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Debito: Italia vs Europa

17/11/2017
Eccessivo ottimismo del governo sull'andamento della crescita e conti pubblici.

La diatriba tra Italia e UE riguardo la sostenibilità del debito pubblico italiano sta per arricchirsi di un nuovo episodio. In una recente dichiarazione rilasciata alla TV Class-Cnbc, il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha confermato il proprio ottimismo circa il futuro calo del debito italiano e ribadito che gli spazi di manovra con cui il governo si è trovato ad operare erano – e saranno anche nel prossimo futuro – particolarmente stretti. La Legge di Bilancio 2018 preconizza infatti un profilo decrescente del rapporto debito-Pil dell’Italia per tutti gli anni della programmazione, e ciò nonostante il percorso di azzeramento dell’indebitamento strutturale dell’Italia sia stato rinviato di un anno per il quarto anno consecutivo. La Commissione, dal canto suo, oltre a non condividere l’ottimismo del Ministro, contesta la struttura della manovra declinata dalla prossima Legge di bilancio e annuncia l’invio – probabilmente in primavera e ad urne chiuse – di una nuova lettera di raccomandazioni simile a quella già inviata allo stesso Padoan nel corso del primo anno del suo ministero. Leggendo tra le righe delle varie posizioni è abbastanza chiaro come il perno su cui ruoti l’intera questione sia la diversa definizione di debito adottata da Governo e Commissione. Per l’Esecutivo italiano il concetto chiave su cui ragionare è il rapporto debito-Pil; per la Commissione l’attenzione dovrebbe invece andare all’andamento dello stock del debito pubblico italiano, inteso quindi in termini assoluti e non relativi.

La distinzione è tutt’altro che banale perché se è vero che quello che più conta in materia di Fiscal Compact è la misura relativa del debito, è anche vero che le ultimissime stime sull’andamento delle dimensioni assolute del debito divulgate da Banca d’Italia lo scorso 15 novembre (pdf pubblicato in fondo all'articolo) segnalano per il mese di settembre un ritorno alla crescita dopo la flessione di agosto. Laddove nel corso dei prossimi mesi il ritorno alla crescita dello stock del debito dovesse essere confermato, appare evidente come le preoccupazioni di Bruxelles siano principalmente dovute all’incapacità del Governo ad innescare un’inversione di tendenza chiara ed incontrovertibile alla dinamica dello stock del debito, e come l’ottimismo del Ministro Padoan trovi invece le sue basi esclusivamente sull’inattesa veemenza dell’attuale ripresa economica, la quale – è bene ricordalo – non è riconducibile in maniera univoca alle passate politiche economiche del Governo. Anzi! Ed è proprio questo il nocciolo della questione: l’inadeguatezza di alcune misure economiche lanciate in passato dal Governo - prima fra tutte il bonus in busta paga di 80€ -, le cui spinte espansive si sono ormai da tempo esaurite, lasciando un’importante eredità negativa sull’andamento futuro della nostra spesa corrente. Insomma, a fronte di un’Europa che vorrebbe una manovra più coraggiosa ed in grado di correggere la spesa corrente e, attraverso essa, la dinamica del debito, l’Italia preferisce non agire e aspettare – anche se qui sarebbe più opportuno dire “sperare” – che la ripresa continui a rafforzarsi fino a coinvolgere la componente estera della domanda aggregata.

Ma è sensato essere così ottimisti quando a farla da padrone in termini congiunturali è il contesto internazionale e non quello interno? Quando anche in presenza di tassi d’interesse negativi e di una prolungata stagione di espansione monetaria il debito non ha mai smesso di salire? Quando buona parte dei risparmi di spesa ottenuti dalla spending review sono stati riconvertiti in nuova spesa corrente? Dove a far da contraltare ad una politica economica fatta di trasferimenti a famiglie e imprese a basso moltiplicatore e di una riforma del mercato del lavoro in grado soltanto – almeno finora - di spalmare le stesso ammontare di ore lavorate su un numero maggiore di occupati, nulla di concreto è stato fatto per invertire l’inesorabile declino della produttività del nostro apparato produttivo? Senza rischiare di scadere nel nichilismo, francamente un po’ più di realismo non guasterebbe in questa fase, anche perché è molto probabile che alla base dei dubbi della Commissione ci siano interrogativi simili ai nostri. Tornare all’austerità di Mario Monti, quindi? Ovviamente no, ma abbandonarci ad una stagione di assoluto ottimismo solo perché per un anno (questo) riusciremo ad espanderci ad un ritmo che tre-quarti d’Europa ritiene normale è evidentemente un lusso che non possiamo permetterci.

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