (differenziale tra il livello del Pil potenziale - o di pieno impiego-  e Pil corrente). Per il Governo, l’attuale output gap italiano indicherebbe un inquadramento della nostra congiuntura economica ancora in uno scenario di “ciclo avverso”, mentre per la Commissione l’entità del gap non sarebbe più compatibile con quello di un’economia ancora nei pantani di una recessione, ma sarebbe in linea con una congiuntura non più “avversa” ma “normale”.

Al di là dei tecnicismi che hanno portato a questa divergenza nel calcolo di questo indicatore congiunturale, la questione vera sta nelle conseguenze che questa porta. Conseguenze che sono tutt’altro che banali.

In caso di “ciclo avverso”, infatti, le cd “matrici” europee prevedono una manovra di rientro morbida pari a 0,25 p.p. (punti di Pil) se il tasso di crescita effettivo è più basso di quello potenziale, o più accentuata per 0,50 p.p. se la crescita effettiva è superiore a quella potenziale. Stando ai numeri dell’ultima Nota di aggiornamento al DEF (NADEF), l’Italia rientrerebbe in questa seconda fattispecie, col risultato che - al netto delle flessibilità accordata al nostro Paese per rifugiati e terremoti (0,34 p.p.) - l’aggiustamento inserito in manovra si è limitato a soli 0,16 p.p. Per la Commissione, invece, la realtà sarebbe un’altra e l’Italia rientrerebbe in uno scenario congiunturale diverso dove l’aggiustamento previsto non può essere inferiore a 0,60 p.p. (0,30 p.p. al netto della flessibilità accordata e di un ulteriore sconto). Tradotto in miliardi, ciò significa che l’oggetto del contendere tra Roma e Bruxelles è una manovra di aggiustamento tutt’altro che leggera, e che a meno di qualche arrotondamento dovrebbe aggirarsi intorno ai 3,6 miliardi di euro.

Con riferimento invece alle lamentele della Commissione circa l’andamento del debito, anche qui entra in gioco la mano leggera con cui- secondo Bruxelles - Roma avrebbe approcciato il problema dell’inversione di tendenza della dinamica del rapporto debito-Pil italiano. Nella NADEF, il debito è infatti previsto ridursi, in rapporto al Pil, già a partire dal prossimo anno, soprattutto grazie al contributo proveniente dall’inattesa espansione dell’economia reale e ad una sopravvalutazione della dinamica dei deflatori, quindi dell’inflazione. Insomma, se è vero che il rapporto debito-Pil è previsto in discesa, è anche vero che questa discesa è dovuta al fatto che il denominatore del rapporto cresce più velocemente del numeratore.

Nella logica della Commissione questo schema di correzione non va affatto bene, perché affidare le sorti del debito italiano nelle mani di una ripresa economica robusta ma incerta e di una previsione sull’inflazione al di sopra di quanto sarebbe lecito attendersi vista l’attuale dinamica dei prezzi in Europa, metterebbe seriamente a rischio l’intero percorso di risanamento di medio periodo dell’Italia, a maggior ragione se - come recentemente ricordato dall’UPB per bocca del suo Presidente – la struttura interna stessa della manovra non sembrerebbe garantire un adeguato equilibrio tra la durata degli impegni dal lato della spesa e la durata delle entrate previste a copertura. Quello che serve, secondo Dombrovskis, è un intervento mirato ad arrestare la scalata verso l’alto dello stock del debito, a maggior ragione ora che la ripresa economica è in grado di creare nuovi e maggiori spazi di manovra.

Da qui la richiesta da parte dell’Europa di rientrare per 0,3 p.p. e a guardare all’andamento del debito come una seria fonte di criticità per la nostra economia. Una richiesta questa che, se confermata, potrebbe finire per marchiare in maniera negativa l’intera gestione della politica economica e di bilancio degli ultimi due esecutivi, capaci di ottenere (e sciupare) 30 miliardi di flessibilità accordati nel corso degli ultimi quattro anni, per poi lasciare in eredita l’ombra di una possibile procedura d’infrazione in capo ai futuri governi.

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